L’Italia, L’Europa, il futuro, Beppe Grillo e il Movimento 5 stelle

Sia dal di fuori che dal di dentro, dalle pagine dei giornali e durante le discussioni nei bar, nelle chiacchierate con i turisti e con gli amichetti e le amichette dell’Erasmus, l’Italia è sempre stato un paese originale, ma originale per il suo disastro.

Ha tesori che non sfrutta, una classe politica ridicolmente cieca, malavita, lentezze, cedimenti, crolli,  …. una paese che amiamo ma che non ci piace, e che spesso ci costringe ad andarcene.

Mai al passo con gli standard culturali europei, noi conosciamo poco e male l’inglese (o per niente), siamo poco informatizzati (per le cose serie), le nostre piccole e medie imprese spesso non si fidano di chi dice troppe parole in inglese davanti a uno schermo (e magari fanno anche bene).

Ma qualcosa è successo e si dovrebbe tenere conto: il risultato ottenuto dal Movimento 5 stelle alle ultime elezioni. Evitando il discorso politico, l’Italia è forse l’unico paese in Europa ad aver dato fiducia a un progetto di marketing digitale così ben strutturato, ha dato fiducia a evangelizzatori del web, a gente casual, alla democrazia on-line, …

Pensateci.

Gli americani hanno scelto un giovane avvocato di colore, nemmeno loro si sono sognati di mandare al governo Larry Page, o Bill Gates o Steve Jobs. (Anche se Schwarzenegger ….).

Il paese arretrato ha scelto una forma politica che ha del profetico, e che comunque proietta la politica avanti di diversi anni. Oppure dovremmo provare a inserire questo fenomeno all’interno del berlusconismo (quello di Berlusconi e non dei suoi processi), capirne lo stile, interpretarne il successo.

Provateci, ne scoprirete delle belle.

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt. 3)

Non mi interessa la cultura. Non mi interessano i valori pro-sociale. Mi interessa una sola cosa: se la gente guarda o no il programma.  Questa per me è la differenza tra bene e male.

Dirigente Cbs


Al di là del bene e del male c’è quello che le persone scelgono. Un partito, per vincere le elezioni, deve essere votato e per essere votato è necessario che venga percepito come buono e giusto: «meno tasse per tutti» e «per un nuovo miracolo italiano» sono promesse-slogan che danno ragione. «Forza Italia non è un movimento di massa cresciuto spontaneamente nella società civile. È un’azienda che, grazie alla peculiare ramificazione della propria agenzia pubblicitaria (Publitalia), si trasforma in partito. […] il motivo che sembra emergere maggiormente è una sorta di “populismo”, declinato prima nelle forme antipolitiche del self made man e del pragmatismo d’impresa, poi nell’identificazione tra vittoria elettorale e mandato in bianco consegnato dagli elettori»[Gozzini, 2011, p. 155]. Sono promesse che acquistano maggiore forza se si crea un nemico comune – il comunismo – che invece vuole contrastare questa mission. Un «anticomunismo d’antan» rispolverato per poter parlare a un elettorato formato da democristiani, liberali, socialisti craxiani che dopo Tangentopoli è rimasto senza un leader politico. Di conseguenza chi si oppone deve ricompattarsi creando un altro nemico: il «berlusconismo».

Gli italiani della televisione – di qua e di là dello schermo – non si riconoscono nella politica (e questo Berlusconi lo sa, infatti quando parla all’italiano si riferisce ai suoi interessi), ma in beni di consumo e idoli, che non sono le rockstar – quelle per cui ci si strappa i capelli e si sfila via il reggiseno – ma gente normale che “riesce”. A fare cosa? Cantare, ballare o semplicemente rimorchiare qualcuno o ridicolizzarsi alla tv. Si costruiscono micromondi nei quali lo spettatore è immerso, e si trova in compagnia non di personaggi over the edge, ma di ragazze che si allenano per vincere una competizione sportiva, di giovani che sognano di incidere un album o di vincere il Grande Fratello e portarsi a casa un po’ di soldi, essere ospite di qualche discoteca o magari trovare un lavoro. Per Gozzini questo stare in poltrona a “vedere chi vince” nel microcosmo della casa del Grande Fratello (o altri reality), è un po’ come seguire la campagna elettorale, come uno show, dal quale deve venir fuori un vincitore, uno che è “riuscito”.

Intanto la mutazione individualista della baby boom generation ha lasciato «il campo a una nuova generazione assai più globalizzata nei consumi e negli stili di vita, ma anche assai più incerta rispetto al futuro […] La neotelevisione commerciale aiuta a vivere in questo mondo instabile: frammenta i significati e riduce la complessità, costruisce miti del successo individuale attraverso la celebrità facile, reclamizza beni di consumo come sostegni delle identità personali». Nonostante l’incertezza sul futuro la nuova generazione digitalizzata, e quella nuovissima dei «nativi digitali, si allontana parzialmente (ma sembra progressivamente) dalla dipendenza dal sistema di broadcasting televisivo e sceglie i mezzi di comunicazioni basati sul modello narrowcasting, tipico di internet e in generale dell’offerta di contenuti differenziati in base all’utenza.

Almeno dal 1991, con il volume Writing space di J. D. Bolter sappiamo che i nuovi media non cancellano i vecchi, ma vi si affiancano costringendoli a mutare. Non scompare quindi la tv generalista di massa, ma nasce la pay tv: offerta maggiore e su misura di utente. E compri solo quello che vuoi vedere.
Teoria attinente alla pay tv, come ai contenuti web, è quello della «coda lunga» (long tail), espressione coniata da Chris Anderson nel 2004, con un articolo apparso su Wired, la rivista da lui diretta. Riducendo il concetto all’osso: i consumi di nicchia (in generale quelli che interessano poche persone), vari e diversificati, se presi insieme, sono in grado di rivolgersi a un numero di utenti altrettanto ampio di quelli che si raccolgono intorno alla tv generalista di massa e quindi è possibile distribuire in maniera più mirata le proprie risorse e gli spazi degli inserzionisti, per creare programmi specifici per pubblici specifici. La tv generalista infatti è costretta, per ragioni economiche, a trascurare molti utenti e i loro gusti e interessi (dai documentari, alla storia, dalla tecnologia ai viaggi, agli sport di scarso interesse nazionale).

Intorno alla «coda lunga» dei vari interessi, si vanno formando quelle minicomunità, che però sono nazionali o globali, la cui formazione e incontro è agevolato dalle possibilità offerte della rete internet. Blog, forum, community, social network, siti legati a un programma tv, a una fiction, a un canale tematico, aumentano le possibilità di interazione sia con i contenuti, sia con altri utenti.
Un’altra sfida è già da tempo nell’agenda politica: interpretare e saper comunicare con questa società non suddivisa in classi, ma formata da individui e dalle diverse comunità di interessi alle quali partecipano.

Leggi la pt.1 e la pt. 2

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.2)

 

«Chi è ‘sto Berlusconi?» chiesi in giro. «Un palazzinaro che non capisce niente di televisione», mi risposero.  

 Mike Bongiorno

 

Agli inizi degli anni ’80 il primo ministro inglese è Margaret Thatcher (in carica dal 1979 al 1990), il presidente Usa è Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989), la Cina è guidata da Deng Xiaoping (dal 1978 al 1992) mentre in Italia il governo più longevo è stato quello Craxi a partire dal 1983 al 1987.

In questi anni viene meno l’egemonia del keynesismo in economia, in favore di una maggiore attenzione all’inflazione, evitando l’espansione della spesa pubblica per far fronte alla disoccupazione. L’ossessione numero uno diventa il pareggio dei conti pubblici e si cerca di dare nuovi impulsi all’imprenditoria privata e alla libera concorrenza. Si punta alle liberalizzazioni commerciali  e a un minor ruolo economico dello Stato. Cambia il lavoro. Si parla di Mcjobs: lavori atipici e temporanei (il friggitore di patatine da McDonald’s, per intenderci) che oltre a frammentare la propria identità, frammentano anche il quotidiano e il proprio futuro. Dai sondaggi della fine degli anni ’80 emerge che per gli italiani conta «il benessere della famiglia, condurre una vita sana e regolata, l’amicizia, possedere una casa propria, affermarsi con i propri mezzi, leggere studiare conoscere, migliorare le proprie capacità, conquistare la stima degli altri, trovare un posto di lavoro sicuro, saper risparmiare. Agli ultimi posti figurano invece condurre una vita avventurosa, avere cariche e responsabilità pubbliche». E sono valori interclassisti.

Gli italiani hanno poca fiducia nel pubblico, e nel progetto sociale condiviso e proteso verso il futuro: pensano al benessere personale, un benessere che deve essere mostrato e condiviso. Vivono l’illusione televisiva di essere qualcuno senza essere nessuno e senza dover sapere almeno quel qualcosa necessario per rispondere alle domande di Mike Bongiorno al telequiz Lascia o raddoppia? (quelle che fecero impazzire il prof. Nicola Palumbo in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, film del 1974): basta saper o non saper fare qualcosa e partecipare alla Corrida.

Chi riesce ad interpretare la mutazione individualista e la frammentazione degli italiani è, secondo Gozzini,Silvio Berlusconi, in un contesto nel quale anche la politica entra nella competizione frammentata e costosissima della televisione. Silvio Berlusconi, uno che con la televisione aveva poco a che fare. Almeno fino a quando non compra 500 film della Titanus da mandare in onda su Telemilano (dal 1980 si chiamerà Canale 5), la rete privata di Milano 2, il quartiere residenziale messo su dall’imprenditore edile Silvio Berlusconi. Ma la vera svolta è la fondazione di Publitalia nel 1979. La concessionaria di pubblicità fa capo a Fininvest (la holding che raccoglie tutte le attività di Berlusconi) e non è quindi esterna all’azienda come avviene per la Rai, le televisioni locali e quelle estere. Ciò permettere di proporsi come partner dell’inserzionista, creando degli spazi pubblicitari all’interno dei programmi, dove il prodotto è reclamizzato dal presentatore stesso.

Intanto Calimero è morto, e sono arrivati i Puffi a sostituirlo. La Fininvest sforna Drive In (1983) e la Rai risponde con Quelli della notte (1985) e Indietro tutta (1987). Drive In è la prima creatura di Antonio Ricci che nel 1988 partorisce Striscia la notizia con il Gabibbo «alfiere dei sentimenti popolari contro i potenti ma anche testimonial pubblicitario». È una televisione provocatoria, parodica, decostruita, frammentata e fatta di sé stessa (vedi anche Blob, programma di Enrico Ghezzi e Marco Giusti in onda dal 1989). Come nota Gozzini «il posto della televisione materna e pedagogica del monopolio viene preso dalla neotelevisione commerciale, con i suoi tratti distintivi: la serialità ripetitiva, la conversatività affabulatoria, la proposta trasgressiva, l’esercizio demenziale. Tutti linguaggi mutuati dalla pubblicità».

leggi la pt. 1 e la pt. 3

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Silvio Berlusconi su Twitter con Forza Italia 2.0

Silvio Berlusconi vuole dare nuova vita alla sua immagine e a quella del partito usando i social network, iscrivendosi a Twitter (dove finora non c’è stato nessun account ufficiale) creando il profilo di Forza Italia 2.0: nuova realtà politica o solamente un bacino di tweet e retweet?

Dopo il crollo del suo ultimo governo, Silvio Berlusconi appare e scompare dalla scena politica italiana, lasciando presumere una certa indecisione sul da farsi. Ora sembra sostenere la possibilità di un Monti nelle file del centrodestra, ora sembra puntare tutto su Angelino Alfano. Questi dal canto suo non ha l’aria di “funzionare” a dovere e nel frattempo si candida per le primarie una squadra di calcio …

Intanto Berlusconi ha intenzione di puntare molto sulla comunicazione digitale e i canoni del 2.0. Da abile comunicatore politico quale è sempre stato e da magnate delle telecomunicazioni e dell’editoria, un po’ stupisce che solo ora decida di sfruttare le potenzialità di internet e dei social network applicate alla politica e alla propaganda.

Il profilo Forza Italia 2.0 riprende il nome del primo partito fondato da Silvio Berlusconi con il quale vinse le elezioni nel 1994 con l’aggiunta del 2.0 che vuole dare una veste nuova a quella idea iniziale di politica per l’Italia. Non a caso molti sostenitori rimpiangono da tempo lo spirito del ’94 e sicuramente in quel contesto Forza Italia era riuscita a raccogliere attorno a sé molti giovani.

Dal 17 Novembre – data del primo tweet – conta 1119 follower, 2001 following e 62 tweet, con una media di 5,5 al giorno.

Silvio Berlusconi sarà presente su Twitter solo con il profilo di Forza Italia 2.0 o si impegnerà in qualcosa di più personale, mettendoci la faccia? Intanto su Twitter c’è l’hashtag #BerlusconiSuTwitter.

La realtà di Forza Italia 2.0 (e l’accoglienza dei twitter) non sono le uniche presenti su Twitter a essere legate in qualche modo a Berlusconi. Infatti il social network di microblogging ha decine di profili fake dell’ex presidente del consiglio e leader del Pdl. Alcuni sono internazionali (olandese, arabo, inglese, …) altri sono morti senza un tweet ormai da mesi o addirittura da anni. Quasi tutti però sono ironici o sono delle prese in giro per Berlusconi o anche per gli utenti. Abbiamo così profili che si definiscono «ufficiali» e governativi e che raccolgono follower senza twittare mai nulla. Oppure che prendono ispirazione dai capitoli più nefasti della storia dei vari governi guidati dal Cavaliere facendo riferimento agli scandali sessuali. E sembrano essere proprio questi i profili di maggior successo.

Uno dei profili Twitter di Berlusconi che prende spunto dagli scandali sessuali, ma che non parla di Berlusconi. https://twitter.com/bungaorbust

Molto spesso questi profili fake non seguono un profilo di satira intelligente e nemmeno hanno una funzione di osservazione o indagine politica. Alcuni usano la figura di Berlusconi e gli scandali che lo hanno accompagnato per raccogliere follower, pubblicizzare i propri siti (per prendere un po’ di pubblicità) e far circolare contenuti di vario genere.

Resta il fatto che finora, chi avesse cercato Berlusconi su twitter avrebbe trovato solo le sue parodie.

Intanto cerchiamo di capire quale sarà il futuro di Forza Italia 2.0. Un partito o un movimento all’interno di una coalizione? Sarà un profilo Twitter fertile e vivo o smetterà di cinguettare presto?