Big Data – Questioni di privacy – Libertà vigilata di Bernabè

You have zero privacy anyway. Get it over

Scott McNealy, Ceo di Sun Microsoft,  1999

 

Da qualche mese gira su Youtube (ovviamente!) uno spot tanto ben costruito quanto indicativo ed efficace. Delle persone, uno alla volta, entrano in un tendone dove li aspetta un sedicente mago il quale, tra un sospiro spiritualista e una posizione yoga, riesce ad avere molte informazioni sulla vita dei malcapitati, e le svela senza indugi, con lo stupore dei malcapitati.

Lo spot è di indubbio effetto e vuole sensibilizzare gli utenti della rete sulla diffusione dei loro dati e sul possibile uso di questi da parte di terzi. Infatti, alla fine dello spot si svela l’arcano: il “mago” è collegato con una equipe di tecnici informatici incappucciati che monitorano la rete a caccia di qualsiasi informazione sugli increduli. Come a dire: ma vi rendete conto quante cose si possono sapere su di voi facendo qualche ricerchina in rete? E: immaginate quante cose possono sapere quelli che progettano questi strumenti interconnessi?

Il tema è uno tra i più discussi e travagliati e investe i social network, (per primo Facebook visto che ha più iscritti di tutti). Ciò che colpisce è che queste problematiche non abbiano interessato fortemente l’opinione pubblica al nascere dei fenomeni social, 2.0 e “reticolari” più moderni.

Le possibilità e le modalità comunicative offerte dai social network hanno vinto qualsiasi dubbio sulla “messa in onda di se stessi”. E come spesso è accaduto per le start-up informatiche nate dal nulla e arrivate in grande stile in borsa, si è ben pensato come prima cosa di raccogliere molti utenti. Il più possibile, se la formula si rivela vincente. Tanto che nel 2010 Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook poteva dichiarare che i giovani del nuovo millennio avevano un’idea della privacy diversa da quella dei loro genitori. Impresa complessa è capire quale sia questa idea, soprattutto in caso di una mancata consapevolezza.

Di recente uscita e molto interessante per costruire un dibattito altrimenti poco vivo in Italia, è il libro di Franco Bernabè Libertà vigilata. Privacy, sicurezza e mercato nella rete. Bernabè mette in guardia dai pericoli che possono nascere in una società che si presume democratica ma dove non sono difese la riservatezza e la sicurezza delle informazioni personali. Non si tratterebbe quindi solamente di una problematica inerente il mondo della comunicazione, ma anche quello della politica e dei diritti umani. L’approccio critico di Bernabè si fonda però anche su questioni di tipo imprenditoriale, visto il suo ruolo in Telecom Italia come amministratore delegato. Per Bernabè infatti, la crescita enorme e improvvisa di colossi come Google e Facebook è stata possibile oltre che per le formule di successo, anche perché tali aziende rispondono alle leggi Usa e non della Ue, e per la loro diffusione hanno sfruttato le linee di comunicazione già esistenti senza dover investire in infrastrutture. In poche parole i fornitori di servizi via internet – quelli che Bernabè chiama «Over-the-top», come Skype, Google e Facebook – si sono fortemente affermate non tenendo conto delle regolamentazioni europee riguardo le comunicazione internet come invece altre aziende che hanno sede nei paesi dell’Unione come l’Italia.

bernabè libertà vigilata laterza

«Ripensare internet» quindi, come il titolo dell’incontro che si è tenuto il 27 novembre scorso all’Università Bocconi, con un dibattito al quale hanno partecipato tra gli altri lo stesso Bernabè, Antonello Soro (ex-politico e ora membro del Garante della privacy) e Juan Carlos De Martin (docente al Politecnico di Torino presso il Dipartimento di automatica e informatica e firma de La Stampa). Ripensare internet sulla base di criteri nuovi, chiari, precisi e riconosciuti dalle realtà politiche e dalla comunità degli utenti. Gli attori protagonisti della rete, piuttosto, hanno sempre sfruttato l’aspetto epico, eroico e libertario della rete, incontrando il favore di chiunque volesse diffondere un qualsiasi contenuto o conoscenza, passione, idea, capacità.

Si tratta di proposte che a livello istituzionale possono trovare spazio su qualche tavolo – vedi la conferenza internazionale sulle telecomunicazioni di Dubai – ma enormi difficoltà nella realtà pratica. Prima fra tutte quella di dover regolamentare l’operato di aziende che offrono prodotti di diffusione e successo planetari e non nazionali, che hanno un notevole potere economico (visto che la loro attività è legata a quella di qualsiasi altra: il marchio sportivo e la sua pagina Facebook) e che in breve tempo sono riusciti a cambiare la quotidianità e l’approccio alla realtà da parte degli utenti.

Bisogna riconoscere che il successo di queste aziende nel tempo è dovuto anche al fatto che, continuamente, risultano indefinibili in base a categorie circoscritte. Google è solamente un motore di ricerca? Facebook è solamente un social network? Amazon si occupa solo di e-commerce?

La verità, probabilmente, è che la società arranca dietro l’innovazione tecnologica accettandola con i suoi pro e i suoi contro, non senza difficoltà nel comprendere il valore di alcuni fenomeni. Ciò mentre le grandi società della “rivoluzione digitale” hanno sconvolto il sistema culturale ed economico senza chiedere il permesso a nessuno.

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