Guarda tocca vivi di Claudio Risè – Sperling & Kupfer 2011

È curioso vedere una simpatica bimba di tre anni con in mano uno smartphone. Molto interessante è osservare come confronta le sue esperienze di vita, conoscenza e apprendimento con una realtà digitale che lei si trova a gestire in prima persona. Al di là delle telefonate finte a imitare i più grandi (cosa che sempre i più piccoli hanno fatto), la bimba guarda delle foto e riconosce persone a lei più o meno familiari. Ma c’è di più: quando la si lascia “sfogliare” quelle foto su uno schermo touchscreen lo fa imitando il gesto di chi la guida in quella scoperta, ma ci mette tutta la sua forza e con una pressione dall’avambraccio all’indice preme fortemente lungo tutta la base dello schermo, nonostante la si inviti dolcemente ad ammorbidire la manina. Lei sposta quei pixel proprio come ha già fatto più volte con un album di foto o come qualsiasi altri cosa fisica che doveva essere spostata per lasciare spazio a un’altra.

Prima si nasce e solo dopo si diventa (tecnologicamente) digitali.

Fin da piccoli i sensi sono molto importanti per la nostra crescita, il nostro sviluppo e per la conoscenza della realtà circostante e degli altri. Questa condizione – sia degli animali che dell’uomo seppur in modo più complesso – è il punto di partenza dell’ultimo libro di Claudio Risé, psicoterapeuta e docente, dal titolo Guarda, Tocca, Vivi. Ma anche il suo punto di arrivo poiché proprio con la ri-scoperta consapevole di questa sua condizione, secondo Risé, l’uomo potrebbe vivere più felicemente a contatto con la realtà materiale, in un’epoca dove tutto sembra volgere verso il virtuale.

L’autore tratta molto ampiamente il tema passando attraverso la letteratura, la filosofia, il cinema e poi la neurologia, l’anatomia, pratiche terapeutiche che hanno alla base l’uso dei sensi (ascolto di musica, lavori manuali …), sempre facendo riferimenti alla nostra società reticolare della comunicazione, ai suoi prodotti più o meno culturali e a quelle forme identitarie collettive e individuali come le cybersette, gli emo, gli hikikomori. Il tutto cercando di far comprendere quanto fenomeni apparentemente distanti e scollegati tra loro siano in realtà frutto di diverse società che si confrontano con un mondo in corsa e senza troppo scavare dentro ogni fenomeno, visto anche il prodotto editoriale accessibile. Non a caso, la copertina è tutt’altro che sobria con gli imperativi del titolo su sfondo bianco a occupare quasi tutto lo spazio e scritti in tre caratteri diversi e con altrettanti diversi sfondi e sui quali si posano farfalle, girasoli e palloni colorati. Ciò a richiamare la particolare attenzione del testo all’infanzia e all’adolescenza, età della scoperta, della crescita e della formazione di un individuo che si confronta con il mondo e con l’altro attraverso i sensi e che modella l’identità di quello che altrimenti sarebbe solo un corpo vuoto.

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Il volume inizia con l’analisi di uno dei sogni più diffusi tra l’uomo di oggi «quello di trovarsi in cammino con altre persone e accorgersi improvvisamente che non hanno un vero volto: il loro viso è coperto da pelle non definita, in cui a malapena si distinguono le fessure degli occhi e del naso». Concetto chiave è la «spersonalizzazione» di un individuo che non è ben definito, di una persona che non si è formata perché i suoi sensi, i suoi strumenti di contatto con il mondo, non sono ben sviluppati. E la società di oggi porta a nuovi tipi di nevrosi, diverse dalle identità duplici o molteplici che avevano caratterizzato l’uomo dell’800 e del ’900 (Dott. Jekyll e Mr. Hyde, Uno nessuno e centomila …), infatti «le caratteristiche della società postmoderna quali l’indebolimento del corpo e dei sensi, la crescente dipendenza dagli altri e dai modelli collettivi, lo sbiadimento della maggior parte delle esperienze sensoriali a favore del guardare immagini, informazioni e proposte preconfezionate, l’allontanamento dal corpo delle esperienze ritenute significative tendono ad accentuare i processi di omologazione e indebolimento della personalità, mentre il senso di sé è il più personale di tutti, quello su cui si fonda l’irripetibilità e la diversità di ogni individuo».

Le «proposte preconfezionate» riguardano tutto ciò che concerne il gusto, quindi anche il cibo – con i fast-food e il cibo industriale che omologano i gusti – e la stessa attività di fare la spesa, attività sempre meno fisica e tattile (quando avviene on-line) con ogni cibo sempre più lontano, “nascosto”, per così dire, dietro la pellicola di plastica, le varie scatole e confezioni. Proposte di questo tipo possono anche essere prodotti culturali (televisivi, festival …) e di viaggio, non solo in riferimento ai villaggi vacanze – a loro modo dei non-luoghi immersi in luoghi e realtà diversissimi – ma anche il diffuso desiderio di immergersi nella natura, che se veicolato da immagini e campagne pubblicitarie falsificatrici, è solo la vendita turistica modaiola dello sguardo sulla natura («con travestimenti elitari» dice Risé) invece che dell’esperienza di questa, che tra l’altro è sempre più assente anche tra chi cresce in realtà rurali.

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