Big Data – problematiche(pt.2)

[segue da BIG DATA-Introduzione alla Società dei Dati]

Non è semplice comprendere le possibilità di una “scienza dei dati” senza capire, almeno in parte, come alcune categorie di questi si formano.

In quanto utenti, non siamo solo dei fruitori di informazioni ma anche dei creatori e dei gestori a nostra volta. In questo modo possiamo interagire attivamente con la società dell’informazione, dove per informazioni si intendono la gran mole di dati reperibili. Abbiamo strumenti che ci permettono di essere creatori e promotori di contenuti e prodotti, manager della nostra identità virtuale che si lega a quella fisica, comunicatori e imprenditori. Artisti.

Queste possibilità incentivano l’uso di internet e di tutti gli strumenti utili a creare e comunicare. Ciò permette, a chi è capace di osservare, di comprendere in quali direzioni si muove l’utenza, sia di massa che di nicchia. E quindi di essere in grado di intercettare le sue esigenze. Una società evoluta dovrebbe acquisire altrettante capacità di analisi e interpretazione di dati secondo dei parametri condivisi, al fine di ottimizzare le proprie attività e ridurre gli sprechi.

Approcci tecnologico-interpretativi  si sono sviluppati soprattutto a livello commerciale e non civile e da chi è in grado, proprio per i servizi-prodotti che offre, di ottenere quanti più dati possibili riguardo l’utenza, al fine di creare dei profili dei clienti e generare proposte commerciali ad hoc grazie ad algoritmi complessi (bastano gli esempi di Netflix e Amazon).

Il pericolo è quello di essere rinchiusi all’interno di un io che progressivamente e automaticamente ci viene proposto come il nostro. Rischiamo quindi di vivere la complessità sconfinata della rete all’interno di quella che Eli Pariser ha definito come un «bolla di filtri». E che quindi ci venga proposto uno spazio della rete che non tenga conto della sua varietà, ma sia costituito da un’amplificazione degli interessi dell’utente.

Per fare in modo che ciò non accada è necessario sviluppare una cultura che tenga conto di questi fattori e che sappia crescere insieme alle competenze tecnologiche – e non basta essere nativi digitali, avere profili sparsi su ogni social network o essere always on – a livello individuale, aziendale, istituzionale. Essere utenti maturi, quindi, e non degli accumulatori di informazioni e interazioni.

 Il filtro eli pariser Il saggiatore

Durante le attività di creazione e interazione in rete, spesso gli utenti non hanno consapevolezza delle proprie azioni. Usare i motori di ricerca (impossibile farne a meno!), come ad esempio Google, significa esporre i propri interessi e nello stesso tempo entrare in un circuito di rimandi tra luoghi virtuali sociali (come Youtube) e servizi web (come Blogger) che permettono a una azienda come Google di affinare sempre di più il profilo di ogni utente in base alle proprie attività.

In un social network come Facebook (si usa questo esempio perché è il social network più diffuso) si raccolgono, per iniziativa degli stessi iscritti, una infinità di informazioni sui loro gusti, interessi, inclinazioni, … e nello stesso tempo si permette a chiunque venda contenuti e prodotti di promuoverli attraverso delle pagine aziendali, di marchio, relative al singolo prodotto o ad una serie di prodotti. Sia la testata giornalistica di fama internazionale che il blog di cucina di una novella cuoca improvvisata; sia la grande firma che vende le sue costosissime borse sia l’inventore da garage; sia il best-seller di John Grisham che gli strampalati versi di un adolescente rimasti fino ad allora in un cassetto, possono essere condivisi, commentati e apprezzati con un like su Facebook.

Le migliaia di applicazioni che troviamo su Facebook, e che hanno contribuito a decretarne il successo, sono veicolo d’accesso a informazioni degli utenti. La scelta tra consentire o non consentire l’accesso alle proprie informazioni base (tra cui l’indirizzo mail) in questi casi è obbligata: altrimenti non si può usare all’applicazione. Lo stesso discorso riguarda molte applicazioni per dispositivi mobile, tra le quali proprio quelle che permettono l’accesso ai social network più diffusi.

Ciò non riguarda solamente Facebook. Un social network come Foursquare basato sulla geolocalizzazione degli utenti fa in modo che questi condividano la loro posizione (un esercizio commerciale, un museo, …) con i propri contatti, magari collegando l’applicazione con altri social network permettendo a un gran numero di persone di conoscere non solo le attività di altri, ma anche lo stesso Foursquare, nel caso non ne avessero mai sentito parlare. La condivisione dei propri spostamenti è incentivata dallo stesso sistema di gioco basato su check-in in un luogo e l’ottenimento di badge come riconoscimento per aver raggiunto degli obiettivi: ciò lo rende un social network dalla forte gamification della vita quotidiana. L’utente è consapevole di essere controllato nei suoi movimenti, visto che è lo scopo del gioco. Non solo: sia in questo che in altri ambienti in rete e nei social network più comuni, gli utenti sono incentivati a rendersi pubblici proprio da un processo di reward. Che si tratti di un commento, di un badge, di un retweet, di un like.

Qualche riga sopra si è accennato al concetto della rete internet come «filtro» rimandando a una trattazione più specifica. Questo tipo di approccio pone al centro il ruolo “filtrante” di internet che tende a disegnare intorno a noi quel mondo virtuale che più sembra appropriato in base ai nostri interessi e le nostre scelte. Si tratterebbe quindi di una rete che progressivamente si modella su di noi e ciò può essere analizzato secondo diverse prospettive. Una è quella della «bolla», sottolineando quindi il chiudersi all’interno di qualcosa di circoscritto, l’altra forma è invece più difficile da rappresentare graficamente perché indefinita e in continuo movimento. È una forma sempre diversa a seconda dei nostri spostamenti e delle nostre reti di relazioni: il confine della rete personalizzata è, appunto, il confine della nostra personalità e dei nostri interessi.

Inoltre, è opportuno fare la dovuta attenzione anche alla crescente necessità degli utenti di avere filtri propri e secondo quali processi questi diventano pubblici e costituiscono dei dati utili a chi ha qualcosa da promuovere.

Buona parte delle azioni che noi compiamo in rete hanno lo scopo di filtrare informazioni. Scegliamo i nostri amici, i following, gli articoli da leggere, quali prodotti prendere in considerazione per l’acquisto, le promozioni, le foto (da pubblicare, condividere, usare, modificare, salvare, …), quali blog seguire, cosa appendere sulla nostra board, …

Questi tipi di scelte sono diverse tra loro ma in continua relazione. La necessità di selezionare propria dell’uomo trova nella realtà digitale una sua ulteriore e fisiologica realizzazione giustificata dalla vastità di informazioni che incontra quotidianamente e resa evidente proprio perché gli utenti scelgono cosa condividere, dove e con chi. Possono usare degli strumenti che permettano di “mettere da parte” cose interessanti da rileggere o valutare successivamente, o decidere di seguire un blog o un sito sfruttando i flussi Rss per facilitare la consultazione degli aggiornamenti. Gli stessi giornali on-line offrono il servizio di lettura posticipata permettendo all’utente di salvare nella propria pagina personale un articolo che non si ha tempo di leggere in quel momento. È un servizio, certo, ma i dati ricavati sono in grado di dire quali articoli sono valsi una lettura più attenta o una rilettura (insomma, valeva la pena non dimenticarli), e ciò per ogni utente.

Il grande successo dei social network non sta solamente nel loro essere luoghi di incontro e dialogo (sarebbe riduttivo vederli così) o un’occasione per mostrarci/esibirci (è il “colore” dei social network) o una via d’accesso per terzi ai nostri interessi, ma risiede soprattutto nella possibilità di filtrare ciò che esiste all’interno del social network e in rete, e che si ritiene valga la pena entri a far parte del proprio status sociale. Compreso ciò, va da sé che entrino in gioco opportunità che facciano la differenza strutturale del social network e che lo rendano interattivo: i “mi piace”, le condivisioni, i retweet, e … il dialogo!

Pensare che i social network nascano come “ragazzate” serve solo al romanzo della loro genesi. Immaginare che siano degli strumenti di controllo sociale non aiuta a tener conto delle necessità degli utenti. Il lavoro più difficile sta nel cercare di capire quanto gli utenti siano disposti a concedere pur di fare da selezionatori per sé e per gli altri e quindi quanto disponibili a far conoscere i propri dati al fine di ottenere qualcosa di filtrato. D’altronde non è un problema che riguarda i soli social network ma la stessa navigazione, dato che aiuta al filtraggio delle pubblicità per noi più efficaci (che chiaramente a volte possono rivelarsi anche utili). Ciò fa riflettere sull’uso che possiamo definire “commerciale” dei dati di cui noi siamo i creatori, dobbiamo chiederci quanto questi costituiscano il nostro mondo e metterli in relazione con il mondo che ci viene offerto. Per capire un aspetto antropologicamente importante della relazione tra bit e atomi. Riflessioni che inevitabilmente aprono a questioni relative la privacy personale e le sue violazioni.

Per la prima parte dell’articolo cliccare qui

L’articolo è già stato pubblicato su Le Reti di Dedalus

 

@pontifex su Twitter: dati, osservazioni e possibilità del profilo di Benedetto XVI-Ratzinger

Bendetto XVI ha lanciato il suo primo tweet il 12 dicembre scorso. Le ragioni possono essere semplici, evidenti e ovvie – ovvero comunicare, visto che la Chiesa lo ha sempre fatto e visto che anche Dio, quello di ebrei e cattolici è sempre stato un gran chiacchierone, nonostante tutti dicano che non risponde mai – ed altre più complesse che lasciamo a pensatori e teologi di ampie vedute.

Diamo allora un’occhiata alla presenza del papa su Twitter dal primo tweet al 22 dicembre, ovvero alle soglie del Natale. Il primo giorno il papa twitta per ben 7 volte “scatenando” quasi 15.000 retweet. Ma per aspettare un’altra azione del papa bisognerà aspettare il 19 dicembre, quando twitta per 2 volte. Come si può vedere dal grafico sotto, le reazioni sono ovviamente crescenti con il passare dei giorni, ma c’è uno stallo evidente tra 17 e 18 dicembre. Ciò a significare che quei 7 tweet hanno esaurito il loro potenziale e non inducono più alla reazione. Il 19 arrivano pronti altri 2 tweet.

Dopo la pausa del 20 dicembre, il papa twitta 3 volte il 21. Infatti come si può vedere il numero di retweet ha un’altra piccola impennata (con un migliaio di retweet in più).

Il numero dei follower va dai 162.894 del 12 dicembre (considerando che il profilo era già attivo da giorni prima del tweet numero 1) ai 211.144 del 22 dicembre.

 

retwwet @pontifex

 

Contenuti ed errori di @pontifex_it

Dopo il primo tweet di saluto gli altri sono soprattutto domande («come possiamo vivere meglio l’Anno della Fede nel nostro quotidiano») con lo scopo magari di aprire una discussione. Oppure si tratta di inviti alla preghiera e alla riflessione o verità teologali (di fede-speranza-carità: non dogmi!).

Si può dire quindi che l’intento di comunicare attraverso brevi frasi (massimo 140 caratteri) senza venire meno alla densità e dal valore dei contenuti ha ottenuto i buoni risultati. Infatti i tweet non sono affatto scadenti a riprova che Twitter è un social network tutt’altro che votato alla superficialità e che il valore del contenuto non deve essere solamente presente nel link  che rimandi a uno spazio-contenuto comunicativo più ampio (che sia il blog dell’autore del tweet o un articolo di giornale on-line). I collaboratori del papa sono ovviamente dei buoni comunicatori!

Ciò che però lascia perplessi è il problema atavico dell’istituzione: l’eccessiva freddezza, o meglio, distanza dell’atto comunicativo. Anche la stesso ritmo altalenante con cui vengono pubblicati i tweet fa percepire questa attività come se fosse di passaggio. Ovvero come si trattasse di un novello iscritto al social network che si connette di tanto in tanto e quindi solo in quelle particolari occasioni sfoga il suo desiderio di comunicare.

Inoltre si ha l’impressione che si tratti di una comunicazione troppo unidirezionale. I contenuti sembrano lasciati a sé stessi e in balia dei critici e ironici commenti degli anticlericali e degli atei che ricevono risposte da parte dei credenti. Un botta e risposta i forma di tweet che lascia il tempo che trova, visto che i primi lanciano molto spesso accuse tanto vuote quanto irruenti (digiuni di ogni competenza e conoscenza in materia religiosa), i secondi invece rispondono con maldigerite verità filtrate dai catechismi serali.

Ciò che @pontifex (quindi chi si occupa del profilo) dovrebbe fare è: twittare con maggiore regolarità (potersi aspettare il tweet del papa e non potersene dimenticare), rendere i tweet più coinvolgenti per i cattolici e non solo facile bersaglio per gli anticattolici/anticlericali o altro, inserire link a contenuti di approfondimento (non noiosi però!!!) come ad esempio interventi su riviste o video di figure importanti della Chiesa di oggi e ieri che sono presenti in rete o creati ad hoc.

Insomma, che @pontifex possa essere un luogo di ritrovo, un filtraggio di contenuti di interesse per cattolici e non solo.

Instagram vende le nostre foto dal 16 gennaio

[Anzi, dice che non lo farà, ma ogni considerazione social  è valida comunque.]

Che le nostre, azioni, spostamenti, sogni e desideri, serate, vacanze e hobby fossero diventati pubblici lo sapevamo. E non che la cosa finora ci abbia dato fastidio. Anzi, una volta diffusi gli strumenti (fotocamere digitali in ogni borsa, smartphone in ogni tasca) e gli ambienti social (network sociali di ogni risma) non abbiamo fatto altro che correre dietro ad ogni novità figa e risolutiva (nei sensi più ampi e utilizzabili dei termini).

Ma quanti, anche tra i più entusiasti, non hanno mai pensato che prima o poi una scelta vera e consapevole avremmo pur dovuto farla, noi miseri utenti: decidere se veramente ce ne freghiamo della privacy e quindi di tutto ciò che mettiamo in rete purché ci sia una reward (un like, un commento, un retweet, …) oppure ci siamo lasciata prendere un po’ la mano e forse sarebbe il momento di smetterla.

E forse il momento sta arrivando? Instagram è stata acquistata da Facebook – e questo lo sappiamo – per un sacco di soldi ed ora il social network di Zuckerberg (che è il social network di 1 miliardo di persone) ci dice che le nostre foto – quelle che abbiamo su Instagram e che postiamo su Facebook – dal 16 gennaio possono essere tranquillamente vendute a terzi, senza che si venga messi al corrente.

Interessante. Se dieci anni fa in Italia ci avesse chiesto se avremmo voluto oppure no, beh, non ci sarebbe stata ombra di dubbio: questa diavoleria sarebbe potuta andare al diavolo. Ma oggi, che Facebook e Instagram fanno parte della nostra vita …

Già, è vero possiamo cancellare il nostro account Instagram (per esportare le foto si può usare Instaport) ma … lo faremo? E poi, io un’altra domanda me la faccio: i tipi di Facebook sono così dannatamente sciocchi da spendere un mucchio di soldi per Instagram e poi vederlo sgonfiarsi di utenti e contenuti? E non per mancanza di appeal intendiamoci, ma per un “invito alla fuga” ….

Chi vuole cancellare il proprio account Instagram, può riflettere su questa pagina.

Certo, dopo che Instagram ha deciso di “allontanarsi da Twitter” gli utenti si erano già indispettiti e adesso che lo stesso Twitter lancia la sua applicazione per le foto si può immaginare che alcuni faranno a meno di Instagram. La rete è libera, si dice, e quindi liberi siamo di usare il servizio che vogliamo.

Sono certo che molti utenti Instagram non verranno nemmeno a conoscenza della maldestra decisione. Altri la dimenticheranno. Altri ancora se ne fregheranno. E credo che già siamo al 50%.

Aspettiamo quindi di trovare la bella tavolata della cena di classe con ragazzi e ragazze in tiro per dimostrare l’occasione persa al compagno/a corteggiato per anni, in una foto sul sito dell’importante ristorante della riviera. Ma in fondo, le pagine Facebook dei locali sono già piene di foto che ci ritraggono più o meno consenzienti, più o meno consapevoli.  E che in qualche modo costituiscono pubblicità per il locale e che possono essere usate da chiunque.

Ammettiamolo: già siamo stati educati alla nostra pubblicazione, con immenso piacere e divertimento. Che qualche uso in più, e magari photoshoppato ci farà arrabbiare così tanto, per ora, da farci cancellare da Instagram proprio durante le feste di Natale quando abbiamo un mucchio di cose a cui pensare. Come fare le foto, postare, scartare i regali, taggare, fare le foto, uscire a cena, fare le foto, commentare, condividere, …

Primarie Pd: la presenza di Bersani, Renzi, Vendola nei social network (Facebook e Twitter)

Con 3 milioni e centomila cittadini (da moltiplicare x 2 €) andati al voto per le primarie, il centrosinistra ha vinto il primo confronto con la politica. Se qualcuno poteva pensare nella vittoria dell’astensionismo, in buona parte dovrà ricredersi visto che il numero di votanti non è sceso rispetto a quello delle primarie del Pd del 2009 quando si sfidarono Bersani e Franceschini.

La seconda vittoria è quella dei due candidati che per ora escono vincenti dalle primarie: Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. Bersani, con il suo 44,9%, perché ha ottenuto la percentuale maggiore di voti, Renzi (35,6%) perché si conferma come una forza importante del Partito Democratico. Ciò significa che qualunque sarà l’esito del ballottaggio delle primarie del centrosinistra previsto per del 2 dicembre, nessuno dei due candidati potrà fare meno dell’altro nel costruire la coalizione che si dovrà confrontare con il candidato premier del centrodestra. Ciò significherebbe venire meno ai numeri che i cittadini hanno imposto all’attenzione del partito democratico.

Ma anche quando si parla di numeri, in Italia si è sempre imprecisi. Sembra infatti che i dati che sono stati proposti da Nico Stumpo (coordinatore nazionale delle primarie del centrosinistra) alla trasmissione di Agorà di questa mattina siano diversi da quelli sostenuti da Nicola Danti (del Comitato nazionale Matteo Renzi) che vedono un margine più basso tra i due candidati, fermo restando il primato di Bersani su Renzi e la necessità del ballottaggio. E Matteo Renzi da Twitter richiede i dati ufficiali: «Basta mettere on-line i verbali dei seggi».

Molto importante è però comprendere quanto il risultato di questa campagna sia dovuto a una presenza attiva sui social network come Twitter e Facebook da parte dei candidati Pierluigi Bersani, Matteo Renzi, Bruno Tabacci, Nichi Vendola e Laura Puppato.

Vincenzo Cosenza con Blogmeter e il Politecnico di Milano ha analizzato proprio questi dati dall’inizio di Novembre al 24 Novembre, il giorno prima della votazione per le primarie del centrosinistra. Come già ha avuto modo di notare, i confronti televisivi riescono a innescare un fenomeno di social tv. Durante programmi televisivi particolari – come nel nostro caso il confronto su Sky tra i candidati leader del Pd – l’attività sui social network si fa più intensa tra post, tweet e retweet.

In prossimità delle primarie del Pd, Renzi e Vendola sono i candidati che hanno avuto un numero maggiore di nuovi fan su Facebook e follower su Twitter. Ciò può significare che molti sostenitori (o anche solo degli interessati) sono divenuti consapevolmente tali nell’approssimarsi dell’impegno del voto delle primarie e hanno così iniziato ad “ascoltare” più frequentemente la voce dei candidati. O che perlomeno abbiano iniziato a seguire in maniera più ravvicinata uno o più candidati leader costruendo un dialogo con altri sostenitori più o meno convinti, o anche critici.

Importante è inoltre il dato relativo alle reazioni innescate sui social network in base ai post e tweet pubblicati dai candidati. Matteo Renzi è il politico del centrosinistra che riesce a “scatenare” il maggior numero di reazioni (al secondo posto Nichi Vendola): quindi quello che dice è più degno di essere retwetato, commentato, condiviso, … L’infografica con tutti i dati la si può trovare qui.

Per quanto siano dati in continuo movimento può essere interessante fare un altro tipo di confronto. Nichi Vendola è il politico del centrosinistra che twitta di più seguito da Bersani e poi da Renzi. È inoltre il politico che ha il maggior numero di follower seguito da Renzi e da Bersani. Curioso è poi notare che ad oggi Renzi ha 1/68 dei following di Vendola (30.793) e il distacco quasi raddoppia (1/119) se messi a confronto a quelli di Pierluigi Bersani (56.624). Che Renzi non abbia bisogno di seguire molto per essere seguito di più? Su Facebook Vendola è invece il politico del centrosinistra ad avere più Mi piace (pagina istituzionale), ad oggi più del doppio di quelli di Renzi (202.365) e 6 volte di più di quelli di Pierluigi Bersani (83.723).

Probabilmente nelle prossime settimane l’attività dei politici del Pd sui social network continuerà a essere serrata, soprattutto da parte di Bersani e Renzi che andranno al ballottaggio il 2 dicembre. Vedremo chi la vincerà alle urne e che uso faranno dei social network più utilizzati in Italia dagli utenti.