Graph Search di Facebook – motore di ricerca che piace poco in borsa: agli utenti?

Vi siete messi in lista d’attesa per Graph Search? Potete farlo qui

Graph Search è il nuovo motore di ricerca di Facebook che permette di confrontare i dati contenuti in tutti i profili che gli utenti hanno reso pubblici. Come intuibile il motore di ricerca non agisce sull’intero web ma solo nella mega-rete di Facebook.

Attenzione: in tutto Facebook non solo tra i propri amici (altrimenti che senso avrebbe?).

Il funzionamento è molto semplice. Si scrive sulla barra gli elementi comuni tra più profili iscritti. Ad esempio posso cercare chi è nato nella mia stessa città e ha studiato a La Sapienza. Oppure chi vive a Roma e gioca a tennis e ascolta Donald Fagen.

Niente di strabiliante né di rivoluzionario. Semplicemente potremo fare qualcosa in più con Facebook e magari sapere chi era quella ragazza che domenica sera prendeva l’aperitivo con Sara, una cara amica da anni. E poi chiederle l’amicizia su Facebook,  comprovata dal fatto che Sara è un’amica comune e scoprendo chissà quanti altri amici comuni di cui ricordiamo poco o nulla.

Ancora una volta c’è la privacy al centro di ogni novità messa in campo da Facebook. Già, perché un utente si potrebbe chiedere se essere indicizzabile oppure no. Tenendo presente che se vuole essere indicizzato con tutti i suoi dati e informazioni allora dovrà produrne, altrimenti sarà rintracciabile solo per un numero limitato di comparazioni di dati. Dovrà, in poche parole, renderli pubblici. Ammettiamolo: siamo proprio invogliati a farlo.

Perché non dovremmo? Perché non dovremmo provare a usarlo? Un po’ per curiosità, un po’ per utilità. Per emulazione saremo sempre più pubblici e sempre di più daremo a Facebook le chiavi d’accesso a noi stessi e nuove soluzioni per incrementare relazioni e scambi di condivisioni e like. Oppure potremo stufarci, progressivamente, di tutta questa storia. E a quel punto cosa ne sarà di noi? (di noi come profilo).

Immaginate i nostri profili che piano-piano si inaridiscono e ogni post è come il resto del passaggio di un vivente nel deserto: lì un impronta, là una carcassa.

Facebook che non vuole certo che questo avvenga ogni tanto ci stuzzica l’appetito sociale con qualche nuova trovata, ma questa sembra non aver convinto quasi nessuno (titolo -2% in borsa).

La legge levi (un anno dopo)

Il quartiere Belville di Parigi si trova nel XX arrondissement nella zona est della città. Se non fosse per il cimitero Père Lachaise (quello dove tra i tanti c’è anche James D. Morrison) e per aver fatto da scenografia per le dis-avventure del capro espiatorio Benjamin Malaussène (il più noto personaggio di Daniel Pennac), molto probabilmente il quartiere non sarebbe conosciuto internazionalmente per i suoi casermoni e per le anonime vie che si snodano al suo interno. Quartiere popolare ad alta percentuale di immigrazione, avvolge con odori di cucine multietniche che riempiono l’aria di una Parigi meno turistica, meno artistica, meno anni ’20.

In questa realtà vive una libreria indipendente, Le genre hurbain, con un assortimento concentrato su saggistica d’ampio respiro con particolare attenzione alle mutazioni urbane e sociali. Quindi non una qualsiasi libreria di varia, pallida fotocopia arrancante della libreria di catena votata al best-seller e al classico della letteratura in edizione supereconomica.

A raccontarci di questo gioiello è Ilaria Bussoni di DeriveApprodi (interessante realtà indipendente dell’editoria romana) durante l’incontro «Da una legge all’altra» organizzato in occasione di “Più libri più liberi” la fiera della piccola e media editoria che si tiene a Roma ormai da 11 anni. La legge al centro dell’incontro è la legge Levi sul prezzo del libro che limita lo sconto al 15% e che risale al settembre 2011.  Dopo un anno gli addetti ai lavori si ritrovano pubblicamente a discutere dei risultati e dei propositi futuri.

Il paragone con la Francia è quasi obbligato quando si parla di legge sul prezzo del libro, di libri e di lettura. Infatti, al di là delle Alpi una legge che regoli il prezzo del libro c’è già dal 1981, con un bel trentennio di anticipo rispetto all’Italia. Inoltre la Francia è un paese tradizionalmente  attento all’educazione alla lettura sin dall’infanzia e che sostiene realtà culturali come le librerie indipendenti che possono vivere lì dove una catena non investirebbe mai. Questo perché si riconosce al libro un ruolo sociale, civile e culturale che travalica lo stesso valore materiale del bene. E lo stesso discorso vale per la libreria, che è qualcosa di più di un semplice esercizio commerciale.

Dopo un anno, la legge Levi sembra comunque qualcosa che non riesce (e forse non è mai riuscita, perché troppo in ritardo) a reggere il passo con le problematiche che il mercato del libro presenta.

libri a scaffale

La prima difficoltà è quella relativa alla stessa applicazione della legge. Sul blog dei Mulini a vento (gruppo di editori indipendenti particolarmente attivi nel difendere il loro ruolo oltre che la loro azienda) si denunciano violazioni della legge nonché il disinteresse o il falso interesse da parte della classe politica verso queste realtà imprenditoriali a favore degli oligopoli editoriali che controllano tutta la filiera del libro, dall’ideazione alla distribuzione e alla vendita.

Oltre a quelle relative alla legge in particolare, parlare oggi di una legge per il libro in Italia apre a problematiche internazionali di vario genere e non puramente commerciale. Come le spinose questioni sul diritto d’autore (non solo sanzioni ma innovazione), l’Iva sui libri digitali (ora al 21%) e quindi la stessa denominazione del prodotto libro, la promozione della lettura attraverso biblioteche (anche quelle scolastiche e di quartiere) e, per quanto possibile, cercare di salvaguardare una varietà nazionale di editoria (nel senso più ampio del termine).

In Italia mancano degli strumenti normativi e una particolare attenzione a questo tipo di problemi. La politica attribuisce un certo immobilismo alla necessità di rispondere alle normative europee riguardo la materia. Ma intanto la Francia ha intrapreso la sua strada, abbassando l’Iva sul libro elettronico al 4% (invece del 21%) considerandolo quindi alla stregua libro cartaceo. E ciò non ha solamente un valore ai fini fiscali, ma anche della stessa percezione e interpretazione di un prodotto.

Come ha sottolineato Enrico Iacometti (Presidente del Gruppo dei piccoli editori Aie) la legge Levi è stata l’«aspirina contro una malattia grave». Qualcosa che non basta quindi, che necessita di studi più approfonditi, di analisi ulteriori e intenti comuni per migliorare le condizioni del malato. E sicuramente ora sarebbe il momento per discutere riguarda l’Iva sui libri elettronici visto che il settore, per quanto in forte crescita, costituisce ancora una bassa percentuale nel complessivo mercato del libro (1% del mercato trade) [fonte: Gdl].

Tutti, dai rappresentanti di categoria (presente anche Marco Polillo presidente dell’Associazione Italiana Editori) agli ospiti istituzionali (presente Paolo Peluffo sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il governo Monti) agli editori, convengono nella necessità di un intervento deciso e orientato al futuro.

Il sottosegretario Paolo Peluffo ha precisato che il governo Monti ha seguito la linea di coerenza con le direttive Ue e per questo non ha intrapreso scelte discordanti per quanto riguarda l’Iva sugli e-book. Il membro del governo ha inoltre sottolineato una realtà ancora più drammatica del caso italiano: la mancanza di lettori. Problema atavico ormai è la scarsa domanda di libri in Italia, la mancanza di cultura alla lettura, soprattutto in un paese che deve risollevarsi economicamente e deve proporre eccellenze a livello internazionale. Piuttosto, gli italiani che nel 2011 hanno letto almeno 1 libro sono stati 700.000 meno del 2010 e si tratta spesso di persone che devono essere riconquistate di volta in volta come lettori dal punto vendita, dall’editore, dall’autore, dal titolo.

È comprensibilmente difficile trovare una soluzione a questo problema. Non basta passare per i tortuosi banchi del Parlamento e giungere all’approvazione di qualche legge. Non basta finanziare realtà culturali e imprenditoriali (potrebbe essere necessario aiutare ad esempio per investimenti in strumenti informatici e nuove competenze necessarie, ma comunque significherebbe aiutare imprese importanti in difficoltà e non dare linfa vitale al settore). E soprattutto non basta fare spot che raccontino di come leggere sia fondamento della nostra cultura, formi la persona o sia un’esperienza unica che ci fa vivere esperienze nuove e inaspettate.

Sarebbe necessario essere in grado di offrire stimoli di lettura ad ognuno, e che questi continuino nel tempo. In Italia invece persiste quell’insana idea che i libri abbiano a che fare solamente con lo studio e che terminata questa necessità venga meno il rapporto con i libri. Oppure che leggere sia un’attività di evasione, un diletto, un vezzo volto alla “cultura personale”. Forse la promozione della lettura dovrebbe partire proprio da questo: da una corretta interpretazione dell’attività di lettura. Ed è necessario che tutti si impegnino a partire dalle scuole (ma sia le maestre elementari che i docenti universitari dovrebbero essere dei lettori) e dalle famiglie (ma in famiglia c’è spazio per la lettura?), e poi negli ambienti di lavoro pubblici e privati che hanno bisogno di cervelli e idee. Inoltre gli stessi lettori dovrebbero essere i primi promotori, avendo così molto di più da condividere (non solo tra loro ai circoli di lettura o nei blog letterari). E finalmente si aiuti a capire che leggere è utile per avere quegli strumenti necessari per comprendere questo mondo e non per evadere e fuggirlo.

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Della Legge Levi ne avevo già parlato a suo tempo qui

L’UOMO E LA MELA (in memoria di Steve Jobs)

Quando Dio soffiò la vita all’uomo, la sua più bella creatura, non gli assegnò compiti difficili oltre  quello di essere un giardiniere, un compito decisamente alla sua portata. Al fine di provare la fiducia e la diligenza di questo giardiniere e di quella che poi sarebbe stata sua consorte, il Creatore impose come limite di non mangiare i frutti di un albero. Un limite a dire il vero ragionevole se si considera che l’uomo avrebbe potuto mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino tranne uno, l’«albero della vita» o «l’albero della conoscenza del bene e del male». Ma egli ne mangiò, altrimenti noi non ne sapremmo nulla.

Think different”, uno degli slogan storici della Apple, riesce a racchiudere l’essenza di un marchio che non fabbrica e vende solo prodotti, ma anche idee: think. Idee che sono diverse e quindi diverso deve essere il modo di pensare, diverso il modo di vedere, diversi gli strumenti che ci fanno arrivare a queste idee. Nel 1997, la fortunata campagna pubblicitaria invase i mezzi di comunicazione video e stampa con un elegante bianco e nero e il susseguirsi (per il video, su carta sono ovviamente ritratti singoli) di immagini di personaggi del calibro di Albert Einstein, Bob Dylan, Martin L. King, John Lennon, Maria Callas, Mahatma Gandhi, Alfred Hitchcock, Pablo Picasso e altri. La voce in sottofondo (nella versione italiana è quella di Dario Fo) presenta queste figure non tanto per ciò che hanno fatto e quindi ciò per cui sono ricordati (musica, cinema …) ma come persone qualunque che sono diventate uniche perché hanno saputo vedere lontano, osare e non si sono fermati. Persone come noi che guardiamo lo spot, ma «folli», «ribelli», «piantagrane», gente che «non ama le regole e non ha rispetto per lo status quo», dice la voce, insomma gente che la pensa in maniera diversa e che finisce per cambiare il mondo, dei geni che superano i loro tempi. Il tutto è contrassegnato dalla mela morsicchiata dipinta arcobaleno che appare alla fine dello spot (per stampa e cartellonistica è in un angolo o con uno dei cari personaggi in primo piano o con uno dei prodotti da pubblicizzare) insieme allo slogan “Think different”. Il 1997 è inoltre l’anno in cui la Apple riassume Steve Jobs dopo averlo allontanato nel 1985. Ed è lo stesso Steve Jobs che in una pubblicità ci porge la mela, stavolta non stilizzata e colorata, ma vera, intera, da mordere.

Alla fine dello spot dopo la sequenza di personaggi famosi e prima del comparire del marchio, una bimba apre gli occhi passando così dal sonno alla veglia, dalla cecità al discernimento: prima non riusciva a vedere, era come addormentata, senza una personalità propria, era conformista, faceva quello che le veniva imposto di fare, non si prendeva la responsabilità di ribellarsi e far sentire la propria voce e la propria volontà. Ora lo fa, la pensa diversamente, vede le cose da un’altra prospettiva rispetto al resto degli artisti, degli scienziati, degli sportivi, dei politici … ha mangiato la mela. «[…] e allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi» [Gn 3,7].

Il 22 gennaio 1984 in occasione del Super Bowl, Apple acquistò il costosissimo e ambitissimo spazio pubblicitario per promuovere il primo Macintosh con uno spot girato da Ridley Scott, già regista di Blade Runner (1982), ambientato in uno scenario futuristico con esseri umani mentalmente schiavi di un viso e una voce su maxischermo. La terribile condizione umana viene interrotta da una coraggiosa atleta dagli abiti colorati, che lancia un martello contro il maxischermo liberando una fortissima luce. I riferimenti a 1984 di George Orwell sono evidenti e voluti, tanto che lo spot recita «Il 24 gennaio Apple lancerà il Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984».

Lo spot-evento non si limita alla sola pubblicizzazione di un prodotto ma se contestualizzato storicamente è comprensibile come si inscriva in quella “guerra” contro il colosso Microsoft, colpevole di egemonizzare il mercato del computer e così omologare le menti. Se non volete, se siete diversi, se volete salvaguardare la vostra libertà e non vi piacciono le regole imposte, venite da noi, mangiate la mela. Bisognerà però ricordare che quando il serpente offrì il terribile frutto all’uomo lo ingannò mettendogli in testa che il limite riguardasse tutti gli alberi del giardino e che quindi non avrebbe potuto mangiar nulla. L’uomo si difese, ma alla fine cedette alle lusinghe.

 steve jobs think different

Il manicheismo dei computer, la divisione del mondo dell’informatica in buoni e cattivi, è qualcosa che Apple ha contribuito a far crescere nell’immaginario collettivo  non solo in contrapposizione a Microsoft ma già di Ibm. L’azienda nasce infatti in quegli anni ’70 della controcultura e dell’informatica che inizia a entrare nelle case. Lo stesso Steve Jobs, uno dei pochi Ceo (Chief Executive Officier) al mondo osannati come una pop-star, si è formato in quel contesto e vanta un percorso formativo non proprio ordinario per un ingegnere informatico, con viaggi in India e vita in comunità hippy. Un giovane che dopo aver mollato l’università dopo pochi mesi di frequenza (nonostante i genitori biologici si fossero premurati che il piccolo continuasse a studiare dopo il diploma) si impegna a seguire lezioni di calligrafia e un bel giorno vende il suo furgoncino Wolkswagen e si mette in un garage insieme a un suo amico a costruire qualcosa che gran parte del mondo ricco non ha ancora ben capito cosa diavolo sia: i computer. Insomma, un’educazione professionale molto americana che permette al genio Steve Jobs – quello che oggi, dopo la sua morte, è continuamente definito come un visionario – di coniugare la tradizionale cultura dell’American dream con quella libertaria della contestazione, in un mix di ribellione e successo. Un giovane sbandato che ci ha saputo fare? Potrebbe essere tuo figlio che ha i capelli lunghi, ascolta hip-hop e sta tutto il giorno davanti a una dozzina di schermi.

Una contrapposizione che acquista anche un altro significato: è lo stesso stile di vita, lo stare al mondo, il nostro essere e la nostra essenza. C’è l’appleist e ci sono tutti gli altri. Ci sono gli smanettoni (oggi lo siamo tutti, ma un tempo un po’ meno) fighi e quelli sfigati. Ci sono i brillanti creativi scravattati della Apple con uno Steve Jobs che da un bel po’ ci ha abituati al dolcevita nero, Levi’s e New Balance e ci sono i noiosi in doppiopetto di Ibm e della Microsoft (Nell’ultima biografia autorizzata di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson che uscirà in Italia per Mondadori viene svelato il perché di questa scelta che risale a una visita negli stabilimenti Sony negli anni 80 e a un incontro con lo stilista Issey Miyake.). Questo è uno dei punti di forza dell’azienda per creare un’immagine di sé presso il pubblico e nelle persone un’idea di ciò che significa essere tecnologicamente al passo con i tempi, soprattutto quando si vuol far sentire la propria presenza nel mondo con e attraverso strumenti tecnologici («Se non hai un iPhone, non hai un iPhone» come recita un recente spot italiano).

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@pontifex su Twitter: dati, osservazioni e possibilità del profilo di Benedetto XVI-Ratzinger

Bendetto XVI ha lanciato il suo primo tweet il 12 dicembre scorso. Le ragioni possono essere semplici, evidenti e ovvie – ovvero comunicare, visto che la Chiesa lo ha sempre fatto e visto che anche Dio, quello di ebrei e cattolici è sempre stato un gran chiacchierone, nonostante tutti dicano che non risponde mai – ed altre più complesse che lasciamo a pensatori e teologi di ampie vedute.

Diamo allora un’occhiata alla presenza del papa su Twitter dal primo tweet al 22 dicembre, ovvero alle soglie del Natale. Il primo giorno il papa twitta per ben 7 volte “scatenando” quasi 15.000 retweet. Ma per aspettare un’altra azione del papa bisognerà aspettare il 19 dicembre, quando twitta per 2 volte. Come si può vedere dal grafico sotto, le reazioni sono ovviamente crescenti con il passare dei giorni, ma c’è uno stallo evidente tra 17 e 18 dicembre. Ciò a significare che quei 7 tweet hanno esaurito il loro potenziale e non inducono più alla reazione. Il 19 arrivano pronti altri 2 tweet.

Dopo la pausa del 20 dicembre, il papa twitta 3 volte il 21. Infatti come si può vedere il numero di retweet ha un’altra piccola impennata (con un migliaio di retweet in più).

Il numero dei follower va dai 162.894 del 12 dicembre (considerando che il profilo era già attivo da giorni prima del tweet numero 1) ai 211.144 del 22 dicembre.

 

retwwet @pontifex

 

Contenuti ed errori di @pontifex_it

Dopo il primo tweet di saluto gli altri sono soprattutto domande («come possiamo vivere meglio l’Anno della Fede nel nostro quotidiano») con lo scopo magari di aprire una discussione. Oppure si tratta di inviti alla preghiera e alla riflessione o verità teologali (di fede-speranza-carità: non dogmi!).

Si può dire quindi che l’intento di comunicare attraverso brevi frasi (massimo 140 caratteri) senza venire meno alla densità e dal valore dei contenuti ha ottenuto i buoni risultati. Infatti i tweet non sono affatto scadenti a riprova che Twitter è un social network tutt’altro che votato alla superficialità e che il valore del contenuto non deve essere solamente presente nel link  che rimandi a uno spazio-contenuto comunicativo più ampio (che sia il blog dell’autore del tweet o un articolo di giornale on-line). I collaboratori del papa sono ovviamente dei buoni comunicatori!

Ciò che però lascia perplessi è il problema atavico dell’istituzione: l’eccessiva freddezza, o meglio, distanza dell’atto comunicativo. Anche la stesso ritmo altalenante con cui vengono pubblicati i tweet fa percepire questa attività come se fosse di passaggio. Ovvero come si trattasse di un novello iscritto al social network che si connette di tanto in tanto e quindi solo in quelle particolari occasioni sfoga il suo desiderio di comunicare.

Inoltre si ha l’impressione che si tratti di una comunicazione troppo unidirezionale. I contenuti sembrano lasciati a sé stessi e in balia dei critici e ironici commenti degli anticlericali e degli atei che ricevono risposte da parte dei credenti. Un botta e risposta i forma di tweet che lascia il tempo che trova, visto che i primi lanciano molto spesso accuse tanto vuote quanto irruenti (digiuni di ogni competenza e conoscenza in materia religiosa), i secondi invece rispondono con maldigerite verità filtrate dai catechismi serali.

Ciò che @pontifex (quindi chi si occupa del profilo) dovrebbe fare è: twittare con maggiore regolarità (potersi aspettare il tweet del papa e non potersene dimenticare), rendere i tweet più coinvolgenti per i cattolici e non solo facile bersaglio per gli anticattolici/anticlericali o altro, inserire link a contenuti di approfondimento (non noiosi però!!!) come ad esempio interventi su riviste o video di figure importanti della Chiesa di oggi e ieri che sono presenti in rete o creati ad hoc.

Insomma, che @pontifex possa essere un luogo di ritrovo, un filtraggio di contenuti di interesse per cattolici e non solo.

Facebook fa pagare i messaggi

Eccoci di nuovo a parlare di Facebook. Ormai quando se ne parla non si prendono in esame i numeri degli utenti (fino a quando non saranno 1 miliardo e mezzo continueremo a dire che sono più di 1 miliardo) ma le questioni legate alla privacy e alle faccende societarie. Facebook è cattivo è mi ruba i dati (ma io gioco a Farmville da paura), Facebook si compra Instagram e si vende le mie foto (figa questa la posto poi ti taggo), Facebook non si vende le mie foto, ma nonostante questo si è comprato Instragram.

Adesso Facebook ha tirato fuori la storia dei messaggi a pagamento. In poche parole quando dovete inviare un messaggio a qualcuno che non è vostro amico dovete pagare. Per ora è in prova negli Usa dove un messaggio costa 1$.

Per l’utente, il vantaggio con il quale è stato presentato-sponsorizzato il servizio riguarda la diminuzione di spam e messaggi indiscreti, involontari e non desiderati. Pagare potrebbe essere un deterrente. Il problema sarà per quanti hanno bisogno di giustificare o richiamare all’attenzione una richiesta di amicizia nel caso ad esempio siano anni che non ci si vede e l’uno di sia dimenticato dell’altro di memoria migliore. Ma visto che si tratta di una comunicazione importante, allora significa che vale la pena pagare …

Utile? Valgono questi buoni propositi? Certo la questione ormai evidente è che Facebook deve avere dei ricavi consistenti e con 1 miliardo di utenti e la quotazione in borsa devi per forza trovare il modo di mettere su dei sistemi che ti permettano di fare soldi. Google si è inventata AdSense e AdWords, ma, ovvio, quella è un’altra storia.

Facebook è stato a lungo considerato una ragazzata (soprattutto da parte di chi non aveva un profilo o di chi si curava del fenomeno per “sentito dire”). Ora che tutti ci siamo resi conto che non è così e che dentro c’è un mondo fatto di gente e di brand, di interessi e passioni, ci si aspetterebbe che il futuro di questo mondo sia più chiaro. Che la gente sappia dove si sta andando, visto che fin qui ci si è fidati, nel bene e nel male.

Molto semplice: Facebook deve crescere, in tutti i sensi. Ovviamente anche economici. Perché se è vero che molti di quel miliardo si sono iscritti per gioco e si stanno divertendo un mondo, è anche vero che possono ridurre le loro interazioni. E non è difficile immaginare che invece di accedere 10 volte al giorno (ok, moltiplicate il numero a seconda del vostro caso) si possa dare un’occhiata alla timeline 1 sola volta, e postare in proporzione. E spendere il tempo degli altri 9 accessi per altrettanti social network che ci interessano.

Già, Facebook deve capire che non è mai stata una ragazzata e trovi il modo di farci sentire ancora un volta felici e profilati. Senza infastidirci ogni settimana.

Luca De Biase, Scienza delle conseguenze, 40k, 2012

In Cosmopolis di Don DeLillo il protagonista Eric Packer si gioca la vita in una stramba traversata di New York (per tagliarsi i capelli) e nelle fluttuazioni dello yen. Per poi scoprire che sì, lui è in grado di conoscere e comprendere il mondo meglio di chiunque altro pur restando assiso sui portentosi sedili della sua limousine, ma non ha badato abbastanza al suo corpo, che è ancora (terribilmente) l’unica cosa al mondo che lo rende esistente, al di qua dell’anima e dei dati personali. Non ha badato al vizio della sua prostata. Asimmetrica.

Possono i sistemi biologici e fisici, nella loro evoluzione e nei loro meccanismi, costituire un modello per comprendere l’andamento dei mercati (e ogni altro fatto complesso e non prevedibile)? O ogni realtà è puramente cerebrale?

L’era di internet, o qualsiasi altro nome le si voglia dare, è caratterizzata oltre che dalle grandi possibilità comunicative, commerciali e sociali (con tutto l’entusiasmo e le riserve possibili), anche e soprattutto da una enorme creazione di dati. Che vengono “archiviati”, elaborati, connessi, analizzati. Oltre all’ovvia domanda se questi dati possano essere usati per semplificare la vita degli individui nelle società complesse, ci possiamo chiedere se la gran mole di dati non possa aiutarci nel  prevedere eventi futuri, analizzando i fenomeni che li vanno via via preparando.

Ad esempio date un’occhiata al sito Recorded future: il nome del progetto è tutto il programma!

Come ci fa notare Luca De Biase in Scienza delle conseguenze (ebook pubblicato da 40k) «si dovrebbe cominciare a considerare la possibilità che la nozione stessa di previsione – per lo meno per come l’abbiamo conosciuta – possa essere destinata a essere abbandonata». Quale idea e pratica di previsione verrà quindi a formarsi e con quale idea di futuro ci stiamo confrontando? Già, perché se l’idea di linearità  è venuta meno (è venuta meno?) almeno con il post-moderno (il cui superamento potrebbe essere solo una nuova e consolidata linearità) e con gli ipertesti, abbiamo bisogno di una «epistemologia adeguata» per una scienza che sia in grado di comprendere complessità crescenti e relazioni tra individui strutturati e interpretabili attraverso dei dati.

 

debiase Scienza delle conseguenze

 

I dati che però vengono raccolti ed elaborati tenendo conto delle interazioni (e si potrebbe  dire “del mondo delle interazioni”) tra le persone e altri soggetti virtuali e aziendali, si basano appunto sul già conosciuto. Fino a che punto si è quindi in grado di conoscere e comprendere e “prevedere” ciò che nasce dall’imprevedibile? Insomma per comprendere fenomeni complessi e i loro sviluppi non ci si concentra sulle eventualità mai prese in considerazione – i «cigni neri» – ma su una sostanziosa base di dati in continua fluttuazione ma che sono costituiti da elementi molto spesso autoreferenziali (gente che continua a dire che i cigni sono bianchi) e che sono costituiti da quel circolo vizioso tra libertà e filtro. Ovvero tra self-reserch (e self-publishing  in tutte le sue forme) e mediazione algoritmica (quella che Eli Pariser ha definito «bolla dei filtri»).

Infatti le persone operano in modo razionale, ma «dipendono dalle informazioni che riescono a considerare rilevanti». E molto spesso nei nuovi modelli di ricerca sono aiutati da macchine e sistemi nel definire ciò che è rilevante.

Instagram vende le nostre foto dal 16 gennaio

[Anzi, dice che non lo farà, ma ogni considerazione social  è valida comunque.]

Che le nostre, azioni, spostamenti, sogni e desideri, serate, vacanze e hobby fossero diventati pubblici lo sapevamo. E non che la cosa finora ci abbia dato fastidio. Anzi, una volta diffusi gli strumenti (fotocamere digitali in ogni borsa, smartphone in ogni tasca) e gli ambienti social (network sociali di ogni risma) non abbiamo fatto altro che correre dietro ad ogni novità figa e risolutiva (nei sensi più ampi e utilizzabili dei termini).

Ma quanti, anche tra i più entusiasti, non hanno mai pensato che prima o poi una scelta vera e consapevole avremmo pur dovuto farla, noi miseri utenti: decidere se veramente ce ne freghiamo della privacy e quindi di tutto ciò che mettiamo in rete purché ci sia una reward (un like, un commento, un retweet, …) oppure ci siamo lasciata prendere un po’ la mano e forse sarebbe il momento di smetterla.

E forse il momento sta arrivando? Instagram è stata acquistata da Facebook – e questo lo sappiamo – per un sacco di soldi ed ora il social network di Zuckerberg (che è il social network di 1 miliardo di persone) ci dice che le nostre foto – quelle che abbiamo su Instagram e che postiamo su Facebook – dal 16 gennaio possono essere tranquillamente vendute a terzi, senza che si venga messi al corrente.

Interessante. Se dieci anni fa in Italia ci avesse chiesto se avremmo voluto oppure no, beh, non ci sarebbe stata ombra di dubbio: questa diavoleria sarebbe potuta andare al diavolo. Ma oggi, che Facebook e Instagram fanno parte della nostra vita …

Già, è vero possiamo cancellare il nostro account Instagram (per esportare le foto si può usare Instaport) ma … lo faremo? E poi, io un’altra domanda me la faccio: i tipi di Facebook sono così dannatamente sciocchi da spendere un mucchio di soldi per Instagram e poi vederlo sgonfiarsi di utenti e contenuti? E non per mancanza di appeal intendiamoci, ma per un “invito alla fuga” ….

Chi vuole cancellare il proprio account Instagram, può riflettere su questa pagina.

Certo, dopo che Instagram ha deciso di “allontanarsi da Twitter” gli utenti si erano già indispettiti e adesso che lo stesso Twitter lancia la sua applicazione per le foto si può immaginare che alcuni faranno a meno di Instagram. La rete è libera, si dice, e quindi liberi siamo di usare il servizio che vogliamo.

Sono certo che molti utenti Instagram non verranno nemmeno a conoscenza della maldestra decisione. Altri la dimenticheranno. Altri ancora se ne fregheranno. E credo che già siamo al 50%.

Aspettiamo quindi di trovare la bella tavolata della cena di classe con ragazzi e ragazze in tiro per dimostrare l’occasione persa al compagno/a corteggiato per anni, in una foto sul sito dell’importante ristorante della riviera. Ma in fondo, le pagine Facebook dei locali sono già piene di foto che ci ritraggono più o meno consenzienti, più o meno consapevoli.  E che in qualche modo costituiscono pubblicità per il locale e che possono essere usate da chiunque.

Ammettiamolo: già siamo stati educati alla nostra pubblicazione, con immenso piacere e divertimento. Che qualche uso in più, e magari photoshoppato ci farà arrabbiare così tanto, per ora, da farci cancellare da Instagram proprio durante le feste di Natale quando abbiamo un mucchio di cose a cui pensare. Come fare le foto, postare, scartare i regali, taggare, fare le foto, uscire a cena, fare le foto, commentare, condividere, …

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt. 3)

Non mi interessa la cultura. Non mi interessano i valori pro-sociale. Mi interessa una sola cosa: se la gente guarda o no il programma.  Questa per me è la differenza tra bene e male.

Dirigente Cbs


Al di là del bene e del male c’è quello che le persone scelgono. Un partito, per vincere le elezioni, deve essere votato e per essere votato è necessario che venga percepito come buono e giusto: «meno tasse per tutti» e «per un nuovo miracolo italiano» sono promesse-slogan che danno ragione. «Forza Italia non è un movimento di massa cresciuto spontaneamente nella società civile. È un’azienda che, grazie alla peculiare ramificazione della propria agenzia pubblicitaria (Publitalia), si trasforma in partito. […] il motivo che sembra emergere maggiormente è una sorta di “populismo”, declinato prima nelle forme antipolitiche del self made man e del pragmatismo d’impresa, poi nell’identificazione tra vittoria elettorale e mandato in bianco consegnato dagli elettori»[Gozzini, 2011, p. 155]. Sono promesse che acquistano maggiore forza se si crea un nemico comune – il comunismo – che invece vuole contrastare questa mission. Un «anticomunismo d’antan» rispolverato per poter parlare a un elettorato formato da democristiani, liberali, socialisti craxiani che dopo Tangentopoli è rimasto senza un leader politico. Di conseguenza chi si oppone deve ricompattarsi creando un altro nemico: il «berlusconismo».

Gli italiani della televisione – di qua e di là dello schermo – non si riconoscono nella politica (e questo Berlusconi lo sa, infatti quando parla all’italiano si riferisce ai suoi interessi), ma in beni di consumo e idoli, che non sono le rockstar – quelle per cui ci si strappa i capelli e si sfila via il reggiseno – ma gente normale che “riesce”. A fare cosa? Cantare, ballare o semplicemente rimorchiare qualcuno o ridicolizzarsi alla tv. Si costruiscono micromondi nei quali lo spettatore è immerso, e si trova in compagnia non di personaggi over the edge, ma di ragazze che si allenano per vincere una competizione sportiva, di giovani che sognano di incidere un album o di vincere il Grande Fratello e portarsi a casa un po’ di soldi, essere ospite di qualche discoteca o magari trovare un lavoro. Per Gozzini questo stare in poltrona a “vedere chi vince” nel microcosmo della casa del Grande Fratello (o altri reality), è un po’ come seguire la campagna elettorale, come uno show, dal quale deve venir fuori un vincitore, uno che è “riuscito”.

Intanto la mutazione individualista della baby boom generation ha lasciato «il campo a una nuova generazione assai più globalizzata nei consumi e negli stili di vita, ma anche assai più incerta rispetto al futuro […] La neotelevisione commerciale aiuta a vivere in questo mondo instabile: frammenta i significati e riduce la complessità, costruisce miti del successo individuale attraverso la celebrità facile, reclamizza beni di consumo come sostegni delle identità personali». Nonostante l’incertezza sul futuro la nuova generazione digitalizzata, e quella nuovissima dei «nativi digitali, si allontana parzialmente (ma sembra progressivamente) dalla dipendenza dal sistema di broadcasting televisivo e sceglie i mezzi di comunicazioni basati sul modello narrowcasting, tipico di internet e in generale dell’offerta di contenuti differenziati in base all’utenza.

Almeno dal 1991, con il volume Writing space di J. D. Bolter sappiamo che i nuovi media non cancellano i vecchi, ma vi si affiancano costringendoli a mutare. Non scompare quindi la tv generalista di massa, ma nasce la pay tv: offerta maggiore e su misura di utente. E compri solo quello che vuoi vedere.
Teoria attinente alla pay tv, come ai contenuti web, è quello della «coda lunga» (long tail), espressione coniata da Chris Anderson nel 2004, con un articolo apparso su Wired, la rivista da lui diretta. Riducendo il concetto all’osso: i consumi di nicchia (in generale quelli che interessano poche persone), vari e diversificati, se presi insieme, sono in grado di rivolgersi a un numero di utenti altrettanto ampio di quelli che si raccolgono intorno alla tv generalista di massa e quindi è possibile distribuire in maniera più mirata le proprie risorse e gli spazi degli inserzionisti, per creare programmi specifici per pubblici specifici. La tv generalista infatti è costretta, per ragioni economiche, a trascurare molti utenti e i loro gusti e interessi (dai documentari, alla storia, dalla tecnologia ai viaggi, agli sport di scarso interesse nazionale).

Intorno alla «coda lunga» dei vari interessi, si vanno formando quelle minicomunità, che però sono nazionali o globali, la cui formazione e incontro è agevolato dalle possibilità offerte della rete internet. Blog, forum, community, social network, siti legati a un programma tv, a una fiction, a un canale tematico, aumentano le possibilità di interazione sia con i contenuti, sia con altri utenti.
Un’altra sfida è già da tempo nell’agenda politica: interpretare e saper comunicare con questa società non suddivisa in classi, ma formata da individui e dalle diverse comunità di interessi alle quali partecipano.

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già pubblicato in Le reti di Dedalus

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.2)

 

«Chi è ‘sto Berlusconi?» chiesi in giro. «Un palazzinaro che non capisce niente di televisione», mi risposero.  

 Mike Bongiorno

 

Agli inizi degli anni ’80 il primo ministro inglese è Margaret Thatcher (in carica dal 1979 al 1990), il presidente Usa è Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989), la Cina è guidata da Deng Xiaoping (dal 1978 al 1992) mentre in Italia il governo più longevo è stato quello Craxi a partire dal 1983 al 1987.

In questi anni viene meno l’egemonia del keynesismo in economia, in favore di una maggiore attenzione all’inflazione, evitando l’espansione della spesa pubblica per far fronte alla disoccupazione. L’ossessione numero uno diventa il pareggio dei conti pubblici e si cerca di dare nuovi impulsi all’imprenditoria privata e alla libera concorrenza. Si punta alle liberalizzazioni commerciali  e a un minor ruolo economico dello Stato. Cambia il lavoro. Si parla di Mcjobs: lavori atipici e temporanei (il friggitore di patatine da McDonald’s, per intenderci) che oltre a frammentare la propria identità, frammentano anche il quotidiano e il proprio futuro. Dai sondaggi della fine degli anni ’80 emerge che per gli italiani conta «il benessere della famiglia, condurre una vita sana e regolata, l’amicizia, possedere una casa propria, affermarsi con i propri mezzi, leggere studiare conoscere, migliorare le proprie capacità, conquistare la stima degli altri, trovare un posto di lavoro sicuro, saper risparmiare. Agli ultimi posti figurano invece condurre una vita avventurosa, avere cariche e responsabilità pubbliche». E sono valori interclassisti.

Gli italiani hanno poca fiducia nel pubblico, e nel progetto sociale condiviso e proteso verso il futuro: pensano al benessere personale, un benessere che deve essere mostrato e condiviso. Vivono l’illusione televisiva di essere qualcuno senza essere nessuno e senza dover sapere almeno quel qualcosa necessario per rispondere alle domande di Mike Bongiorno al telequiz Lascia o raddoppia? (quelle che fecero impazzire il prof. Nicola Palumbo in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, film del 1974): basta saper o non saper fare qualcosa e partecipare alla Corrida.

Chi riesce ad interpretare la mutazione individualista e la frammentazione degli italiani è, secondo Gozzini,Silvio Berlusconi, in un contesto nel quale anche la politica entra nella competizione frammentata e costosissima della televisione. Silvio Berlusconi, uno che con la televisione aveva poco a che fare. Almeno fino a quando non compra 500 film della Titanus da mandare in onda su Telemilano (dal 1980 si chiamerà Canale 5), la rete privata di Milano 2, il quartiere residenziale messo su dall’imprenditore edile Silvio Berlusconi. Ma la vera svolta è la fondazione di Publitalia nel 1979. La concessionaria di pubblicità fa capo a Fininvest (la holding che raccoglie tutte le attività di Berlusconi) e non è quindi esterna all’azienda come avviene per la Rai, le televisioni locali e quelle estere. Ciò permettere di proporsi come partner dell’inserzionista, creando degli spazi pubblicitari all’interno dei programmi, dove il prodotto è reclamizzato dal presentatore stesso.

Intanto Calimero è morto, e sono arrivati i Puffi a sostituirlo. La Fininvest sforna Drive In (1983) e la Rai risponde con Quelli della notte (1985) e Indietro tutta (1987). Drive In è la prima creatura di Antonio Ricci che nel 1988 partorisce Striscia la notizia con il Gabibbo «alfiere dei sentimenti popolari contro i potenti ma anche testimonial pubblicitario». È una televisione provocatoria, parodica, decostruita, frammentata e fatta di sé stessa (vedi anche Blob, programma di Enrico Ghezzi e Marco Giusti in onda dal 1989). Come nota Gozzini «il posto della televisione materna e pedagogica del monopolio viene preso dalla neotelevisione commerciale, con i suoi tratti distintivi: la serialità ripetitiva, la conversatività affabulatoria, la proposta trasgressiva, l’esercizio demenziale. Tutti linguaggi mutuati dalla pubblicità».

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già pubblicato in Le reti di Dedalus

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.1)

Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione.

Ennio Flaiano

«La televisione cambia la testa degli italiani». L’incipit della quarta di copertina de La mutazione individualista edito da Laterza è un’affermazione. «[la televisione] Cancella la politica come concetto condiviso e la sostituisce con un’arena di gladiatori. Cancella la storia e la sostituisce con un presente senza passato. Cancella la realtà e la sostituisce con uno spettacolo continuo che divizza le persone comuni. Cancella la fatica e la sostituisce con il sogno del successo». In realtà, l’autore del libro, lo, ci introduce al suo lavoro con una domanda: «La televisione cambia la testa degli italiani?». E potremmo dire: è quel demonio così tanto temuto che da sessant’anni ci tiene compagnia? Già, ma come un demonio non tira fuori le sue diavolerie dal nulla, ma sfrutta le nostre debolezze e fragilità.

Fin da subito la televisione fu vista come un elettrodomestico ingombrante e minaccioso, in grado di portare squilibri in famiglia: la donna non cura più la casa, i bimbi non fanno i compiti e il capofamiglia si distrae e dimentica i suoi appuntamenti. Per Paolo Monelli la televisione finirà per «annullare quelli che sono stati finora i rapporti umani e familiari» in un’Italia che si avvia ora verso il progresso, inteso dal giornalista come «progresso all’ingiù», a formare «una società di analfabeti, di conformisti, di meccanizzati, per cui non ci sarà più posto per la varietà e l’imprevisto della vita, per la libera scelta dell’attività e dello svago» a causa di un «subdolo strumento di dittatura nel campo dello spirito e della coscienza». Ma intanto la televisione porta la città nelle campagne e la gente fa chilometri per andarla a vedere, ritrovandosi a casa di chi ce l’ha. La sociologa Lidia de Rita intervista dei contadini lucani nel 1959 e questi sono entusiasti dello strumento. A loro la televisione piace, più della radio, più del cinema. Con la televisione imparano molte cose: «Mediante questa televisione insomma, attraverso la televisione ne fanno conoscere di tutti i difetti della barbabietola, questi insetti… dove n’avvengono, quando depongono le uova … Eh così in pratica non le puoi vedere… tante cose»; e si divertono, visto che «una volta vedi un programma, una volta vedi un altro programma, la televisione è più… sportiva del cinema»[1].

E intanto imparano la lingua nazional-televisiva.

Quello di Gozzini è sì il libro di uno storico, ma non ci si deve aspettare né la storia della televisione attraverso i suoi protagonisti, né quella dell’Italia del dopoguerra. È la storia della relazione tra i cittadini di un paese in ri-costruzione e un mezzo di comunicazione in grado di portare il mondo dentro casa propria, quando si vuole. Senza fossilizzarsi su un’idea di televisione plagiatrice di menti, l’autore nota come questa abbia accompagnato e interpretato quei sentimenti e temperamenti dell’italiano in crescita, e come a volte, ci sia riuscita meglio e a discapito della politica, del civismo, del progetto sociale comune.
Gozzini punta molto a far comprendere quel passaggio dalla «paleotelevisione pedagogica» di Ettore Bernabei (direttore generale della Rai dal 1960 al 1974), alla «neotelevisione» che vende telespettatori agli inserzionisti. E noi navigatori di oggi siamo ben educati a comprendere quest’ultimo genere di necessità.
Cosa succede nel frattempo? Nel 1957 a Milano apre il primo supermarket, nel 1964 Marshall McLuhan parla di «villaggio globale» (la tecnologia televisiva è in grado di collegare l’intero pianeta), nello stesso anno per la McGrow-Hill di New York esce Fundmentals of Marketing di Stanton e Varaldo (la cosiddetta «Bibbia del marketing») e nel 1965 a Roma apre il Piper (per volontà dell’avvocato Alberico Crocetta, ex X Mas, per far «purgare» i giovani, farli scaricare). Nel 1968 c’è il «Sessantotto». La famiglia cambia e cambia la stessa idea di famiglia: non più patriarcale «fondata sulla funzione casalinga della donna e su valori di risparmio, obbedienza e solidarietà interna», ma nucleare «con pochi figli e una donna casalinga che si apre al mondo» [Gozzini, 2011, p.65]. E che guarda una tv che invita a fare shopping, non più a risparmiare.
Intanto la Rai è sempre più legata al potere politico e assume 2 vicedirettori generali, 14 direttori, 30 codirettori e 53 vicedirettori generali [Gozzini, 2011, 61].

Dalla metà degli anni ’60 ai primi dei ’70 cresce il numero di tv ed elettrodomestici (tra il 1965 e il 1971 le famiglie con la televisione crescono dal 49 all’82%, quelle con il frigo dal 55 all’86%, con la lavatrice dal 23 al 63%). Crescono inoltre i nuclei familiari composti da una sola persona (ma non si tratta solo di giovani che scelgono una vita indipendente dai genitori, ma anche di anziani che vengono lasciati soli perché le strutture sanitarie sono potenziate).

Chi tiene per mano gli italiani lungo questo percorso è la pubblicità. Ovvero l’idea di prodotto che viene a crearsi nella mente del consumatore, prima che egli sia acquirente e dopo, per fare in modo che lo sia ancora. Con il nuovo stile di vita la gente si allontana dalla Chiesa (non dalla fede), adottando una nuova etica cristiana «fai da te». Come poté notare Pier Paolo Pasolini «il cattolicesimo era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche ha cominciato a liquidarlo» [2]

mutazione individualista gozzini laterza

Negli anni ’70 la baby boom generation (i nati nell’immediato secondo dopoguerra) arriva nel mercato del lavoro e si genera un aumento del pubblico impiego e delle professioni liberali tradizionali. Il deficit pubblico aumenta e, soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord-Est, c’è un forte incremento dei posti di lavoro industriali che avviene quasi interamente in imprese con meno di 50 addetti. I problemi che c’erano allora sono gli stessi di oggi: evasione, mancanza di servizi, economia sommersa e lavoro nero. Lo Stato appare lontano e cresce il distacco tra politica e società. Dopo il compromesso storico, Berlinguer parla di «austerità», ma il paese va verso l’espansione dei consumi privati di massa. «Come nelle guerre e nei momenti di acuta crisi collettiva che ne hanno punteggiato la storia millenaria, il popolo italiano sceglie allora d’istinto e quasi inconsapevolmente la strada del rifugio nel privato: famiglia, casa, lavoro tornano a riempirne l’orizzonte»[Gozzini, 2011, p. 82]: l’unica strada da percorrere insieme è quella della nostra famiglia.

Rifacendosi ad Albert Hirschman [1982], Gozzini parla di «exit», ovvero di quello che più comunemente viene chiamato «riflusso», ma che «è la critica più  radicale a un ceto politico che, nel suo insieme, si rivela inefficiente […]. Frustrata da una politica incapace di riforme è sempre più parassitaria, la baby boom generation trova nuove strade per proseguire la propria mutazione individualistica».

A metà degli anni ’70 si diffondono le radio e le televisioni private, e Rusconi è l’unico editore che entrerà nel settore televisivo (nel 1982 fonda Italia 1, che nel giro di pochi mesi diviene proprietà di Fininvest). In Italia però il terreno degli investimenti è quello sabbioso del Far West sul quale vince chi ha occhi e orecchi attenti, mano svelta ed è un buon tiratore.

La tv pubblica è sempre più attenta allo spettacolo e meno all’informazione. Tanto che l’informazione, quando c’è, è sempre più spettacolarizzata, e al pubblico più di questa interessa lo scontro politico, la partigianeria, il tifo,  magari anche il divertimento e  l’indignazione, senza dover indagare su come stanno veramente le cose. Si creano i presupposti per programmi come  Samarcanda (1987) dove lo schermo è occupato dalla piazza e dalla contrapposizione accesa tra gli ospiti. Di questi dibattiti la gente ne parla il giorno dopo, al lavoro, in autobus , … Un po’ come fossero dei serial televisivi. Entrano nel quotidiano perché sono prodotti televisivi pensati per un determinato pubblico e per essere da questo consumati, proprio come i prodotti della pubblicità.

Il pubblico non è più qualcosa di unitario: non ci si rivolge più alla famiglia e nello stesso tempo ai contadini lucani che si ritrovano a casa di Fernandina a vedere la tv, ma ai bambini, teenager, etc. ovvero a un  pubblico segmentato al fine di procurare spettatori agli inserzionisti pubblicitari. Alla tv pedagogica di Bernabei, fatta per la famiglia unita, si sostituisce la neo televisione commerciale pensata secondo i criteri del marketing. E Dallas (sit-com in onda in Italia nel 1981, prima su Rai 1 e subito dopo su Canale 5) – quel «supermarket di significati» a uso e consumo dei vari segmenti – rispecchia per Gozzini «l’exit dalla politica dell’Italia degli anni ottanta». Quell’Italia di fine anni ’70 per cui «pluralità significa la silenziosa e molecolare di un’identità nazionale condivisa» e i suoi cittadini «che “si sono fatti da sé” durante il miracolo economico perdono l’Italia che Massimo d’Azeglio aveva data per “fatta” più di un secolo fa: diventano cioè una società a maglie sempre più larghe e slabbrate, superficialmente unificata dalla televisione commerciale e dai consumi di massa, ma frammentata nel profondo da una mutazione individualista che smette di riconoscersi nella politica»[Gozzini, 2011, p. 105].

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 già pubblicato in Le reti di Dedalus

 

[1] L. De Rita, I contadini e la televisione. Studio sull’influenza degli spettacoli televisivi su un gruppo di contadini lucani, Bologna, il Mulino, 1964.

[2]P. P. Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione, «Corriere della Sera», 9 dicembre 1973.