L’Italia, L’Europa, il futuro, Beppe Grillo e il Movimento 5 stelle

Sia dal di fuori che dal di dentro, dalle pagine dei giornali e durante le discussioni nei bar, nelle chiacchierate con i turisti e con gli amichetti e le amichette dell’Erasmus, l’Italia è sempre stato un paese originale, ma originale per il suo disastro.

Ha tesori che non sfrutta, una classe politica ridicolmente cieca, malavita, lentezze, cedimenti, crolli,  …. una paese che amiamo ma che non ci piace, e che spesso ci costringe ad andarcene.

Mai al passo con gli standard culturali europei, noi conosciamo poco e male l’inglese (o per niente), siamo poco informatizzati (per le cose serie), le nostre piccole e medie imprese spesso non si fidano di chi dice troppe parole in inglese davanti a uno schermo (e magari fanno anche bene).

Ma qualcosa è successo e si dovrebbe tenere conto: il risultato ottenuto dal Movimento 5 stelle alle ultime elezioni. Evitando il discorso politico, l’Italia è forse l’unico paese in Europa ad aver dato fiducia a un progetto di marketing digitale così ben strutturato, ha dato fiducia a evangelizzatori del web, a gente casual, alla democrazia on-line, …

Pensateci.

Gli americani hanno scelto un giovane avvocato di colore, nemmeno loro si sono sognati di mandare al governo Larry Page, o Bill Gates o Steve Jobs. (Anche se Schwarzenegger ….).

Il paese arretrato ha scelto una forma politica che ha del profetico, e che comunque proietta la politica avanti di diversi anni. Oppure dovremmo provare a inserire questo fenomeno all’interno del berlusconismo (quello di Berlusconi e non dei suoi processi), capirne lo stile, interpretarne il successo.

Provateci, ne scoprirete delle belle.

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Oscar Giannino Fare per fermare il declino: interazioni post Facebook

Ieri ho messo insieme dei dati relativi all’andamento del profilo Facebook e Twitter di FARE per fermare il declino, movimento politico guidato da Oscar Giannino. In più ho azzardato qualche considerazione, non sul movimento ma sul prestigio e il lavoro svolto da Giannino prima di questo impegno politico.

Il post è qui.

Ora vorrei vedere invece quali sono stati post apparsi sul profilo Facebook di FARE che hanno riscosso maggior successo. I dati ancora una volta sono relativi al breve periodo dal 6/2 al 10/2, e pertanto è da intendere come i post più vecchi abbiano maggior possibilità di essere commentati e condivisi.

Non a caso il post coi i numeri migliori è proprio del 6 febbraio e riguarda la campagna tesseramento (2659 tra commenti condivisioni e like). E, non a caso, ci sono pochi commenti (cosa vuoi commentare?) ma molte condivisioni e like.

Altro post che ha riscosso molto successo è stato quello che riguarda l’IMU e l’impossibilità di credere a quanti dicono di cancellare la tassa dopo averne sostenuto l’introduzione. Il post, (2399 interazioni) è arricchito da un video di Giannino. Anche qui pochi commenti (74) e molti like (1543).

Post che hanno ricevuto un grande successo sono stati quelli relativi all’Antimeeting di Milano di sabato 9 febbraio. Questi posto sono arricchiti da foto dell’evento, evidenziando così maggiormente la partecipazione della gente. Partecipazione che si fa ancora più attiva nel social network.

Il post con più like di tutti (2610) è quello con una (sola) foto dei rappresentanti che alzano al cielo le braccia nell’intento di spezzare delle catene. Il post con il maggior numero di commenti (233) è quello che ricorda la presenza di Giannino su La7 sabato 9 febbraio. Presumibile che molti abbiano usato la bacheca per dire la loro seguendo il programma o freschi di antimeeting. Un po’ come si fa con twitter. Il post più condiviso, oltre a quello della campagna tesseramento, richiama la cartellonistica ad effetto e tocca un tema fondante della nostra società civile: il rispetto dell’altro. Si fa riferimento quindi a Rosa Parks, la donna di colore che rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco.

 

Oscar Giannino – Fare per fermare il declino: andamento Twitter e Facebook

Per le prossime elezioni del 24 febbraio sembra che ancora una volta saremo chiamati a scegliere tra quelle solite facce che ormai ci accompagnano da tempo. Le solite che da anni parlano di cambiamento (soprattutto dopo che l’urlo di Obama si è sentito fin qua) più l’aggiunta di qualche illustre salvatore-dal-baratro che finito il suo mandato tecnico sembra aver assoldato un esercito di comunicatori che gli permettono di fare la guerra delle dichiarazioni a chi questo tipo di scontro bellico l’ha inventato ormai nel lontano 1994. Quando molti in Italia speravano (speravano, non volevano) il cambiamento.

La sinistra (o quella ritenuta tale) dal canto suo ha avuto una buona occasione per cambiare o perlomeno per provare, fare un tentativo. Ma l’opportunità è sfumata.

Altre novità che si affaccia sul palcoscenico del simboli e delle sigle è quella del Movimento 5 stelle di Grillo (o almeno di cui Beppe Grillo è leading vocal): già consolidato uomo di palco, che non deve certo imparare a portare in giro gli altri politici.

C’è poi un tizio curioso che molti italiani hanno imparato ormai da tempo a vedere in tv che risponde al nome di Oscar Giannino. Un tipo che a vederlo sembra proprio controcorrente rispetto alla politica incipriata alla quale siamo stati abituati. Un tipo che quando parla si ha l’impressione che abbia veramente capito ciò che sta dicendo.

Gironzolando in rete e un po’ dappertutto ci si stupisce di quanto Giannino e il suo team siano stati bravi a coinvolgere da subito un gran numero di persone che hanno realmente voglia di cambiare, e che si trovano in sintonia con programma (che leggiamo qui) ma soprattutto che nella vita sono mossi da quel verbo che campeggia autorevole nel simbolo e nei principi del partito: FARE. Con una precisazione che chiama evidentemente all’appello e non permette di rimandare l’impegno: FARE per fermare il declino.

I grafici sotto sono relativi all’andamento dei profili Facebook e Twitter di Fare – per fermare il declino, in riferimento al periodo 6 febbraio – 10 febbraio.

 

 Immagine

Andamento profilo Twitter Fare – per fermare il declino

tweet follower

06-feb

2625

29902

07-feb

2718

30361

08-feb

2758

30598

09-feb

2935

31349

10-feb

2960

31723

Per quanto riguarda il profilo Facebook è evidente che l’andamento dei Mi piace sia in tendenza positiva e soprattutto è decisamente notevole l’interazione degli utenti. Anche i follower di Twitter crescono e bisogna notare una costante e fertile attività da parte del team nel costruire comunicazione.

A questo punto un’osservazione mi deve essere concessa. Giannino non è nato ieri, lo abbiamo visto molte volte in tv, abbiamo letto i suoi articoli, è stato in politica in passato, ha diretto allegati economici di quotidiani nazionali, ha parlato in radio e via dicendo. Lo scopriamo oggi? Giannino non ha trovato la ricetta del Fare in un vecchio libro dimenticato in soffitta: è una vita che parla. Ora un mucchio di giovani volenterosi lo seguono: bene. Ma dove eravate quando Giannino si incaponiva perché la gente non riuscisse a capire le questioni base di quell’oramai dimenticato “referendum sull’acqua”?  E il Chicago blog? Giannino è “sanamente” liberista da una vita e forse il suo grande merito oggi, è quello di aver avvicinato al liberismo anche gente che ne era lontana e che per principio non avrebbe mai letto nulla di Giannino perché scritto su Libero o perché con tanta passione ci ha ricordato che la questione non era la “privatizzazione dell’acqua”.

La legge levi (un anno dopo)

Il quartiere Belville di Parigi si trova nel XX arrondissement nella zona est della città. Se non fosse per il cimitero Père Lachaise (quello dove tra i tanti c’è anche James D. Morrison) e per aver fatto da scenografia per le dis-avventure del capro espiatorio Benjamin Malaussène (il più noto personaggio di Daniel Pennac), molto probabilmente il quartiere non sarebbe conosciuto internazionalmente per i suoi casermoni e per le anonime vie che si snodano al suo interno. Quartiere popolare ad alta percentuale di immigrazione, avvolge con odori di cucine multietniche che riempiono l’aria di una Parigi meno turistica, meno artistica, meno anni ’20.

In questa realtà vive una libreria indipendente, Le genre hurbain, con un assortimento concentrato su saggistica d’ampio respiro con particolare attenzione alle mutazioni urbane e sociali. Quindi non una qualsiasi libreria di varia, pallida fotocopia arrancante della libreria di catena votata al best-seller e al classico della letteratura in edizione supereconomica.

A raccontarci di questo gioiello è Ilaria Bussoni di DeriveApprodi (interessante realtà indipendente dell’editoria romana) durante l’incontro «Da una legge all’altra» organizzato in occasione di “Più libri più liberi” la fiera della piccola e media editoria che si tiene a Roma ormai da 11 anni. La legge al centro dell’incontro è la legge Levi sul prezzo del libro che limita lo sconto al 15% e che risale al settembre 2011.  Dopo un anno gli addetti ai lavori si ritrovano pubblicamente a discutere dei risultati e dei propositi futuri.

Il paragone con la Francia è quasi obbligato quando si parla di legge sul prezzo del libro, di libri e di lettura. Infatti, al di là delle Alpi una legge che regoli il prezzo del libro c’è già dal 1981, con un bel trentennio di anticipo rispetto all’Italia. Inoltre la Francia è un paese tradizionalmente  attento all’educazione alla lettura sin dall’infanzia e che sostiene realtà culturali come le librerie indipendenti che possono vivere lì dove una catena non investirebbe mai. Questo perché si riconosce al libro un ruolo sociale, civile e culturale che travalica lo stesso valore materiale del bene. E lo stesso discorso vale per la libreria, che è qualcosa di più di un semplice esercizio commerciale.

Dopo un anno, la legge Levi sembra comunque qualcosa che non riesce (e forse non è mai riuscita, perché troppo in ritardo) a reggere il passo con le problematiche che il mercato del libro presenta.

libri a scaffale

La prima difficoltà è quella relativa alla stessa applicazione della legge. Sul blog dei Mulini a vento (gruppo di editori indipendenti particolarmente attivi nel difendere il loro ruolo oltre che la loro azienda) si denunciano violazioni della legge nonché il disinteresse o il falso interesse da parte della classe politica verso queste realtà imprenditoriali a favore degli oligopoli editoriali che controllano tutta la filiera del libro, dall’ideazione alla distribuzione e alla vendita.

Oltre a quelle relative alla legge in particolare, parlare oggi di una legge per il libro in Italia apre a problematiche internazionali di vario genere e non puramente commerciale. Come le spinose questioni sul diritto d’autore (non solo sanzioni ma innovazione), l’Iva sui libri digitali (ora al 21%) e quindi la stessa denominazione del prodotto libro, la promozione della lettura attraverso biblioteche (anche quelle scolastiche e di quartiere) e, per quanto possibile, cercare di salvaguardare una varietà nazionale di editoria (nel senso più ampio del termine).

In Italia mancano degli strumenti normativi e una particolare attenzione a questo tipo di problemi. La politica attribuisce un certo immobilismo alla necessità di rispondere alle normative europee riguardo la materia. Ma intanto la Francia ha intrapreso la sua strada, abbassando l’Iva sul libro elettronico al 4% (invece del 21%) considerandolo quindi alla stregua libro cartaceo. E ciò non ha solamente un valore ai fini fiscali, ma anche della stessa percezione e interpretazione di un prodotto.

Come ha sottolineato Enrico Iacometti (Presidente del Gruppo dei piccoli editori Aie) la legge Levi è stata l’«aspirina contro una malattia grave». Qualcosa che non basta quindi, che necessita di studi più approfonditi, di analisi ulteriori e intenti comuni per migliorare le condizioni del malato. E sicuramente ora sarebbe il momento per discutere riguarda l’Iva sui libri elettronici visto che il settore, per quanto in forte crescita, costituisce ancora una bassa percentuale nel complessivo mercato del libro (1% del mercato trade) [fonte: Gdl].

Tutti, dai rappresentanti di categoria (presente anche Marco Polillo presidente dell’Associazione Italiana Editori) agli ospiti istituzionali (presente Paolo Peluffo sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il governo Monti) agli editori, convengono nella necessità di un intervento deciso e orientato al futuro.

Il sottosegretario Paolo Peluffo ha precisato che il governo Monti ha seguito la linea di coerenza con le direttive Ue e per questo non ha intrapreso scelte discordanti per quanto riguarda l’Iva sugli e-book. Il membro del governo ha inoltre sottolineato una realtà ancora più drammatica del caso italiano: la mancanza di lettori. Problema atavico ormai è la scarsa domanda di libri in Italia, la mancanza di cultura alla lettura, soprattutto in un paese che deve risollevarsi economicamente e deve proporre eccellenze a livello internazionale. Piuttosto, gli italiani che nel 2011 hanno letto almeno 1 libro sono stati 700.000 meno del 2010 e si tratta spesso di persone che devono essere riconquistate di volta in volta come lettori dal punto vendita, dall’editore, dall’autore, dal titolo.

È comprensibilmente difficile trovare una soluzione a questo problema. Non basta passare per i tortuosi banchi del Parlamento e giungere all’approvazione di qualche legge. Non basta finanziare realtà culturali e imprenditoriali (potrebbe essere necessario aiutare ad esempio per investimenti in strumenti informatici e nuove competenze necessarie, ma comunque significherebbe aiutare imprese importanti in difficoltà e non dare linfa vitale al settore). E soprattutto non basta fare spot che raccontino di come leggere sia fondamento della nostra cultura, formi la persona o sia un’esperienza unica che ci fa vivere esperienze nuove e inaspettate.

Sarebbe necessario essere in grado di offrire stimoli di lettura ad ognuno, e che questi continuino nel tempo. In Italia invece persiste quell’insana idea che i libri abbiano a che fare solamente con lo studio e che terminata questa necessità venga meno il rapporto con i libri. Oppure che leggere sia un’attività di evasione, un diletto, un vezzo volto alla “cultura personale”. Forse la promozione della lettura dovrebbe partire proprio da questo: da una corretta interpretazione dell’attività di lettura. Ed è necessario che tutti si impegnino a partire dalle scuole (ma sia le maestre elementari che i docenti universitari dovrebbero essere dei lettori) e dalle famiglie (ma in famiglia c’è spazio per la lettura?), e poi negli ambienti di lavoro pubblici e privati che hanno bisogno di cervelli e idee. Inoltre gli stessi lettori dovrebbero essere i primi promotori, avendo così molto di più da condividere (non solo tra loro ai circoli di lettura o nei blog letterari). E finalmente si aiuti a capire che leggere è utile per avere quegli strumenti necessari per comprendere questo mondo e non per evadere e fuggirlo.

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Della Legge Levi ne avevo già parlato a suo tempo qui

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt. 3)

Non mi interessa la cultura. Non mi interessano i valori pro-sociale. Mi interessa una sola cosa: se la gente guarda o no il programma.  Questa per me è la differenza tra bene e male.

Dirigente Cbs


Al di là del bene e del male c’è quello che le persone scelgono. Un partito, per vincere le elezioni, deve essere votato e per essere votato è necessario che venga percepito come buono e giusto: «meno tasse per tutti» e «per un nuovo miracolo italiano» sono promesse-slogan che danno ragione. «Forza Italia non è un movimento di massa cresciuto spontaneamente nella società civile. È un’azienda che, grazie alla peculiare ramificazione della propria agenzia pubblicitaria (Publitalia), si trasforma in partito. […] il motivo che sembra emergere maggiormente è una sorta di “populismo”, declinato prima nelle forme antipolitiche del self made man e del pragmatismo d’impresa, poi nell’identificazione tra vittoria elettorale e mandato in bianco consegnato dagli elettori»[Gozzini, 2011, p. 155]. Sono promesse che acquistano maggiore forza se si crea un nemico comune – il comunismo – che invece vuole contrastare questa mission. Un «anticomunismo d’antan» rispolverato per poter parlare a un elettorato formato da democristiani, liberali, socialisti craxiani che dopo Tangentopoli è rimasto senza un leader politico. Di conseguenza chi si oppone deve ricompattarsi creando un altro nemico: il «berlusconismo».

Gli italiani della televisione – di qua e di là dello schermo – non si riconoscono nella politica (e questo Berlusconi lo sa, infatti quando parla all’italiano si riferisce ai suoi interessi), ma in beni di consumo e idoli, che non sono le rockstar – quelle per cui ci si strappa i capelli e si sfila via il reggiseno – ma gente normale che “riesce”. A fare cosa? Cantare, ballare o semplicemente rimorchiare qualcuno o ridicolizzarsi alla tv. Si costruiscono micromondi nei quali lo spettatore è immerso, e si trova in compagnia non di personaggi over the edge, ma di ragazze che si allenano per vincere una competizione sportiva, di giovani che sognano di incidere un album o di vincere il Grande Fratello e portarsi a casa un po’ di soldi, essere ospite di qualche discoteca o magari trovare un lavoro. Per Gozzini questo stare in poltrona a “vedere chi vince” nel microcosmo della casa del Grande Fratello (o altri reality), è un po’ come seguire la campagna elettorale, come uno show, dal quale deve venir fuori un vincitore, uno che è “riuscito”.

Intanto la mutazione individualista della baby boom generation ha lasciato «il campo a una nuova generazione assai più globalizzata nei consumi e negli stili di vita, ma anche assai più incerta rispetto al futuro […] La neotelevisione commerciale aiuta a vivere in questo mondo instabile: frammenta i significati e riduce la complessità, costruisce miti del successo individuale attraverso la celebrità facile, reclamizza beni di consumo come sostegni delle identità personali». Nonostante l’incertezza sul futuro la nuova generazione digitalizzata, e quella nuovissima dei «nativi digitali, si allontana parzialmente (ma sembra progressivamente) dalla dipendenza dal sistema di broadcasting televisivo e sceglie i mezzi di comunicazioni basati sul modello narrowcasting, tipico di internet e in generale dell’offerta di contenuti differenziati in base all’utenza.

Almeno dal 1991, con il volume Writing space di J. D. Bolter sappiamo che i nuovi media non cancellano i vecchi, ma vi si affiancano costringendoli a mutare. Non scompare quindi la tv generalista di massa, ma nasce la pay tv: offerta maggiore e su misura di utente. E compri solo quello che vuoi vedere.
Teoria attinente alla pay tv, come ai contenuti web, è quello della «coda lunga» (long tail), espressione coniata da Chris Anderson nel 2004, con un articolo apparso su Wired, la rivista da lui diretta. Riducendo il concetto all’osso: i consumi di nicchia (in generale quelli che interessano poche persone), vari e diversificati, se presi insieme, sono in grado di rivolgersi a un numero di utenti altrettanto ampio di quelli che si raccolgono intorno alla tv generalista di massa e quindi è possibile distribuire in maniera più mirata le proprie risorse e gli spazi degli inserzionisti, per creare programmi specifici per pubblici specifici. La tv generalista infatti è costretta, per ragioni economiche, a trascurare molti utenti e i loro gusti e interessi (dai documentari, alla storia, dalla tecnologia ai viaggi, agli sport di scarso interesse nazionale).

Intorno alla «coda lunga» dei vari interessi, si vanno formando quelle minicomunità, che però sono nazionali o globali, la cui formazione e incontro è agevolato dalle possibilità offerte della rete internet. Blog, forum, community, social network, siti legati a un programma tv, a una fiction, a un canale tematico, aumentano le possibilità di interazione sia con i contenuti, sia con altri utenti.
Un’altra sfida è già da tempo nell’agenda politica: interpretare e saper comunicare con questa società non suddivisa in classi, ma formata da individui e dalle diverse comunità di interessi alle quali partecipano.

Leggi la pt.1 e la pt. 2

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.2)

 

«Chi è ‘sto Berlusconi?» chiesi in giro. «Un palazzinaro che non capisce niente di televisione», mi risposero.  

 Mike Bongiorno

 

Agli inizi degli anni ’80 il primo ministro inglese è Margaret Thatcher (in carica dal 1979 al 1990), il presidente Usa è Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989), la Cina è guidata da Deng Xiaoping (dal 1978 al 1992) mentre in Italia il governo più longevo è stato quello Craxi a partire dal 1983 al 1987.

In questi anni viene meno l’egemonia del keynesismo in economia, in favore di una maggiore attenzione all’inflazione, evitando l’espansione della spesa pubblica per far fronte alla disoccupazione. L’ossessione numero uno diventa il pareggio dei conti pubblici e si cerca di dare nuovi impulsi all’imprenditoria privata e alla libera concorrenza. Si punta alle liberalizzazioni commerciali  e a un minor ruolo economico dello Stato. Cambia il lavoro. Si parla di Mcjobs: lavori atipici e temporanei (il friggitore di patatine da McDonald’s, per intenderci) che oltre a frammentare la propria identità, frammentano anche il quotidiano e il proprio futuro. Dai sondaggi della fine degli anni ’80 emerge che per gli italiani conta «il benessere della famiglia, condurre una vita sana e regolata, l’amicizia, possedere una casa propria, affermarsi con i propri mezzi, leggere studiare conoscere, migliorare le proprie capacità, conquistare la stima degli altri, trovare un posto di lavoro sicuro, saper risparmiare. Agli ultimi posti figurano invece condurre una vita avventurosa, avere cariche e responsabilità pubbliche». E sono valori interclassisti.

Gli italiani hanno poca fiducia nel pubblico, e nel progetto sociale condiviso e proteso verso il futuro: pensano al benessere personale, un benessere che deve essere mostrato e condiviso. Vivono l’illusione televisiva di essere qualcuno senza essere nessuno e senza dover sapere almeno quel qualcosa necessario per rispondere alle domande di Mike Bongiorno al telequiz Lascia o raddoppia? (quelle che fecero impazzire il prof. Nicola Palumbo in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, film del 1974): basta saper o non saper fare qualcosa e partecipare alla Corrida.

Chi riesce ad interpretare la mutazione individualista e la frammentazione degli italiani è, secondo Gozzini,Silvio Berlusconi, in un contesto nel quale anche la politica entra nella competizione frammentata e costosissima della televisione. Silvio Berlusconi, uno che con la televisione aveva poco a che fare. Almeno fino a quando non compra 500 film della Titanus da mandare in onda su Telemilano (dal 1980 si chiamerà Canale 5), la rete privata di Milano 2, il quartiere residenziale messo su dall’imprenditore edile Silvio Berlusconi. Ma la vera svolta è la fondazione di Publitalia nel 1979. La concessionaria di pubblicità fa capo a Fininvest (la holding che raccoglie tutte le attività di Berlusconi) e non è quindi esterna all’azienda come avviene per la Rai, le televisioni locali e quelle estere. Ciò permettere di proporsi come partner dell’inserzionista, creando degli spazi pubblicitari all’interno dei programmi, dove il prodotto è reclamizzato dal presentatore stesso.

Intanto Calimero è morto, e sono arrivati i Puffi a sostituirlo. La Fininvest sforna Drive In (1983) e la Rai risponde con Quelli della notte (1985) e Indietro tutta (1987). Drive In è la prima creatura di Antonio Ricci che nel 1988 partorisce Striscia la notizia con il Gabibbo «alfiere dei sentimenti popolari contro i potenti ma anche testimonial pubblicitario». È una televisione provocatoria, parodica, decostruita, frammentata e fatta di sé stessa (vedi anche Blob, programma di Enrico Ghezzi e Marco Giusti in onda dal 1989). Come nota Gozzini «il posto della televisione materna e pedagogica del monopolio viene preso dalla neotelevisione commerciale, con i suoi tratti distintivi: la serialità ripetitiva, la conversatività affabulatoria, la proposta trasgressiva, l’esercizio demenziale. Tutti linguaggi mutuati dalla pubblicità».

leggi la pt. 1 e la pt. 3

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.1)

Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione.

Ennio Flaiano

«La televisione cambia la testa degli italiani». L’incipit della quarta di copertina de La mutazione individualista edito da Laterza è un’affermazione. «[la televisione] Cancella la politica come concetto condiviso e la sostituisce con un’arena di gladiatori. Cancella la storia e la sostituisce con un presente senza passato. Cancella la realtà e la sostituisce con uno spettacolo continuo che divizza le persone comuni. Cancella la fatica e la sostituisce con il sogno del successo». In realtà, l’autore del libro, lo, ci introduce al suo lavoro con una domanda: «La televisione cambia la testa degli italiani?». E potremmo dire: è quel demonio così tanto temuto che da sessant’anni ci tiene compagnia? Già, ma come un demonio non tira fuori le sue diavolerie dal nulla, ma sfrutta le nostre debolezze e fragilità.

Fin da subito la televisione fu vista come un elettrodomestico ingombrante e minaccioso, in grado di portare squilibri in famiglia: la donna non cura più la casa, i bimbi non fanno i compiti e il capofamiglia si distrae e dimentica i suoi appuntamenti. Per Paolo Monelli la televisione finirà per «annullare quelli che sono stati finora i rapporti umani e familiari» in un’Italia che si avvia ora verso il progresso, inteso dal giornalista come «progresso all’ingiù», a formare «una società di analfabeti, di conformisti, di meccanizzati, per cui non ci sarà più posto per la varietà e l’imprevisto della vita, per la libera scelta dell’attività e dello svago» a causa di un «subdolo strumento di dittatura nel campo dello spirito e della coscienza». Ma intanto la televisione porta la città nelle campagne e la gente fa chilometri per andarla a vedere, ritrovandosi a casa di chi ce l’ha. La sociologa Lidia de Rita intervista dei contadini lucani nel 1959 e questi sono entusiasti dello strumento. A loro la televisione piace, più della radio, più del cinema. Con la televisione imparano molte cose: «Mediante questa televisione insomma, attraverso la televisione ne fanno conoscere di tutti i difetti della barbabietola, questi insetti… dove n’avvengono, quando depongono le uova … Eh così in pratica non le puoi vedere… tante cose»; e si divertono, visto che «una volta vedi un programma, una volta vedi un altro programma, la televisione è più… sportiva del cinema»[1].

E intanto imparano la lingua nazional-televisiva.

Quello di Gozzini è sì il libro di uno storico, ma non ci si deve aspettare né la storia della televisione attraverso i suoi protagonisti, né quella dell’Italia del dopoguerra. È la storia della relazione tra i cittadini di un paese in ri-costruzione e un mezzo di comunicazione in grado di portare il mondo dentro casa propria, quando si vuole. Senza fossilizzarsi su un’idea di televisione plagiatrice di menti, l’autore nota come questa abbia accompagnato e interpretato quei sentimenti e temperamenti dell’italiano in crescita, e come a volte, ci sia riuscita meglio e a discapito della politica, del civismo, del progetto sociale comune.
Gozzini punta molto a far comprendere quel passaggio dalla «paleotelevisione pedagogica» di Ettore Bernabei (direttore generale della Rai dal 1960 al 1974), alla «neotelevisione» che vende telespettatori agli inserzionisti. E noi navigatori di oggi siamo ben educati a comprendere quest’ultimo genere di necessità.
Cosa succede nel frattempo? Nel 1957 a Milano apre il primo supermarket, nel 1964 Marshall McLuhan parla di «villaggio globale» (la tecnologia televisiva è in grado di collegare l’intero pianeta), nello stesso anno per la McGrow-Hill di New York esce Fundmentals of Marketing di Stanton e Varaldo (la cosiddetta «Bibbia del marketing») e nel 1965 a Roma apre il Piper (per volontà dell’avvocato Alberico Crocetta, ex X Mas, per far «purgare» i giovani, farli scaricare). Nel 1968 c’è il «Sessantotto». La famiglia cambia e cambia la stessa idea di famiglia: non più patriarcale «fondata sulla funzione casalinga della donna e su valori di risparmio, obbedienza e solidarietà interna», ma nucleare «con pochi figli e una donna casalinga che si apre al mondo» [Gozzini, 2011, p.65]. E che guarda una tv che invita a fare shopping, non più a risparmiare.
Intanto la Rai è sempre più legata al potere politico e assume 2 vicedirettori generali, 14 direttori, 30 codirettori e 53 vicedirettori generali [Gozzini, 2011, 61].

Dalla metà degli anni ’60 ai primi dei ’70 cresce il numero di tv ed elettrodomestici (tra il 1965 e il 1971 le famiglie con la televisione crescono dal 49 all’82%, quelle con il frigo dal 55 all’86%, con la lavatrice dal 23 al 63%). Crescono inoltre i nuclei familiari composti da una sola persona (ma non si tratta solo di giovani che scelgono una vita indipendente dai genitori, ma anche di anziani che vengono lasciati soli perché le strutture sanitarie sono potenziate).

Chi tiene per mano gli italiani lungo questo percorso è la pubblicità. Ovvero l’idea di prodotto che viene a crearsi nella mente del consumatore, prima che egli sia acquirente e dopo, per fare in modo che lo sia ancora. Con il nuovo stile di vita la gente si allontana dalla Chiesa (non dalla fede), adottando una nuova etica cristiana «fai da te». Come poté notare Pier Paolo Pasolini «il cattolicesimo era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche ha cominciato a liquidarlo» [2]

mutazione individualista gozzini laterza

Negli anni ’70 la baby boom generation (i nati nell’immediato secondo dopoguerra) arriva nel mercato del lavoro e si genera un aumento del pubblico impiego e delle professioni liberali tradizionali. Il deficit pubblico aumenta e, soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord-Est, c’è un forte incremento dei posti di lavoro industriali che avviene quasi interamente in imprese con meno di 50 addetti. I problemi che c’erano allora sono gli stessi di oggi: evasione, mancanza di servizi, economia sommersa e lavoro nero. Lo Stato appare lontano e cresce il distacco tra politica e società. Dopo il compromesso storico, Berlinguer parla di «austerità», ma il paese va verso l’espansione dei consumi privati di massa. «Come nelle guerre e nei momenti di acuta crisi collettiva che ne hanno punteggiato la storia millenaria, il popolo italiano sceglie allora d’istinto e quasi inconsapevolmente la strada del rifugio nel privato: famiglia, casa, lavoro tornano a riempirne l’orizzonte»[Gozzini, 2011, p. 82]: l’unica strada da percorrere insieme è quella della nostra famiglia.

Rifacendosi ad Albert Hirschman [1982], Gozzini parla di «exit», ovvero di quello che più comunemente viene chiamato «riflusso», ma che «è la critica più  radicale a un ceto politico che, nel suo insieme, si rivela inefficiente […]. Frustrata da una politica incapace di riforme è sempre più parassitaria, la baby boom generation trova nuove strade per proseguire la propria mutazione individualistica».

A metà degli anni ’70 si diffondono le radio e le televisioni private, e Rusconi è l’unico editore che entrerà nel settore televisivo (nel 1982 fonda Italia 1, che nel giro di pochi mesi diviene proprietà di Fininvest). In Italia però il terreno degli investimenti è quello sabbioso del Far West sul quale vince chi ha occhi e orecchi attenti, mano svelta ed è un buon tiratore.

La tv pubblica è sempre più attenta allo spettacolo e meno all’informazione. Tanto che l’informazione, quando c’è, è sempre più spettacolarizzata, e al pubblico più di questa interessa lo scontro politico, la partigianeria, il tifo,  magari anche il divertimento e  l’indignazione, senza dover indagare su come stanno veramente le cose. Si creano i presupposti per programmi come  Samarcanda (1987) dove lo schermo è occupato dalla piazza e dalla contrapposizione accesa tra gli ospiti. Di questi dibattiti la gente ne parla il giorno dopo, al lavoro, in autobus , … Un po’ come fossero dei serial televisivi. Entrano nel quotidiano perché sono prodotti televisivi pensati per un determinato pubblico e per essere da questo consumati, proprio come i prodotti della pubblicità.

Il pubblico non è più qualcosa di unitario: non ci si rivolge più alla famiglia e nello stesso tempo ai contadini lucani che si ritrovano a casa di Fernandina a vedere la tv, ma ai bambini, teenager, etc. ovvero a un  pubblico segmentato al fine di procurare spettatori agli inserzionisti pubblicitari. Alla tv pedagogica di Bernabei, fatta per la famiglia unita, si sostituisce la neo televisione commerciale pensata secondo i criteri del marketing. E Dallas (sit-com in onda in Italia nel 1981, prima su Rai 1 e subito dopo su Canale 5) – quel «supermarket di significati» a uso e consumo dei vari segmenti – rispecchia per Gozzini «l’exit dalla politica dell’Italia degli anni ottanta». Quell’Italia di fine anni ’70 per cui «pluralità significa la silenziosa e molecolare di un’identità nazionale condivisa» e i suoi cittadini «che “si sono fatti da sé” durante il miracolo economico perdono l’Italia che Massimo d’Azeglio aveva data per “fatta” più di un secolo fa: diventano cioè una società a maglie sempre più larghe e slabbrate, superficialmente unificata dalla televisione commerciale e dai consumi di massa, ma frammentata nel profondo da una mutazione individualista che smette di riconoscersi nella politica»[Gozzini, 2011, p. 105].

leggi la pt. 2

 già pubblicato in Le reti di Dedalus

 

[1] L. De Rita, I contadini e la televisione. Studio sull’influenza degli spettacoli televisivi su un gruppo di contadini lucani, Bologna, il Mulino, 1964.

[2]P. P. Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione, «Corriere della Sera», 9 dicembre 1973.

Mehr: Youtube iraniano censurato dal regime

In Iran è nato Mehr, una piattaforma che assomiglia a Youtube, tranne che per i suoi presupposti: non è libera. Ovvero gli utenti non possono caricare i video che vogliono.

Ovviamente non si tratta si una start-up, né di un progetto nato nei dormitori universitari o in qualche garage, ma nasce da una iniziativa del governo iraniano, e affidata all’Islamic Republic of Iran Broadcasting.


Iran-has-launched-Mehr-a-new-website-for-citizens-to-share-short-videos


L’Iran è un paese che ha fatto sempre pressione sugli utenti dei social media e della rete, arrestandoli quando contrastavano o criticavano la realtà politica del paese. date un’occhiata ai dati mondiali sulla censura di internet.

Lo scorso Settembre il governo aveva bloccato l’accesso a Google e ai suoi servizi a causa del video The innocense of muslims postato su Youtube (che è di proprietà di Google) e ritenuto anti-islamico.

Mentre in occidente realtà come Youtube o i social network hanno ottenuto un successo enorme perché strettamente connesso con la libertà di usare questi strumenti – tenendo comunque presente problemi specifici relativi alla privacy e alla superfluità di molti contenuti che sono degni di esistere solo per il fatto che c’è la libertà che esistano – in paesi come l’Iran vengono esportate le stesse modalità comunicative, ma viene meno il fattore altrimenti fondante della libertà.

Anche in Cina, la situazione non è diversa. A fine Novembre infatti è stato arrestato Zhai Xiaobin  per aver postato un tweet satirico che avvicinava il 18° Congresso del Partito Comunista al film Final destination, con la morte che rincorre i vari rappresentanti politici. Roba che a farci un trailer in Italia, farebbe scatenare in rete un  fenomeno virale.




Su Facebook i Fan di Renzi reagiscono più di quelli di Bersani

Dopo il ballottaggio di ieri tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi le primarie del Partito Democratico sono terminate. Bersani ha ottenuto il 60% dei voti ed è il leader del Pd. Nei prossimi mesi si delineeranno ancora meglio le dinamiche interne al partito, anche in relazione alle scelte del centrodestra, finora apparentemente indeciso e in attesa degli esiti delle primarie del centrosinistra.
Matteo Renzi è sicuramente un politico dalla buone doti comunicative, e insieme al suo staff, riesce a gestire ottimamente la pagina Facebook, innescando un alto numero di reazioni. Facendo riferimento al grafico sotto si può vedere la differenza di interazioni tra i due candidati divise per giorno (nella settimana 26/11 – 2/12 quella del pre-ballotaggio) e in rapporto ai post pubblicati quotidianamente.

Reazioni medie per post

Reazioni medie per post

È evidente come la pagina Facebook di Renzi abbia un engagement medio per post decisamente più alto rispetto a Bersani. Bisogna però considerare che le pagine Facebook dei due ex-candidati leader del centrosinistra abbiano una notevole differenza per numero di fan (per un confronto si può dare un’occhiata qui).

Reazioni Facebook in rapporto ai fan e al numero dei post

Reazioni Facebook in rapporto ai fan e al numero dei post

Come si può vedere, anche tenendo conto del numero dei fan, quelli di Renzi sono molto più “attivi” e partecipativi su Facebook rispetto a quelli di Bersani. Il 28 Novembre con soli 2 post Renzi riesce ad attivare molte reazioni degli utenti. Il giorno 30 le pagine fan dei due candidati si avvicinano per quanto riguarda le reazioni medie visto anche il dibattito tv su Rai 1.

I fan di Bersani e Renzi su Facebook (boom per Renzi)

Riguardo le primarie del centrosinistra, diamo ora un’occhiata a come sono andate le cose su Facebook.

Nel social network più diffuso d’Italia Matteo Renzi ha più fan di Pier Luigi Bersani: 271.573 contro 86.469 (alle 20.00 del 2/12). Il politico del centrosinistra con più fan di tutti resta comunque Nichi Vendola con i suoi 529.023 fan.

Dal 26 novembre al 2 dicembre (alle ore 20.00 ora di chiusura dei seggi) i due candidati al ballottaggio per la guida del Partito Democratico hanno avuto un incremento di fan notevolmente diverso.

Come si può vedere dal grafico sotto, il numero di fan di Pier Luigi Bersani è rimasto sostanzialmente stabile mentre quello di Matteo Renzi è cresciuto molto.

 

Incremento fan pagina facebook

 

Mentre i fan di Bersani crescono del 3,2% quelli di Renzi del 34% con un picco a partire dal 30 novembre.