Big Data – problematiche(pt.2)

[segue da BIG DATA-Introduzione alla Società dei Dati]

Non è semplice comprendere le possibilità di una “scienza dei dati” senza capire, almeno in parte, come alcune categorie di questi si formano.

In quanto utenti, non siamo solo dei fruitori di informazioni ma anche dei creatori e dei gestori a nostra volta. In questo modo possiamo interagire attivamente con la società dell’informazione, dove per informazioni si intendono la gran mole di dati reperibili. Abbiamo strumenti che ci permettono di essere creatori e promotori di contenuti e prodotti, manager della nostra identità virtuale che si lega a quella fisica, comunicatori e imprenditori. Artisti.

Queste possibilità incentivano l’uso di internet e di tutti gli strumenti utili a creare e comunicare. Ciò permette, a chi è capace di osservare, di comprendere in quali direzioni si muove l’utenza, sia di massa che di nicchia. E quindi di essere in grado di intercettare le sue esigenze. Una società evoluta dovrebbe acquisire altrettante capacità di analisi e interpretazione di dati secondo dei parametri condivisi, al fine di ottimizzare le proprie attività e ridurre gli sprechi.

Approcci tecnologico-interpretativi  si sono sviluppati soprattutto a livello commerciale e non civile e da chi è in grado, proprio per i servizi-prodotti che offre, di ottenere quanti più dati possibili riguardo l’utenza, al fine di creare dei profili dei clienti e generare proposte commerciali ad hoc grazie ad algoritmi complessi (bastano gli esempi di Netflix e Amazon).

Il pericolo è quello di essere rinchiusi all’interno di un io che progressivamente e automaticamente ci viene proposto come il nostro. Rischiamo quindi di vivere la complessità sconfinata della rete all’interno di quella che Eli Pariser ha definito come un «bolla di filtri». E che quindi ci venga proposto uno spazio della rete che non tenga conto della sua varietà, ma sia costituito da un’amplificazione degli interessi dell’utente.

Per fare in modo che ciò non accada è necessario sviluppare una cultura che tenga conto di questi fattori e che sappia crescere insieme alle competenze tecnologiche – e non basta essere nativi digitali, avere profili sparsi su ogni social network o essere always on – a livello individuale, aziendale, istituzionale. Essere utenti maturi, quindi, e non degli accumulatori di informazioni e interazioni.

 Il filtro eli pariser Il saggiatore

Durante le attività di creazione e interazione in rete, spesso gli utenti non hanno consapevolezza delle proprie azioni. Usare i motori di ricerca (impossibile farne a meno!), come ad esempio Google, significa esporre i propri interessi e nello stesso tempo entrare in un circuito di rimandi tra luoghi virtuali sociali (come Youtube) e servizi web (come Blogger) che permettono a una azienda come Google di affinare sempre di più il profilo di ogni utente in base alle proprie attività.

In un social network come Facebook (si usa questo esempio perché è il social network più diffuso) si raccolgono, per iniziativa degli stessi iscritti, una infinità di informazioni sui loro gusti, interessi, inclinazioni, … e nello stesso tempo si permette a chiunque venda contenuti e prodotti di promuoverli attraverso delle pagine aziendali, di marchio, relative al singolo prodotto o ad una serie di prodotti. Sia la testata giornalistica di fama internazionale che il blog di cucina di una novella cuoca improvvisata; sia la grande firma che vende le sue costosissime borse sia l’inventore da garage; sia il best-seller di John Grisham che gli strampalati versi di un adolescente rimasti fino ad allora in un cassetto, possono essere condivisi, commentati e apprezzati con un like su Facebook.

Le migliaia di applicazioni che troviamo su Facebook, e che hanno contribuito a decretarne il successo, sono veicolo d’accesso a informazioni degli utenti. La scelta tra consentire o non consentire l’accesso alle proprie informazioni base (tra cui l’indirizzo mail) in questi casi è obbligata: altrimenti non si può usare all’applicazione. Lo stesso discorso riguarda molte applicazioni per dispositivi mobile, tra le quali proprio quelle che permettono l’accesso ai social network più diffusi.

Ciò non riguarda solamente Facebook. Un social network come Foursquare basato sulla geolocalizzazione degli utenti fa in modo che questi condividano la loro posizione (un esercizio commerciale, un museo, …) con i propri contatti, magari collegando l’applicazione con altri social network permettendo a un gran numero di persone di conoscere non solo le attività di altri, ma anche lo stesso Foursquare, nel caso non ne avessero mai sentito parlare. La condivisione dei propri spostamenti è incentivata dallo stesso sistema di gioco basato su check-in in un luogo e l’ottenimento di badge come riconoscimento per aver raggiunto degli obiettivi: ciò lo rende un social network dalla forte gamification della vita quotidiana. L’utente è consapevole di essere controllato nei suoi movimenti, visto che è lo scopo del gioco. Non solo: sia in questo che in altri ambienti in rete e nei social network più comuni, gli utenti sono incentivati a rendersi pubblici proprio da un processo di reward. Che si tratti di un commento, di un badge, di un retweet, di un like.

Qualche riga sopra si è accennato al concetto della rete internet come «filtro» rimandando a una trattazione più specifica. Questo tipo di approccio pone al centro il ruolo “filtrante” di internet che tende a disegnare intorno a noi quel mondo virtuale che più sembra appropriato in base ai nostri interessi e le nostre scelte. Si tratterebbe quindi di una rete che progressivamente si modella su di noi e ciò può essere analizzato secondo diverse prospettive. Una è quella della «bolla», sottolineando quindi il chiudersi all’interno di qualcosa di circoscritto, l’altra forma è invece più difficile da rappresentare graficamente perché indefinita e in continuo movimento. È una forma sempre diversa a seconda dei nostri spostamenti e delle nostre reti di relazioni: il confine della rete personalizzata è, appunto, il confine della nostra personalità e dei nostri interessi.

Inoltre, è opportuno fare la dovuta attenzione anche alla crescente necessità degli utenti di avere filtri propri e secondo quali processi questi diventano pubblici e costituiscono dei dati utili a chi ha qualcosa da promuovere.

Buona parte delle azioni che noi compiamo in rete hanno lo scopo di filtrare informazioni. Scegliamo i nostri amici, i following, gli articoli da leggere, quali prodotti prendere in considerazione per l’acquisto, le promozioni, le foto (da pubblicare, condividere, usare, modificare, salvare, …), quali blog seguire, cosa appendere sulla nostra board, …

Questi tipi di scelte sono diverse tra loro ma in continua relazione. La necessità di selezionare propria dell’uomo trova nella realtà digitale una sua ulteriore e fisiologica realizzazione giustificata dalla vastità di informazioni che incontra quotidianamente e resa evidente proprio perché gli utenti scelgono cosa condividere, dove e con chi. Possono usare degli strumenti che permettano di “mettere da parte” cose interessanti da rileggere o valutare successivamente, o decidere di seguire un blog o un sito sfruttando i flussi Rss per facilitare la consultazione degli aggiornamenti. Gli stessi giornali on-line offrono il servizio di lettura posticipata permettendo all’utente di salvare nella propria pagina personale un articolo che non si ha tempo di leggere in quel momento. È un servizio, certo, ma i dati ricavati sono in grado di dire quali articoli sono valsi una lettura più attenta o una rilettura (insomma, valeva la pena non dimenticarli), e ciò per ogni utente.

Il grande successo dei social network non sta solamente nel loro essere luoghi di incontro e dialogo (sarebbe riduttivo vederli così) o un’occasione per mostrarci/esibirci (è il “colore” dei social network) o una via d’accesso per terzi ai nostri interessi, ma risiede soprattutto nella possibilità di filtrare ciò che esiste all’interno del social network e in rete, e che si ritiene valga la pena entri a far parte del proprio status sociale. Compreso ciò, va da sé che entrino in gioco opportunità che facciano la differenza strutturale del social network e che lo rendano interattivo: i “mi piace”, le condivisioni, i retweet, e … il dialogo!

Pensare che i social network nascano come “ragazzate” serve solo al romanzo della loro genesi. Immaginare che siano degli strumenti di controllo sociale non aiuta a tener conto delle necessità degli utenti. Il lavoro più difficile sta nel cercare di capire quanto gli utenti siano disposti a concedere pur di fare da selezionatori per sé e per gli altri e quindi quanto disponibili a far conoscere i propri dati al fine di ottenere qualcosa di filtrato. D’altronde non è un problema che riguarda i soli social network ma la stessa navigazione, dato che aiuta al filtraggio delle pubblicità per noi più efficaci (che chiaramente a volte possono rivelarsi anche utili). Ciò fa riflettere sull’uso che possiamo definire “commerciale” dei dati di cui noi siamo i creatori, dobbiamo chiederci quanto questi costituiscano il nostro mondo e metterli in relazione con il mondo che ci viene offerto. Per capire un aspetto antropologicamente importante della relazione tra bit e atomi. Riflessioni che inevitabilmente aprono a questioni relative la privacy personale e le sue violazioni.

Per la prima parte dell’articolo cliccare qui

L’articolo è già stato pubblicato su Le Reti di Dedalus

 

BIG DATA – Introduzione alla Società dei dati

Ogni due giorni generiamo una quantità di informazioni
pari a quella creata dall’inizio della civiltà a oggi.

Eric Schmidt

«I computer moriranno. Stanno morendo nella loro forma attuale. Sono quasi morti come unità distinte. Una scatola, un monitor, una tastiera. Si stanno fondendo nel tessuto della vita quotidiana. È vero o no?»
«Persino la parola computer».
«Persino la parola computer suona stupida e antiquata»

Don DeLillo, Cosmoplis, p. 90

Era dell’informazione. È dal secondo dopoguerra e soprattutto negli ultimi decenni che così viene definita l’epoca in cui viviamo, e tali sembianze acquisisce la nostra attività e presenza nel mondo, tanto da parlare di «società dell’informazione». È infatti dagli anni ’90, con l’evolversi di internet – la rete di reti che si è diffusa esponenzialmente dalle università Usa agli uffici governativi e poi fin dentro le case di ognuno – che si pone sempre maggiore attenzione agli strumenti tecnologici, alle opportunità che offrono, ai contenuti che veicolano e all’uso che ne fanno gli utenti. Con la certezza che l’uomo debba acquisire nuove competenze per potersi destreggiare in un mondo di informazioni con le quali quotidianamente e in maniera rapida e continua lo colpiscono. Nulla di nuovo rispetto al passato in realtà, ma le mutazioni nei tradizionali sistemi economico-sociali apportate da internet fanno pensare effettivamente a qualcosa di epocale.

Come si muove ed esiste l’uomo all’interno di una società che produce informazioni impensabili fino a qualche generazione fa?

Il mare magnum delle informazioni presenti in rete costringe a riflettere sulla necessità di filtri, sistemi e criteri di verificabilità e attendibilità, ma nello stesso tempo costituisce un inesauribile bacino di informazioni anche per chi crea le stesse notizie o per chiunque abbia necessità di ricerca. Questa è la caratteristica costitutiva del web come lo conosciamo e che ha decretato il successo di aziende che hanno offerto strumenti ottimali per le ricerche degli utenti e ottimizzanti i risultati.
Inoltre, il “confusionario” web si costituisce ambiente organizzato entro dei nuclei di interesse o sociali che permettono agli utenti di entrare in contatto in base a dei parametri condivisi. Questi possono essere i forum e le community che hanno al centro interessi, passioni o professioni comuni (il tennis, l’uso di un software, la fotografia, …), oppure i social network – i cui modelli recenti sono ad esempio Facebook, Twitter, Tumblr, … – i quali costituiscono diversi tipi di comunità che si vengono a creare in base a criteri aggregativi propri dell’ambiente.

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Agli albori dello sviluppo della rete, e anche per alcuni decenni a seguire, non ci si ponevano queste problematiche proprio perché i mezzi fisici, i computer, non avevano una grande diffusione presso privati e quindi nella casa (e oggi potremmo dire nelle tasche) di ogni cittadino del mondo economicamente sviluppato. Oggi invece la situazione è ribaltata e sempre più persone sono in grado di essere loro stessi dei creatori di informazioni (non necessariamente di notizie, ma anche di queste: vedi il citizen journalism ad esempio) oppure collaborano alla creazione delle stesse e in più possono occuparsi della loro promozione.

Nella realtà contemporanea c’è quindi una grande mole di informazioni disponibili e in costante aumento alla quale gli utenti accedono e contribuiscono a mantenere in vita e far sviluppare. Ciò anche grazie a strumenti hardware e software di grande diffusione come macchine fotografiche digitali e programmi di fotoritocco, smartphone, piattaforme di facile utilizzo per la gestione di blog, etc. Si tratta di informazioni e messaggi che una volta generati possono essere modificati e diffusi in rete da chiunque (salvo limitazioni dovute al diritto d’autore ad esempio, ma non mancano certo i copia/incolla senza link o riferimento alla fonte). Con la funzione quindi di veicolo e di garante, se non della veridicità dell’informazione almeno del suo interesse.

Se nell’era pre-internet la creazione dell’informazione aveva una sua giustificazione per il suo essere notizia di interesse almeno comunitario, o per essere necessaria a fini sociali e civili (le sentenze, …) e/o economico-fiscali (denuncia dei redditi, contratti, …) o legata ai momenti salienti della vita dell’individuo (nascita, matrimonio, morte, …), oggi, qualsiasi informazione e contenuto (anche multimediale) possono essere creati indipendentemente dal loro ruolo civile e sociale. Tanto paradossale quanto vero: nulla mi vieta di creare un blog che non interessa a nessuno.

Nell’economia della rete è informazione tutto ciò che questa è in grado di generare e può essere provato come tale: non solo l’articolo de Le Reti di Dedalus, ma anche il fatto che una persona che lo reputa interessante decida di condividerlo sulla propria bacheca di Facebook e lì aggiungere un commento innescando magari un botta e risposta con l’amica che aveva taggato nel commento, la quale dimostrerà a tutti i suoi amici come la pensa a riguardo, i quali a loro volta potranno dissentire contestualmente o inserire quell’articolo in un tweet, … e via dicendo. È comprensibile quindi come il concetto di informazione assuma una forte dimensione pubblica e collettiva, secondo i canoni propri di internet. Ed è evidente che quando si parla di informazione non si può riduttivamente intendere solo ciò che l’utente ricerca, ma anche qualsiasi altra azione egli faccia in rete. Quali parole usa per interrogare un motore di ricerca, quanto resta in un pagina, se usa i link, se clicca sulla pubblicità, quale pubblicità, se condivide un contenuto, se carica video su Youtube, quali video vede, … e in generale tutto ciò che decide di condividere.
La società dell’informazione non è solamente l’era della libertà e del pluralismo (o che viene apprezzata per la libertà che offre e il pluralismo e la democrazia che ne deriva), ma anche quella dei dati e della profilatura e del sempre più stretto legame tra uomo e rete.

Efficace infografica

Vincenzo Cosenza – autore del blog Vincos – la chiama «società dei dati», in riferimento al termine «Big Data» che internazionalmente definisce le tecniche e le tecnologie usate per raccogliere e analizzare gradi quantità di dati. Per farci un’idea: «Ogni minuto in rete vengono spedite 204 milioni di email, effettuate 2 milioni di ricerche su Google, caricate l’equivalente di 48 ore di video su Youtube, creati più di 270.000 post su Trumblr e  Wordpress, inviati oltre 100.000 tweet e compiute oltre 2.220.000 azioni su Facebook».[1]

La gran mole di dati che produciamo non riguarda solo la rete internet ma l’intera nostra vita quotidiana. Ad esempio ciò che riguarda gli spostamenti, poiché spesso ci aiutiamo con navigatori satellitari e mappe su smartphone, quindi i dati relativi al telepass, agli acquisti effettuati, e a tutte quelle attività monitorate da sensori e telecamere sparse per le città.

Una realtà così complessa è qualcosa che riguarda tutti come soggetti attivi. Nel lungo articolo La società dei dati, Vincenzo Cosenza offre interessanti spunti di riflessione che ci permettono di comprendere come i dati, se ben analizzati, comunichino alle aziende delle particolari esigenze dei clienti. Inoltre, grazie a uno sviluppo culturale e tecnico in tal senso da parte delle istituzioni, si potrebbe semplificare la “vita burocratica” dei cittadini.

Oltre agli aspetti puramente commerciali e civili, i dati possono essere d’ausilio anche alla persona fisica. Grazie ad applicazioni per smartphone è sempre più facile tenere sotto controllo le proprie condizioni di salute in relazione alle attività quotidiane. E si presume che questi strumenti andranno sempre di più costituendo non un semplice accessorio per lavoro, svago e comunicazione, ma dei veri e propri supporti alla vita quotidiana in tutti i suoi aspetti. Non è fantascienza, ma piuttosto una realtà che apre al weareable computing.

[1] Vincenzo Cosenza, La società dei dati, edizioni 40k, p. 8.

I LIBRI DIETRO LA QUARTA. Ruoli e forme della quarta di copertina

 

Questa è una presentazione che sintetizza i principali argomenti e questioni affrontate nella mia tesi di laurea incentrata sulla quarta di copertina e i contenuti e le modalità di presentazione dei libri on-line su siti di case editrici e librerie on-line.

Potete leggere qui l’Indice.

La tesi è stata discussa nel luglio 2012, per il corso di laurea magistrale Editoria e Scrittura (LM-19 Informazione e sistemi editoriali) dell’Università La Sapienza di Roma, per la cattedra di Gestione dell’impresa editoriale del prof. Nicola Antonio Attadio. Correlatrice del lavoro è stata la prof.ssa Maria Panetta.

Per leggere l’intera tesi in formato .pdf potere cliccare qui.

Spero che possiate trovare degli spunti interessanti (anche per le vostre tesi :))

La legge levi (un anno dopo)

Il quartiere Belville di Parigi si trova nel XX arrondissement nella zona est della città. Se non fosse per il cimitero Père Lachaise (quello dove tra i tanti c’è anche James D. Morrison) e per aver fatto da scenografia per le dis-avventure del capro espiatorio Benjamin Malaussène (il più noto personaggio di Daniel Pennac), molto probabilmente il quartiere non sarebbe conosciuto internazionalmente per i suoi casermoni e per le anonime vie che si snodano al suo interno. Quartiere popolare ad alta percentuale di immigrazione, avvolge con odori di cucine multietniche che riempiono l’aria di una Parigi meno turistica, meno artistica, meno anni ’20.

In questa realtà vive una libreria indipendente, Le genre hurbain, con un assortimento concentrato su saggistica d’ampio respiro con particolare attenzione alle mutazioni urbane e sociali. Quindi non una qualsiasi libreria di varia, pallida fotocopia arrancante della libreria di catena votata al best-seller e al classico della letteratura in edizione supereconomica.

A raccontarci di questo gioiello è Ilaria Bussoni di DeriveApprodi (interessante realtà indipendente dell’editoria romana) durante l’incontro «Da una legge all’altra» organizzato in occasione di “Più libri più liberi” la fiera della piccola e media editoria che si tiene a Roma ormai da 11 anni. La legge al centro dell’incontro è la legge Levi sul prezzo del libro che limita lo sconto al 15% e che risale al settembre 2011.  Dopo un anno gli addetti ai lavori si ritrovano pubblicamente a discutere dei risultati e dei propositi futuri.

Il paragone con la Francia è quasi obbligato quando si parla di legge sul prezzo del libro, di libri e di lettura. Infatti, al di là delle Alpi una legge che regoli il prezzo del libro c’è già dal 1981, con un bel trentennio di anticipo rispetto all’Italia. Inoltre la Francia è un paese tradizionalmente  attento all’educazione alla lettura sin dall’infanzia e che sostiene realtà culturali come le librerie indipendenti che possono vivere lì dove una catena non investirebbe mai. Questo perché si riconosce al libro un ruolo sociale, civile e culturale che travalica lo stesso valore materiale del bene. E lo stesso discorso vale per la libreria, che è qualcosa di più di un semplice esercizio commerciale.

Dopo un anno, la legge Levi sembra comunque qualcosa che non riesce (e forse non è mai riuscita, perché troppo in ritardo) a reggere il passo con le problematiche che il mercato del libro presenta.

libri a scaffale

La prima difficoltà è quella relativa alla stessa applicazione della legge. Sul blog dei Mulini a vento (gruppo di editori indipendenti particolarmente attivi nel difendere il loro ruolo oltre che la loro azienda) si denunciano violazioni della legge nonché il disinteresse o il falso interesse da parte della classe politica verso queste realtà imprenditoriali a favore degli oligopoli editoriali che controllano tutta la filiera del libro, dall’ideazione alla distribuzione e alla vendita.

Oltre a quelle relative alla legge in particolare, parlare oggi di una legge per il libro in Italia apre a problematiche internazionali di vario genere e non puramente commerciale. Come le spinose questioni sul diritto d’autore (non solo sanzioni ma innovazione), l’Iva sui libri digitali (ora al 21%) e quindi la stessa denominazione del prodotto libro, la promozione della lettura attraverso biblioteche (anche quelle scolastiche e di quartiere) e, per quanto possibile, cercare di salvaguardare una varietà nazionale di editoria (nel senso più ampio del termine).

In Italia mancano degli strumenti normativi e una particolare attenzione a questo tipo di problemi. La politica attribuisce un certo immobilismo alla necessità di rispondere alle normative europee riguardo la materia. Ma intanto la Francia ha intrapreso la sua strada, abbassando l’Iva sul libro elettronico al 4% (invece del 21%) considerandolo quindi alla stregua libro cartaceo. E ciò non ha solamente un valore ai fini fiscali, ma anche della stessa percezione e interpretazione di un prodotto.

Come ha sottolineato Enrico Iacometti (Presidente del Gruppo dei piccoli editori Aie) la legge Levi è stata l’«aspirina contro una malattia grave». Qualcosa che non basta quindi, che necessita di studi più approfonditi, di analisi ulteriori e intenti comuni per migliorare le condizioni del malato. E sicuramente ora sarebbe il momento per discutere riguarda l’Iva sui libri elettronici visto che il settore, per quanto in forte crescita, costituisce ancora una bassa percentuale nel complessivo mercato del libro (1% del mercato trade) [fonte: Gdl].

Tutti, dai rappresentanti di categoria (presente anche Marco Polillo presidente dell’Associazione Italiana Editori) agli ospiti istituzionali (presente Paolo Peluffo sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il governo Monti) agli editori, convengono nella necessità di un intervento deciso e orientato al futuro.

Il sottosegretario Paolo Peluffo ha precisato che il governo Monti ha seguito la linea di coerenza con le direttive Ue e per questo non ha intrapreso scelte discordanti per quanto riguarda l’Iva sugli e-book. Il membro del governo ha inoltre sottolineato una realtà ancora più drammatica del caso italiano: la mancanza di lettori. Problema atavico ormai è la scarsa domanda di libri in Italia, la mancanza di cultura alla lettura, soprattutto in un paese che deve risollevarsi economicamente e deve proporre eccellenze a livello internazionale. Piuttosto, gli italiani che nel 2011 hanno letto almeno 1 libro sono stati 700.000 meno del 2010 e si tratta spesso di persone che devono essere riconquistate di volta in volta come lettori dal punto vendita, dall’editore, dall’autore, dal titolo.

È comprensibilmente difficile trovare una soluzione a questo problema. Non basta passare per i tortuosi banchi del Parlamento e giungere all’approvazione di qualche legge. Non basta finanziare realtà culturali e imprenditoriali (potrebbe essere necessario aiutare ad esempio per investimenti in strumenti informatici e nuove competenze necessarie, ma comunque significherebbe aiutare imprese importanti in difficoltà e non dare linfa vitale al settore). E soprattutto non basta fare spot che raccontino di come leggere sia fondamento della nostra cultura, formi la persona o sia un’esperienza unica che ci fa vivere esperienze nuove e inaspettate.

Sarebbe necessario essere in grado di offrire stimoli di lettura ad ognuno, e che questi continuino nel tempo. In Italia invece persiste quell’insana idea che i libri abbiano a che fare solamente con lo studio e che terminata questa necessità venga meno il rapporto con i libri. Oppure che leggere sia un’attività di evasione, un diletto, un vezzo volto alla “cultura personale”. Forse la promozione della lettura dovrebbe partire proprio da questo: da una corretta interpretazione dell’attività di lettura. Ed è necessario che tutti si impegnino a partire dalle scuole (ma sia le maestre elementari che i docenti universitari dovrebbero essere dei lettori) e dalle famiglie (ma in famiglia c’è spazio per la lettura?), e poi negli ambienti di lavoro pubblici e privati che hanno bisogno di cervelli e idee. Inoltre gli stessi lettori dovrebbero essere i primi promotori, avendo così molto di più da condividere (non solo tra loro ai circoli di lettura o nei blog letterari). E finalmente si aiuti a capire che leggere è utile per avere quegli strumenti necessari per comprendere questo mondo e non per evadere e fuggirlo.

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Della Legge Levi ne avevo già parlato a suo tempo qui

L’UOMO E LA MELA (in memoria di Steve Jobs)

Quando Dio soffiò la vita all’uomo, la sua più bella creatura, non gli assegnò compiti difficili oltre  quello di essere un giardiniere, un compito decisamente alla sua portata. Al fine di provare la fiducia e la diligenza di questo giardiniere e di quella che poi sarebbe stata sua consorte, il Creatore impose come limite di non mangiare i frutti di un albero. Un limite a dire il vero ragionevole se si considera che l’uomo avrebbe potuto mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino tranne uno, l’«albero della vita» o «l’albero della conoscenza del bene e del male». Ma egli ne mangiò, altrimenti noi non ne sapremmo nulla.

Think different”, uno degli slogan storici della Apple, riesce a racchiudere l’essenza di un marchio che non fabbrica e vende solo prodotti, ma anche idee: think. Idee che sono diverse e quindi diverso deve essere il modo di pensare, diverso il modo di vedere, diversi gli strumenti che ci fanno arrivare a queste idee. Nel 1997, la fortunata campagna pubblicitaria invase i mezzi di comunicazione video e stampa con un elegante bianco e nero e il susseguirsi (per il video, su carta sono ovviamente ritratti singoli) di immagini di personaggi del calibro di Albert Einstein, Bob Dylan, Martin L. King, John Lennon, Maria Callas, Mahatma Gandhi, Alfred Hitchcock, Pablo Picasso e altri. La voce in sottofondo (nella versione italiana è quella di Dario Fo) presenta queste figure non tanto per ciò che hanno fatto e quindi ciò per cui sono ricordati (musica, cinema …) ma come persone qualunque che sono diventate uniche perché hanno saputo vedere lontano, osare e non si sono fermati. Persone come noi che guardiamo lo spot, ma «folli», «ribelli», «piantagrane», gente che «non ama le regole e non ha rispetto per lo status quo», dice la voce, insomma gente che la pensa in maniera diversa e che finisce per cambiare il mondo, dei geni che superano i loro tempi. Il tutto è contrassegnato dalla mela morsicchiata dipinta arcobaleno che appare alla fine dello spot (per stampa e cartellonistica è in un angolo o con uno dei cari personaggi in primo piano o con uno dei prodotti da pubblicizzare) insieme allo slogan “Think different”. Il 1997 è inoltre l’anno in cui la Apple riassume Steve Jobs dopo averlo allontanato nel 1985. Ed è lo stesso Steve Jobs che in una pubblicità ci porge la mela, stavolta non stilizzata e colorata, ma vera, intera, da mordere.

Alla fine dello spot dopo la sequenza di personaggi famosi e prima del comparire del marchio, una bimba apre gli occhi passando così dal sonno alla veglia, dalla cecità al discernimento: prima non riusciva a vedere, era come addormentata, senza una personalità propria, era conformista, faceva quello che le veniva imposto di fare, non si prendeva la responsabilità di ribellarsi e far sentire la propria voce e la propria volontà. Ora lo fa, la pensa diversamente, vede le cose da un’altra prospettiva rispetto al resto degli artisti, degli scienziati, degli sportivi, dei politici … ha mangiato la mela. «[…] e allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi» [Gn 3,7].

Il 22 gennaio 1984 in occasione del Super Bowl, Apple acquistò il costosissimo e ambitissimo spazio pubblicitario per promuovere il primo Macintosh con uno spot girato da Ridley Scott, già regista di Blade Runner (1982), ambientato in uno scenario futuristico con esseri umani mentalmente schiavi di un viso e una voce su maxischermo. La terribile condizione umana viene interrotta da una coraggiosa atleta dagli abiti colorati, che lancia un martello contro il maxischermo liberando una fortissima luce. I riferimenti a 1984 di George Orwell sono evidenti e voluti, tanto che lo spot recita «Il 24 gennaio Apple lancerà il Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984».

Lo spot-evento non si limita alla sola pubblicizzazione di un prodotto ma se contestualizzato storicamente è comprensibile come si inscriva in quella “guerra” contro il colosso Microsoft, colpevole di egemonizzare il mercato del computer e così omologare le menti. Se non volete, se siete diversi, se volete salvaguardare la vostra libertà e non vi piacciono le regole imposte, venite da noi, mangiate la mela. Bisognerà però ricordare che quando il serpente offrì il terribile frutto all’uomo lo ingannò mettendogli in testa che il limite riguardasse tutti gli alberi del giardino e che quindi non avrebbe potuto mangiar nulla. L’uomo si difese, ma alla fine cedette alle lusinghe.

 steve jobs think different

Il manicheismo dei computer, la divisione del mondo dell’informatica in buoni e cattivi, è qualcosa che Apple ha contribuito a far crescere nell’immaginario collettivo  non solo in contrapposizione a Microsoft ma già di Ibm. L’azienda nasce infatti in quegli anni ’70 della controcultura e dell’informatica che inizia a entrare nelle case. Lo stesso Steve Jobs, uno dei pochi Ceo (Chief Executive Officier) al mondo osannati come una pop-star, si è formato in quel contesto e vanta un percorso formativo non proprio ordinario per un ingegnere informatico, con viaggi in India e vita in comunità hippy. Un giovane che dopo aver mollato l’università dopo pochi mesi di frequenza (nonostante i genitori biologici si fossero premurati che il piccolo continuasse a studiare dopo il diploma) si impegna a seguire lezioni di calligrafia e un bel giorno vende il suo furgoncino Wolkswagen e si mette in un garage insieme a un suo amico a costruire qualcosa che gran parte del mondo ricco non ha ancora ben capito cosa diavolo sia: i computer. Insomma, un’educazione professionale molto americana che permette al genio Steve Jobs – quello che oggi, dopo la sua morte, è continuamente definito come un visionario – di coniugare la tradizionale cultura dell’American dream con quella libertaria della contestazione, in un mix di ribellione e successo. Un giovane sbandato che ci ha saputo fare? Potrebbe essere tuo figlio che ha i capelli lunghi, ascolta hip-hop e sta tutto il giorno davanti a una dozzina di schermi.

Una contrapposizione che acquista anche un altro significato: è lo stesso stile di vita, lo stare al mondo, il nostro essere e la nostra essenza. C’è l’appleist e ci sono tutti gli altri. Ci sono gli smanettoni (oggi lo siamo tutti, ma un tempo un po’ meno) fighi e quelli sfigati. Ci sono i brillanti creativi scravattati della Apple con uno Steve Jobs che da un bel po’ ci ha abituati al dolcevita nero, Levi’s e New Balance e ci sono i noiosi in doppiopetto di Ibm e della Microsoft (Nell’ultima biografia autorizzata di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson che uscirà in Italia per Mondadori viene svelato il perché di questa scelta che risale a una visita negli stabilimenti Sony negli anni 80 e a un incontro con lo stilista Issey Miyake.). Questo è uno dei punti di forza dell’azienda per creare un’immagine di sé presso il pubblico e nelle persone un’idea di ciò che significa essere tecnologicamente al passo con i tempi, soprattutto quando si vuol far sentire la propria presenza nel mondo con e attraverso strumenti tecnologici («Se non hai un iPhone, non hai un iPhone» come recita un recente spot italiano).

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Luca De Biase, Scienza delle conseguenze, 40k, 2012

In Cosmopolis di Don DeLillo il protagonista Eric Packer si gioca la vita in una stramba traversata di New York (per tagliarsi i capelli) e nelle fluttuazioni dello yen. Per poi scoprire che sì, lui è in grado di conoscere e comprendere il mondo meglio di chiunque altro pur restando assiso sui portentosi sedili della sua limousine, ma non ha badato abbastanza al suo corpo, che è ancora (terribilmente) l’unica cosa al mondo che lo rende esistente, al di qua dell’anima e dei dati personali. Non ha badato al vizio della sua prostata. Asimmetrica.

Possono i sistemi biologici e fisici, nella loro evoluzione e nei loro meccanismi, costituire un modello per comprendere l’andamento dei mercati (e ogni altro fatto complesso e non prevedibile)? O ogni realtà è puramente cerebrale?

L’era di internet, o qualsiasi altro nome le si voglia dare, è caratterizzata oltre che dalle grandi possibilità comunicative, commerciali e sociali (con tutto l’entusiasmo e le riserve possibili), anche e soprattutto da una enorme creazione di dati. Che vengono “archiviati”, elaborati, connessi, analizzati. Oltre all’ovvia domanda se questi dati possano essere usati per semplificare la vita degli individui nelle società complesse, ci possiamo chiedere se la gran mole di dati non possa aiutarci nel  prevedere eventi futuri, analizzando i fenomeni che li vanno via via preparando.

Ad esempio date un’occhiata al sito Recorded future: il nome del progetto è tutto il programma!

Come ci fa notare Luca De Biase in Scienza delle conseguenze (ebook pubblicato da 40k) «si dovrebbe cominciare a considerare la possibilità che la nozione stessa di previsione – per lo meno per come l’abbiamo conosciuta – possa essere destinata a essere abbandonata». Quale idea e pratica di previsione verrà quindi a formarsi e con quale idea di futuro ci stiamo confrontando? Già, perché se l’idea di linearità  è venuta meno (è venuta meno?) almeno con il post-moderno (il cui superamento potrebbe essere solo una nuova e consolidata linearità) e con gli ipertesti, abbiamo bisogno di una «epistemologia adeguata» per una scienza che sia in grado di comprendere complessità crescenti e relazioni tra individui strutturati e interpretabili attraverso dei dati.

 

debiase Scienza delle conseguenze

 

I dati che però vengono raccolti ed elaborati tenendo conto delle interazioni (e si potrebbe  dire “del mondo delle interazioni”) tra le persone e altri soggetti virtuali e aziendali, si basano appunto sul già conosciuto. Fino a che punto si è quindi in grado di conoscere e comprendere e “prevedere” ciò che nasce dall’imprevedibile? Insomma per comprendere fenomeni complessi e i loro sviluppi non ci si concentra sulle eventualità mai prese in considerazione – i «cigni neri» – ma su una sostanziosa base di dati in continua fluttuazione ma che sono costituiti da elementi molto spesso autoreferenziali (gente che continua a dire che i cigni sono bianchi) e che sono costituiti da quel circolo vizioso tra libertà e filtro. Ovvero tra self-reserch (e self-publishing  in tutte le sue forme) e mediazione algoritmica (quella che Eli Pariser ha definito «bolla dei filtri»).

Infatti le persone operano in modo razionale, ma «dipendono dalle informazioni che riescono a considerare rilevanti». E molto spesso nei nuovi modelli di ricerca sono aiutati da macchine e sistemi nel definire ciò che è rilevante.

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.2)

 

«Chi è ‘sto Berlusconi?» chiesi in giro. «Un palazzinaro che non capisce niente di televisione», mi risposero.  

 Mike Bongiorno

 

Agli inizi degli anni ’80 il primo ministro inglese è Margaret Thatcher (in carica dal 1979 al 1990), il presidente Usa è Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989), la Cina è guidata da Deng Xiaoping (dal 1978 al 1992) mentre in Italia il governo più longevo è stato quello Craxi a partire dal 1983 al 1987.

In questi anni viene meno l’egemonia del keynesismo in economia, in favore di una maggiore attenzione all’inflazione, evitando l’espansione della spesa pubblica per far fronte alla disoccupazione. L’ossessione numero uno diventa il pareggio dei conti pubblici e si cerca di dare nuovi impulsi all’imprenditoria privata e alla libera concorrenza. Si punta alle liberalizzazioni commerciali  e a un minor ruolo economico dello Stato. Cambia il lavoro. Si parla di Mcjobs: lavori atipici e temporanei (il friggitore di patatine da McDonald’s, per intenderci) che oltre a frammentare la propria identità, frammentano anche il quotidiano e il proprio futuro. Dai sondaggi della fine degli anni ’80 emerge che per gli italiani conta «il benessere della famiglia, condurre una vita sana e regolata, l’amicizia, possedere una casa propria, affermarsi con i propri mezzi, leggere studiare conoscere, migliorare le proprie capacità, conquistare la stima degli altri, trovare un posto di lavoro sicuro, saper risparmiare. Agli ultimi posti figurano invece condurre una vita avventurosa, avere cariche e responsabilità pubbliche». E sono valori interclassisti.

Gli italiani hanno poca fiducia nel pubblico, e nel progetto sociale condiviso e proteso verso il futuro: pensano al benessere personale, un benessere che deve essere mostrato e condiviso. Vivono l’illusione televisiva di essere qualcuno senza essere nessuno e senza dover sapere almeno quel qualcosa necessario per rispondere alle domande di Mike Bongiorno al telequiz Lascia o raddoppia? (quelle che fecero impazzire il prof. Nicola Palumbo in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, film del 1974): basta saper o non saper fare qualcosa e partecipare alla Corrida.

Chi riesce ad interpretare la mutazione individualista e la frammentazione degli italiani è, secondo Gozzini,Silvio Berlusconi, in un contesto nel quale anche la politica entra nella competizione frammentata e costosissima della televisione. Silvio Berlusconi, uno che con la televisione aveva poco a che fare. Almeno fino a quando non compra 500 film della Titanus da mandare in onda su Telemilano (dal 1980 si chiamerà Canale 5), la rete privata di Milano 2, il quartiere residenziale messo su dall’imprenditore edile Silvio Berlusconi. Ma la vera svolta è la fondazione di Publitalia nel 1979. La concessionaria di pubblicità fa capo a Fininvest (la holding che raccoglie tutte le attività di Berlusconi) e non è quindi esterna all’azienda come avviene per la Rai, le televisioni locali e quelle estere. Ciò permettere di proporsi come partner dell’inserzionista, creando degli spazi pubblicitari all’interno dei programmi, dove il prodotto è reclamizzato dal presentatore stesso.

Intanto Calimero è morto, e sono arrivati i Puffi a sostituirlo. La Fininvest sforna Drive In (1983) e la Rai risponde con Quelli della notte (1985) e Indietro tutta (1987). Drive In è la prima creatura di Antonio Ricci che nel 1988 partorisce Striscia la notizia con il Gabibbo «alfiere dei sentimenti popolari contro i potenti ma anche testimonial pubblicitario». È una televisione provocatoria, parodica, decostruita, frammentata e fatta di sé stessa (vedi anche Blob, programma di Enrico Ghezzi e Marco Giusti in onda dal 1989). Come nota Gozzini «il posto della televisione materna e pedagogica del monopolio viene preso dalla neotelevisione commerciale, con i suoi tratti distintivi: la serialità ripetitiva, la conversatività affabulatoria, la proposta trasgressiva, l’esercizio demenziale. Tutti linguaggi mutuati dalla pubblicità».

leggi la pt. 1 e la pt. 3

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.1)

Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione.

Ennio Flaiano

«La televisione cambia la testa degli italiani». L’incipit della quarta di copertina de La mutazione individualista edito da Laterza è un’affermazione. «[la televisione] Cancella la politica come concetto condiviso e la sostituisce con un’arena di gladiatori. Cancella la storia e la sostituisce con un presente senza passato. Cancella la realtà e la sostituisce con uno spettacolo continuo che divizza le persone comuni. Cancella la fatica e la sostituisce con il sogno del successo». In realtà, l’autore del libro, lo, ci introduce al suo lavoro con una domanda: «La televisione cambia la testa degli italiani?». E potremmo dire: è quel demonio così tanto temuto che da sessant’anni ci tiene compagnia? Già, ma come un demonio non tira fuori le sue diavolerie dal nulla, ma sfrutta le nostre debolezze e fragilità.

Fin da subito la televisione fu vista come un elettrodomestico ingombrante e minaccioso, in grado di portare squilibri in famiglia: la donna non cura più la casa, i bimbi non fanno i compiti e il capofamiglia si distrae e dimentica i suoi appuntamenti. Per Paolo Monelli la televisione finirà per «annullare quelli che sono stati finora i rapporti umani e familiari» in un’Italia che si avvia ora verso il progresso, inteso dal giornalista come «progresso all’ingiù», a formare «una società di analfabeti, di conformisti, di meccanizzati, per cui non ci sarà più posto per la varietà e l’imprevisto della vita, per la libera scelta dell’attività e dello svago» a causa di un «subdolo strumento di dittatura nel campo dello spirito e della coscienza». Ma intanto la televisione porta la città nelle campagne e la gente fa chilometri per andarla a vedere, ritrovandosi a casa di chi ce l’ha. La sociologa Lidia de Rita intervista dei contadini lucani nel 1959 e questi sono entusiasti dello strumento. A loro la televisione piace, più della radio, più del cinema. Con la televisione imparano molte cose: «Mediante questa televisione insomma, attraverso la televisione ne fanno conoscere di tutti i difetti della barbabietola, questi insetti… dove n’avvengono, quando depongono le uova … Eh così in pratica non le puoi vedere… tante cose»; e si divertono, visto che «una volta vedi un programma, una volta vedi un altro programma, la televisione è più… sportiva del cinema»[1].

E intanto imparano la lingua nazional-televisiva.

Quello di Gozzini è sì il libro di uno storico, ma non ci si deve aspettare né la storia della televisione attraverso i suoi protagonisti, né quella dell’Italia del dopoguerra. È la storia della relazione tra i cittadini di un paese in ri-costruzione e un mezzo di comunicazione in grado di portare il mondo dentro casa propria, quando si vuole. Senza fossilizzarsi su un’idea di televisione plagiatrice di menti, l’autore nota come questa abbia accompagnato e interpretato quei sentimenti e temperamenti dell’italiano in crescita, e come a volte, ci sia riuscita meglio e a discapito della politica, del civismo, del progetto sociale comune.
Gozzini punta molto a far comprendere quel passaggio dalla «paleotelevisione pedagogica» di Ettore Bernabei (direttore generale della Rai dal 1960 al 1974), alla «neotelevisione» che vende telespettatori agli inserzionisti. E noi navigatori di oggi siamo ben educati a comprendere quest’ultimo genere di necessità.
Cosa succede nel frattempo? Nel 1957 a Milano apre il primo supermarket, nel 1964 Marshall McLuhan parla di «villaggio globale» (la tecnologia televisiva è in grado di collegare l’intero pianeta), nello stesso anno per la McGrow-Hill di New York esce Fundmentals of Marketing di Stanton e Varaldo (la cosiddetta «Bibbia del marketing») e nel 1965 a Roma apre il Piper (per volontà dell’avvocato Alberico Crocetta, ex X Mas, per far «purgare» i giovani, farli scaricare). Nel 1968 c’è il «Sessantotto». La famiglia cambia e cambia la stessa idea di famiglia: non più patriarcale «fondata sulla funzione casalinga della donna e su valori di risparmio, obbedienza e solidarietà interna», ma nucleare «con pochi figli e una donna casalinga che si apre al mondo» [Gozzini, 2011, p.65]. E che guarda una tv che invita a fare shopping, non più a risparmiare.
Intanto la Rai è sempre più legata al potere politico e assume 2 vicedirettori generali, 14 direttori, 30 codirettori e 53 vicedirettori generali [Gozzini, 2011, 61].

Dalla metà degli anni ’60 ai primi dei ’70 cresce il numero di tv ed elettrodomestici (tra il 1965 e il 1971 le famiglie con la televisione crescono dal 49 all’82%, quelle con il frigo dal 55 all’86%, con la lavatrice dal 23 al 63%). Crescono inoltre i nuclei familiari composti da una sola persona (ma non si tratta solo di giovani che scelgono una vita indipendente dai genitori, ma anche di anziani che vengono lasciati soli perché le strutture sanitarie sono potenziate).

Chi tiene per mano gli italiani lungo questo percorso è la pubblicità. Ovvero l’idea di prodotto che viene a crearsi nella mente del consumatore, prima che egli sia acquirente e dopo, per fare in modo che lo sia ancora. Con il nuovo stile di vita la gente si allontana dalla Chiesa (non dalla fede), adottando una nuova etica cristiana «fai da te». Come poté notare Pier Paolo Pasolini «il cattolicesimo era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche ha cominciato a liquidarlo» [2]

mutazione individualista gozzini laterza

Negli anni ’70 la baby boom generation (i nati nell’immediato secondo dopoguerra) arriva nel mercato del lavoro e si genera un aumento del pubblico impiego e delle professioni liberali tradizionali. Il deficit pubblico aumenta e, soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord-Est, c’è un forte incremento dei posti di lavoro industriali che avviene quasi interamente in imprese con meno di 50 addetti. I problemi che c’erano allora sono gli stessi di oggi: evasione, mancanza di servizi, economia sommersa e lavoro nero. Lo Stato appare lontano e cresce il distacco tra politica e società. Dopo il compromesso storico, Berlinguer parla di «austerità», ma il paese va verso l’espansione dei consumi privati di massa. «Come nelle guerre e nei momenti di acuta crisi collettiva che ne hanno punteggiato la storia millenaria, il popolo italiano sceglie allora d’istinto e quasi inconsapevolmente la strada del rifugio nel privato: famiglia, casa, lavoro tornano a riempirne l’orizzonte»[Gozzini, 2011, p. 82]: l’unica strada da percorrere insieme è quella della nostra famiglia.

Rifacendosi ad Albert Hirschman [1982], Gozzini parla di «exit», ovvero di quello che più comunemente viene chiamato «riflusso», ma che «è la critica più  radicale a un ceto politico che, nel suo insieme, si rivela inefficiente […]. Frustrata da una politica incapace di riforme è sempre più parassitaria, la baby boom generation trova nuove strade per proseguire la propria mutazione individualistica».

A metà degli anni ’70 si diffondono le radio e le televisioni private, e Rusconi è l’unico editore che entrerà nel settore televisivo (nel 1982 fonda Italia 1, che nel giro di pochi mesi diviene proprietà di Fininvest). In Italia però il terreno degli investimenti è quello sabbioso del Far West sul quale vince chi ha occhi e orecchi attenti, mano svelta ed è un buon tiratore.

La tv pubblica è sempre più attenta allo spettacolo e meno all’informazione. Tanto che l’informazione, quando c’è, è sempre più spettacolarizzata, e al pubblico più di questa interessa lo scontro politico, la partigianeria, il tifo,  magari anche il divertimento e  l’indignazione, senza dover indagare su come stanno veramente le cose. Si creano i presupposti per programmi come  Samarcanda (1987) dove lo schermo è occupato dalla piazza e dalla contrapposizione accesa tra gli ospiti. Di questi dibattiti la gente ne parla il giorno dopo, al lavoro, in autobus , … Un po’ come fossero dei serial televisivi. Entrano nel quotidiano perché sono prodotti televisivi pensati per un determinato pubblico e per essere da questo consumati, proprio come i prodotti della pubblicità.

Il pubblico non è più qualcosa di unitario: non ci si rivolge più alla famiglia e nello stesso tempo ai contadini lucani che si ritrovano a casa di Fernandina a vedere la tv, ma ai bambini, teenager, etc. ovvero a un  pubblico segmentato al fine di procurare spettatori agli inserzionisti pubblicitari. Alla tv pedagogica di Bernabei, fatta per la famiglia unita, si sostituisce la neo televisione commerciale pensata secondo i criteri del marketing. E Dallas (sit-com in onda in Italia nel 1981, prima su Rai 1 e subito dopo su Canale 5) – quel «supermarket di significati» a uso e consumo dei vari segmenti – rispecchia per Gozzini «l’exit dalla politica dell’Italia degli anni ottanta». Quell’Italia di fine anni ’70 per cui «pluralità significa la silenziosa e molecolare di un’identità nazionale condivisa» e i suoi cittadini «che “si sono fatti da sé” durante il miracolo economico perdono l’Italia che Massimo d’Azeglio aveva data per “fatta” più di un secolo fa: diventano cioè una società a maglie sempre più larghe e slabbrate, superficialmente unificata dalla televisione commerciale e dai consumi di massa, ma frammentata nel profondo da una mutazione individualista che smette di riconoscersi nella politica»[Gozzini, 2011, p. 105].

leggi la pt. 2

 già pubblicato in Le reti di Dedalus

 

[1] L. De Rita, I contadini e la televisione. Studio sull’influenza degli spettacoli televisivi su un gruppo di contadini lucani, Bologna, il Mulino, 1964.

[2]P. P. Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione, «Corriere della Sera», 9 dicembre 1973.

Mehr: Youtube iraniano censurato dal regime

In Iran è nato Mehr, una piattaforma che assomiglia a Youtube, tranne che per i suoi presupposti: non è libera. Ovvero gli utenti non possono caricare i video che vogliono.

Ovviamente non si tratta si una start-up, né di un progetto nato nei dormitori universitari o in qualche garage, ma nasce da una iniziativa del governo iraniano, e affidata all’Islamic Republic of Iran Broadcasting.


Iran-has-launched-Mehr-a-new-website-for-citizens-to-share-short-videos


L’Iran è un paese che ha fatto sempre pressione sugli utenti dei social media e della rete, arrestandoli quando contrastavano o criticavano la realtà politica del paese. date un’occhiata ai dati mondiali sulla censura di internet.

Lo scorso Settembre il governo aveva bloccato l’accesso a Google e ai suoi servizi a causa del video The innocense of muslims postato su Youtube (che è di proprietà di Google) e ritenuto anti-islamico.

Mentre in occidente realtà come Youtube o i social network hanno ottenuto un successo enorme perché strettamente connesso con la libertà di usare questi strumenti – tenendo comunque presente problemi specifici relativi alla privacy e alla superfluità di molti contenuti che sono degni di esistere solo per il fatto che c’è la libertà che esistano – in paesi come l’Iran vengono esportate le stesse modalità comunicative, ma viene meno il fattore altrimenti fondante della libertà.

Anche in Cina, la situazione non è diversa. A fine Novembre infatti è stato arrestato Zhai Xiaobin  per aver postato un tweet satirico che avvicinava il 18° Congresso del Partito Comunista al film Final destination, con la morte che rincorre i vari rappresentanti politici. Roba che a farci un trailer in Italia, farebbe scatenare in rete un  fenomeno virale.




Giuseppe Riva, I social network, il Mulino, 2010

Nel 1929 lo scrittore ungherese Frigyes Karinthy nel suo racconto Catene «afferma che se una persona è distante un grado di separazione dalle persone che conosce personalmente, e due gradi di separazione dai soggetti conosciuti dalle persone che conosce personalmente, è distante al massimo sei gradi di separazione da ogni persona presente sulla Terra. In pratica, ogni persona è collegata a una qualsiasi altra da una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari […]» [G. Riva, 2010, p. 190]

Nel 1997 Andrew Weinreich crea Sixdegrees.com, un sito di incontri on-line che permette agli utenti di interagire con persone distanti al massimo tre gradi di separazione, evitando così malintenzionati. L’esperienza finisce nel 2001 perché, secondo il creatore, fu un’idea troppo in anticipo sui tempi: in parole povere per mancanza di utili. Ma intanto si era aperta una strada.

Nel 2001 nasce Ryze.com, pensato per l’ambiente professionale e commerciale, e Frienster.com pensato per le relazioni sociali di amicizia fino al quarto grado di separazione. Ogni membro di Friendster aveva un indice di popolarità in base al numero di amici: in questo modo le amicizie non servono per avere una relazione sociale (anche se magari solo virtuale) ma per uno status sociale (nella rete) più alto. Ciò portò molte persone a contattare utenti con un’ampia rete sociale (ad esempio i personaggi famosi) oppure a creare profili di personalità riconoscibili o entità astratte (ad esempio una università) in modo che molti utenti diventassero amici senza però poter costruire una rete sociale garantita poiché si è tutti amici di amici.

Giuseppe Riva nel suo libro I social network identifica la prima esperienza, quella di Sixdegrees, come appartenente alla «fase delle origini» dello sviluppo dei social network e la seconda come «fase della maturazione». Se queste due fasi sono state molto probabilmente vissute in maniera poco partecipe e cosciente soprattutto in Italia, un discorso diverso vale per i vari Myspace, Facebook e Twitter, appartenenti a quella che viene definita dall’autore «fase espressiva».

i social netwok giuseppe riva

Queste ultimi mezzi hanno avuto una evoluzione cronologicamente breve (inizio nel 1997) che però Riva fa iniziare con i newsgroup, le chat, la messaggistica istantanea, la posta elettronica e ancora più indietro fino alla nascita del computer. Alcune parti del manuale, snello ma densissimo, raccontano quella storia che va dall’Harvard Mark (primo calcolatore automatico messo insieme nel 1944 dagli ingegneri IBM) fino a Berners-Lee, una storia che sembra essere passaggio inevitabile per chiunque oggi voglia essere chiaro e rivolgersi ad un pubblico vasto di lettori. È però una storia che a seconda del punto di arrivo (di solito è il presente)  e del tema trattato (nel caso i social network) acquisisce un particolare ruolo. L’autore vuole farci capire come la nascita delle reti sociali sia stata il «risultato di una lenta evoluzione piuttosto che di una rivoluzione improvvisa» [Riva, 2010, p. 78]. Perché le innovazioni si affermino a livello sociale e ne modifichino le pratiche esistenti, serve una «sinergia improvvisa che si crea tra diversi fattori – economici, tecnici, culturali e istituzionali – risultato di opportunità e bisogni all’interno di uno specifico contesto» [Riva, 2010, p. 55]. Così il computer da calcolatore è diventato medium e  strumento relazionale.

Con questo manuale il professor Riva vuole aiutarci a capire se i social network saranno qualcosa di duraturo e come mutano le nostre relazioni sociali passando attraverso loro.

«Ha cambiato lo status, ha messo “relazione complicata”».

«Avete litigato?».

«Che io sappia no».

Gli studiosi che si occupano di social network hanno battezzato “cyberspazio” quel luogo digitale nel quale la gente si incontra. Sebbene si tratti di un termine che sa di fantascienza, molti di noi abitualmente gironzolano in questo “luogo”. Nel cyberspazio l’utente può interagire con altri come nelle reti sociali reali, ma con in più le funzionalità tipiche del web come la multimedialità  e la creazione e la condivisione di contenuti. Ciò ha permesso uno sviluppo rafforzato proprio da un rapporto molto stretto tra reti reali e reti virtuali. Riva ne spiega i punti di forza: «Il social networking nasce come punto di incontro tra queste nuove tendenze: l’uso dei nuovi media sia come strumento di supporto alla propria rete sociale (organizzazione ed estensione) sia come strumento di espressione della propria identità sociale (descrizione e definizione) sia come strumento di analisi dell’identità sociale degli altri membri della rete (esplorazione e confronto)» [Riva, 2010, p. 15]. Si giunge così alla maturazione del concetto di comunità virtuale, introdotto con la nascita di internet. Facebook (più di altri, e comunque ogni social network con le proprie peculiarità) non sarebbe allora solamente una “ragazzata”, un fenomeno passeggero che ha avuto un grande successo, perché e possiede e progressivamente acquisisce funzionalità, e offre possibilità che gli permettono di svilupparsi ulteriormente. I social network si presentano così come dei luoghi di incontro fra reti virtuali e reali all’interno delle quali gli utenti vivono, si esprimono (o si nascondono), si formano, crescono e si relazionano agli altri.

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