L’Italia, L’Europa, il futuro, Beppe Grillo e il Movimento 5 stelle

Sia dal di fuori che dal di dentro, dalle pagine dei giornali e durante le discussioni nei bar, nelle chiacchierate con i turisti e con gli amichetti e le amichette dell’Erasmus, l’Italia è sempre stato un paese originale, ma originale per il suo disastro.

Ha tesori che non sfrutta, una classe politica ridicolmente cieca, malavita, lentezze, cedimenti, crolli,  …. una paese che amiamo ma che non ci piace, e che spesso ci costringe ad andarcene.

Mai al passo con gli standard culturali europei, noi conosciamo poco e male l’inglese (o per niente), siamo poco informatizzati (per le cose serie), le nostre piccole e medie imprese spesso non si fidano di chi dice troppe parole in inglese davanti a uno schermo (e magari fanno anche bene).

Ma qualcosa è successo e si dovrebbe tenere conto: il risultato ottenuto dal Movimento 5 stelle alle ultime elezioni. Evitando il discorso politico, l’Italia è forse l’unico paese in Europa ad aver dato fiducia a un progetto di marketing digitale così ben strutturato, ha dato fiducia a evangelizzatori del web, a gente casual, alla democrazia on-line, …

Pensateci.

Gli americani hanno scelto un giovane avvocato di colore, nemmeno loro si sono sognati di mandare al governo Larry Page, o Bill Gates o Steve Jobs. (Anche se Schwarzenegger ….).

Il paese arretrato ha scelto una forma politica che ha del profetico, e che comunque proietta la politica avanti di diversi anni. Oppure dovremmo provare a inserire questo fenomeno all’interno del berlusconismo (quello di Berlusconi e non dei suoi processi), capirne lo stile, interpretarne il successo.

Provateci, ne scoprirete delle belle.

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Big Data – Questioni di privacy – Libertà vigilata di Bernabè

You have zero privacy anyway. Get it over

Scott McNealy, Ceo di Sun Microsoft,  1999

 

Da qualche mese gira su Youtube (ovviamente!) uno spot tanto ben costruito quanto indicativo ed efficace. Delle persone, uno alla volta, entrano in un tendone dove li aspetta un sedicente mago il quale, tra un sospiro spiritualista e una posizione yoga, riesce ad avere molte informazioni sulla vita dei malcapitati, e le svela senza indugi, con lo stupore dei malcapitati.

Lo spot è di indubbio effetto e vuole sensibilizzare gli utenti della rete sulla diffusione dei loro dati e sul possibile uso di questi da parte di terzi. Infatti, alla fine dello spot si svela l’arcano: il “mago” è collegato con una equipe di tecnici informatici incappucciati che monitorano la rete a caccia di qualsiasi informazione sugli increduli. Come a dire: ma vi rendete conto quante cose si possono sapere su di voi facendo qualche ricerchina in rete? E: immaginate quante cose possono sapere quelli che progettano questi strumenti interconnessi?

Il tema è uno tra i più discussi e travagliati e investe i social network, (per primo Facebook visto che ha più iscritti di tutti). Ciò che colpisce è che queste problematiche non abbiano interessato fortemente l’opinione pubblica al nascere dei fenomeni social, 2.0 e “reticolari” più moderni.

Le possibilità e le modalità comunicative offerte dai social network hanno vinto qualsiasi dubbio sulla “messa in onda di se stessi”. E come spesso è accaduto per le start-up informatiche nate dal nulla e arrivate in grande stile in borsa, si è ben pensato come prima cosa di raccogliere molti utenti. Il più possibile, se la formula si rivela vincente. Tanto che nel 2010 Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook poteva dichiarare che i giovani del nuovo millennio avevano un’idea della privacy diversa da quella dei loro genitori. Impresa complessa è capire quale sia questa idea, soprattutto in caso di una mancata consapevolezza.

Di recente uscita e molto interessante per costruire un dibattito altrimenti poco vivo in Italia, è il libro di Franco Bernabè Libertà vigilata. Privacy, sicurezza e mercato nella rete. Bernabè mette in guardia dai pericoli che possono nascere in una società che si presume democratica ma dove non sono difese la riservatezza e la sicurezza delle informazioni personali. Non si tratterebbe quindi solamente di una problematica inerente il mondo della comunicazione, ma anche quello della politica e dei diritti umani. L’approccio critico di Bernabè si fonda però anche su questioni di tipo imprenditoriale, visto il suo ruolo in Telecom Italia come amministratore delegato. Per Bernabè infatti, la crescita enorme e improvvisa di colossi come Google e Facebook è stata possibile oltre che per le formule di successo, anche perché tali aziende rispondono alle leggi Usa e non della Ue, e per la loro diffusione hanno sfruttato le linee di comunicazione già esistenti senza dover investire in infrastrutture. In poche parole i fornitori di servizi via internet – quelli che Bernabè chiama «Over-the-top», come Skype, Google e Facebook – si sono fortemente affermate non tenendo conto delle regolamentazioni europee riguardo le comunicazione internet come invece altre aziende che hanno sede nei paesi dell’Unione come l’Italia.

bernabè libertà vigilata laterza

«Ripensare internet» quindi, come il titolo dell’incontro che si è tenuto il 27 novembre scorso all’Università Bocconi, con un dibattito al quale hanno partecipato tra gli altri lo stesso Bernabè, Antonello Soro (ex-politico e ora membro del Garante della privacy) e Juan Carlos De Martin (docente al Politecnico di Torino presso il Dipartimento di automatica e informatica e firma de La Stampa). Ripensare internet sulla base di criteri nuovi, chiari, precisi e riconosciuti dalle realtà politiche e dalla comunità degli utenti. Gli attori protagonisti della rete, piuttosto, hanno sempre sfruttato l’aspetto epico, eroico e libertario della rete, incontrando il favore di chiunque volesse diffondere un qualsiasi contenuto o conoscenza, passione, idea, capacità.

Si tratta di proposte che a livello istituzionale possono trovare spazio su qualche tavolo – vedi la conferenza internazionale sulle telecomunicazioni di Dubai – ma enormi difficoltà nella realtà pratica. Prima fra tutte quella di dover regolamentare l’operato di aziende che offrono prodotti di diffusione e successo planetari e non nazionali, che hanno un notevole potere economico (visto che la loro attività è legata a quella di qualsiasi altra: il marchio sportivo e la sua pagina Facebook) e che in breve tempo sono riusciti a cambiare la quotidianità e l’approccio alla realtà da parte degli utenti.

Bisogna riconoscere che il successo di queste aziende nel tempo è dovuto anche al fatto che, continuamente, risultano indefinibili in base a categorie circoscritte. Google è solamente un motore di ricerca? Facebook è solamente un social network? Amazon si occupa solo di e-commerce?

La verità, probabilmente, è che la società arranca dietro l’innovazione tecnologica accettandola con i suoi pro e i suoi contro, non senza difficoltà nel comprendere il valore di alcuni fenomeni. Ciò mentre le grandi società della “rivoluzione digitale” hanno sconvolto il sistema culturale ed economico senza chiedere il permesso a nessuno.

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Big Data – problematiche(pt.2)

[segue da BIG DATA-Introduzione alla Società dei Dati]

Non è semplice comprendere le possibilità di una “scienza dei dati” senza capire, almeno in parte, come alcune categorie di questi si formano.

In quanto utenti, non siamo solo dei fruitori di informazioni ma anche dei creatori e dei gestori a nostra volta. In questo modo possiamo interagire attivamente con la società dell’informazione, dove per informazioni si intendono la gran mole di dati reperibili. Abbiamo strumenti che ci permettono di essere creatori e promotori di contenuti e prodotti, manager della nostra identità virtuale che si lega a quella fisica, comunicatori e imprenditori. Artisti.

Queste possibilità incentivano l’uso di internet e di tutti gli strumenti utili a creare e comunicare. Ciò permette, a chi è capace di osservare, di comprendere in quali direzioni si muove l’utenza, sia di massa che di nicchia. E quindi di essere in grado di intercettare le sue esigenze. Una società evoluta dovrebbe acquisire altrettante capacità di analisi e interpretazione di dati secondo dei parametri condivisi, al fine di ottimizzare le proprie attività e ridurre gli sprechi.

Approcci tecnologico-interpretativi  si sono sviluppati soprattutto a livello commerciale e non civile e da chi è in grado, proprio per i servizi-prodotti che offre, di ottenere quanti più dati possibili riguardo l’utenza, al fine di creare dei profili dei clienti e generare proposte commerciali ad hoc grazie ad algoritmi complessi (bastano gli esempi di Netflix e Amazon).

Il pericolo è quello di essere rinchiusi all’interno di un io che progressivamente e automaticamente ci viene proposto come il nostro. Rischiamo quindi di vivere la complessità sconfinata della rete all’interno di quella che Eli Pariser ha definito come un «bolla di filtri». E che quindi ci venga proposto uno spazio della rete che non tenga conto della sua varietà, ma sia costituito da un’amplificazione degli interessi dell’utente.

Per fare in modo che ciò non accada è necessario sviluppare una cultura che tenga conto di questi fattori e che sappia crescere insieme alle competenze tecnologiche – e non basta essere nativi digitali, avere profili sparsi su ogni social network o essere always on – a livello individuale, aziendale, istituzionale. Essere utenti maturi, quindi, e non degli accumulatori di informazioni e interazioni.

 Il filtro eli pariser Il saggiatore

Durante le attività di creazione e interazione in rete, spesso gli utenti non hanno consapevolezza delle proprie azioni. Usare i motori di ricerca (impossibile farne a meno!), come ad esempio Google, significa esporre i propri interessi e nello stesso tempo entrare in un circuito di rimandi tra luoghi virtuali sociali (come Youtube) e servizi web (come Blogger) che permettono a una azienda come Google di affinare sempre di più il profilo di ogni utente in base alle proprie attività.

In un social network come Facebook (si usa questo esempio perché è il social network più diffuso) si raccolgono, per iniziativa degli stessi iscritti, una infinità di informazioni sui loro gusti, interessi, inclinazioni, … e nello stesso tempo si permette a chiunque venda contenuti e prodotti di promuoverli attraverso delle pagine aziendali, di marchio, relative al singolo prodotto o ad una serie di prodotti. Sia la testata giornalistica di fama internazionale che il blog di cucina di una novella cuoca improvvisata; sia la grande firma che vende le sue costosissime borse sia l’inventore da garage; sia il best-seller di John Grisham che gli strampalati versi di un adolescente rimasti fino ad allora in un cassetto, possono essere condivisi, commentati e apprezzati con un like su Facebook.

Le migliaia di applicazioni che troviamo su Facebook, e che hanno contribuito a decretarne il successo, sono veicolo d’accesso a informazioni degli utenti. La scelta tra consentire o non consentire l’accesso alle proprie informazioni base (tra cui l’indirizzo mail) in questi casi è obbligata: altrimenti non si può usare all’applicazione. Lo stesso discorso riguarda molte applicazioni per dispositivi mobile, tra le quali proprio quelle che permettono l’accesso ai social network più diffusi.

Ciò non riguarda solamente Facebook. Un social network come Foursquare basato sulla geolocalizzazione degli utenti fa in modo che questi condividano la loro posizione (un esercizio commerciale, un museo, …) con i propri contatti, magari collegando l’applicazione con altri social network permettendo a un gran numero di persone di conoscere non solo le attività di altri, ma anche lo stesso Foursquare, nel caso non ne avessero mai sentito parlare. La condivisione dei propri spostamenti è incentivata dallo stesso sistema di gioco basato su check-in in un luogo e l’ottenimento di badge come riconoscimento per aver raggiunto degli obiettivi: ciò lo rende un social network dalla forte gamification della vita quotidiana. L’utente è consapevole di essere controllato nei suoi movimenti, visto che è lo scopo del gioco. Non solo: sia in questo che in altri ambienti in rete e nei social network più comuni, gli utenti sono incentivati a rendersi pubblici proprio da un processo di reward. Che si tratti di un commento, di un badge, di un retweet, di un like.

Qualche riga sopra si è accennato al concetto della rete internet come «filtro» rimandando a una trattazione più specifica. Questo tipo di approccio pone al centro il ruolo “filtrante” di internet che tende a disegnare intorno a noi quel mondo virtuale che più sembra appropriato in base ai nostri interessi e le nostre scelte. Si tratterebbe quindi di una rete che progressivamente si modella su di noi e ciò può essere analizzato secondo diverse prospettive. Una è quella della «bolla», sottolineando quindi il chiudersi all’interno di qualcosa di circoscritto, l’altra forma è invece più difficile da rappresentare graficamente perché indefinita e in continuo movimento. È una forma sempre diversa a seconda dei nostri spostamenti e delle nostre reti di relazioni: il confine della rete personalizzata è, appunto, il confine della nostra personalità e dei nostri interessi.

Inoltre, è opportuno fare la dovuta attenzione anche alla crescente necessità degli utenti di avere filtri propri e secondo quali processi questi diventano pubblici e costituiscono dei dati utili a chi ha qualcosa da promuovere.

Buona parte delle azioni che noi compiamo in rete hanno lo scopo di filtrare informazioni. Scegliamo i nostri amici, i following, gli articoli da leggere, quali prodotti prendere in considerazione per l’acquisto, le promozioni, le foto (da pubblicare, condividere, usare, modificare, salvare, …), quali blog seguire, cosa appendere sulla nostra board, …

Questi tipi di scelte sono diverse tra loro ma in continua relazione. La necessità di selezionare propria dell’uomo trova nella realtà digitale una sua ulteriore e fisiologica realizzazione giustificata dalla vastità di informazioni che incontra quotidianamente e resa evidente proprio perché gli utenti scelgono cosa condividere, dove e con chi. Possono usare degli strumenti che permettano di “mettere da parte” cose interessanti da rileggere o valutare successivamente, o decidere di seguire un blog o un sito sfruttando i flussi Rss per facilitare la consultazione degli aggiornamenti. Gli stessi giornali on-line offrono il servizio di lettura posticipata permettendo all’utente di salvare nella propria pagina personale un articolo che non si ha tempo di leggere in quel momento. È un servizio, certo, ma i dati ricavati sono in grado di dire quali articoli sono valsi una lettura più attenta o una rilettura (insomma, valeva la pena non dimenticarli), e ciò per ogni utente.

Il grande successo dei social network non sta solamente nel loro essere luoghi di incontro e dialogo (sarebbe riduttivo vederli così) o un’occasione per mostrarci/esibirci (è il “colore” dei social network) o una via d’accesso per terzi ai nostri interessi, ma risiede soprattutto nella possibilità di filtrare ciò che esiste all’interno del social network e in rete, e che si ritiene valga la pena entri a far parte del proprio status sociale. Compreso ciò, va da sé che entrino in gioco opportunità che facciano la differenza strutturale del social network e che lo rendano interattivo: i “mi piace”, le condivisioni, i retweet, e … il dialogo!

Pensare che i social network nascano come “ragazzate” serve solo al romanzo della loro genesi. Immaginare che siano degli strumenti di controllo sociale non aiuta a tener conto delle necessità degli utenti. Il lavoro più difficile sta nel cercare di capire quanto gli utenti siano disposti a concedere pur di fare da selezionatori per sé e per gli altri e quindi quanto disponibili a far conoscere i propri dati al fine di ottenere qualcosa di filtrato. D’altronde non è un problema che riguarda i soli social network ma la stessa navigazione, dato che aiuta al filtraggio delle pubblicità per noi più efficaci (che chiaramente a volte possono rivelarsi anche utili). Ciò fa riflettere sull’uso che possiamo definire “commerciale” dei dati di cui noi siamo i creatori, dobbiamo chiederci quanto questi costituiscano il nostro mondo e metterli in relazione con il mondo che ci viene offerto. Per capire un aspetto antropologicamente importante della relazione tra bit e atomi. Riflessioni che inevitabilmente aprono a questioni relative la privacy personale e le sue violazioni.

Per la prima parte dell’articolo cliccare qui

L’articolo è già stato pubblicato su Le Reti di Dedalus

 

Oscar Giannino Fare per fermare il declino: interazioni post Facebook

Ieri ho messo insieme dei dati relativi all’andamento del profilo Facebook e Twitter di FARE per fermare il declino, movimento politico guidato da Oscar Giannino. In più ho azzardato qualche considerazione, non sul movimento ma sul prestigio e il lavoro svolto da Giannino prima di questo impegno politico.

Il post è qui.

Ora vorrei vedere invece quali sono stati post apparsi sul profilo Facebook di FARE che hanno riscosso maggior successo. I dati ancora una volta sono relativi al breve periodo dal 6/2 al 10/2, e pertanto è da intendere come i post più vecchi abbiano maggior possibilità di essere commentati e condivisi.

Non a caso il post coi i numeri migliori è proprio del 6 febbraio e riguarda la campagna tesseramento (2659 tra commenti condivisioni e like). E, non a caso, ci sono pochi commenti (cosa vuoi commentare?) ma molte condivisioni e like.

Altro post che ha riscosso molto successo è stato quello che riguarda l’IMU e l’impossibilità di credere a quanti dicono di cancellare la tassa dopo averne sostenuto l’introduzione. Il post, (2399 interazioni) è arricchito da un video di Giannino. Anche qui pochi commenti (74) e molti like (1543).

Post che hanno ricevuto un grande successo sono stati quelli relativi all’Antimeeting di Milano di sabato 9 febbraio. Questi posto sono arricchiti da foto dell’evento, evidenziando così maggiormente la partecipazione della gente. Partecipazione che si fa ancora più attiva nel social network.

Il post con più like di tutti (2610) è quello con una (sola) foto dei rappresentanti che alzano al cielo le braccia nell’intento di spezzare delle catene. Il post con il maggior numero di commenti (233) è quello che ricorda la presenza di Giannino su La7 sabato 9 febbraio. Presumibile che molti abbiano usato la bacheca per dire la loro seguendo il programma o freschi di antimeeting. Un po’ come si fa con twitter. Il post più condiviso, oltre a quello della campagna tesseramento, richiama la cartellonistica ad effetto e tocca un tema fondante della nostra società civile: il rispetto dell’altro. Si fa riferimento quindi a Rosa Parks, la donna di colore che rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco.

 

Oscar Giannino – Fare per fermare il declino: andamento Twitter e Facebook

Per le prossime elezioni del 24 febbraio sembra che ancora una volta saremo chiamati a scegliere tra quelle solite facce che ormai ci accompagnano da tempo. Le solite che da anni parlano di cambiamento (soprattutto dopo che l’urlo di Obama si è sentito fin qua) più l’aggiunta di qualche illustre salvatore-dal-baratro che finito il suo mandato tecnico sembra aver assoldato un esercito di comunicatori che gli permettono di fare la guerra delle dichiarazioni a chi questo tipo di scontro bellico l’ha inventato ormai nel lontano 1994. Quando molti in Italia speravano (speravano, non volevano) il cambiamento.

La sinistra (o quella ritenuta tale) dal canto suo ha avuto una buona occasione per cambiare o perlomeno per provare, fare un tentativo. Ma l’opportunità è sfumata.

Altre novità che si affaccia sul palcoscenico del simboli e delle sigle è quella del Movimento 5 stelle di Grillo (o almeno di cui Beppe Grillo è leading vocal): già consolidato uomo di palco, che non deve certo imparare a portare in giro gli altri politici.

C’è poi un tizio curioso che molti italiani hanno imparato ormai da tempo a vedere in tv che risponde al nome di Oscar Giannino. Un tipo che a vederlo sembra proprio controcorrente rispetto alla politica incipriata alla quale siamo stati abituati. Un tipo che quando parla si ha l’impressione che abbia veramente capito ciò che sta dicendo.

Gironzolando in rete e un po’ dappertutto ci si stupisce di quanto Giannino e il suo team siano stati bravi a coinvolgere da subito un gran numero di persone che hanno realmente voglia di cambiare, e che si trovano in sintonia con programma (che leggiamo qui) ma soprattutto che nella vita sono mossi da quel verbo che campeggia autorevole nel simbolo e nei principi del partito: FARE. Con una precisazione che chiama evidentemente all’appello e non permette di rimandare l’impegno: FARE per fermare il declino.

I grafici sotto sono relativi all’andamento dei profili Facebook e Twitter di Fare – per fermare il declino, in riferimento al periodo 6 febbraio – 10 febbraio.

 

 Immagine

Andamento profilo Twitter Fare – per fermare il declino

tweet follower

06-feb

2625

29902

07-feb

2718

30361

08-feb

2758

30598

09-feb

2935

31349

10-feb

2960

31723

Per quanto riguarda il profilo Facebook è evidente che l’andamento dei Mi piace sia in tendenza positiva e soprattutto è decisamente notevole l’interazione degli utenti. Anche i follower di Twitter crescono e bisogna notare una costante e fertile attività da parte del team nel costruire comunicazione.

A questo punto un’osservazione mi deve essere concessa. Giannino non è nato ieri, lo abbiamo visto molte volte in tv, abbiamo letto i suoi articoli, è stato in politica in passato, ha diretto allegati economici di quotidiani nazionali, ha parlato in radio e via dicendo. Lo scopriamo oggi? Giannino non ha trovato la ricetta del Fare in un vecchio libro dimenticato in soffitta: è una vita che parla. Ora un mucchio di giovani volenterosi lo seguono: bene. Ma dove eravate quando Giannino si incaponiva perché la gente non riuscisse a capire le questioni base di quell’oramai dimenticato “referendum sull’acqua”?  E il Chicago blog? Giannino è “sanamente” liberista da una vita e forse il suo grande merito oggi, è quello di aver avvicinato al liberismo anche gente che ne era lontana e che per principio non avrebbe mai letto nulla di Giannino perché scritto su Libero o perché con tanta passione ci ha ricordato che la questione non era la “privatizzazione dell’acqua”.

BIG DATA – Introduzione alla Società dei dati

Ogni due giorni generiamo una quantità di informazioni
pari a quella creata dall’inizio della civiltà a oggi.

Eric Schmidt

«I computer moriranno. Stanno morendo nella loro forma attuale. Sono quasi morti come unità distinte. Una scatola, un monitor, una tastiera. Si stanno fondendo nel tessuto della vita quotidiana. È vero o no?»
«Persino la parola computer».
«Persino la parola computer suona stupida e antiquata»

Don DeLillo, Cosmoplis, p. 90

Era dell’informazione. È dal secondo dopoguerra e soprattutto negli ultimi decenni che così viene definita l’epoca in cui viviamo, e tali sembianze acquisisce la nostra attività e presenza nel mondo, tanto da parlare di «società dell’informazione». È infatti dagli anni ’90, con l’evolversi di internet – la rete di reti che si è diffusa esponenzialmente dalle università Usa agli uffici governativi e poi fin dentro le case di ognuno – che si pone sempre maggiore attenzione agli strumenti tecnologici, alle opportunità che offrono, ai contenuti che veicolano e all’uso che ne fanno gli utenti. Con la certezza che l’uomo debba acquisire nuove competenze per potersi destreggiare in un mondo di informazioni con le quali quotidianamente e in maniera rapida e continua lo colpiscono. Nulla di nuovo rispetto al passato in realtà, ma le mutazioni nei tradizionali sistemi economico-sociali apportate da internet fanno pensare effettivamente a qualcosa di epocale.

Come si muove ed esiste l’uomo all’interno di una società che produce informazioni impensabili fino a qualche generazione fa?

Il mare magnum delle informazioni presenti in rete costringe a riflettere sulla necessità di filtri, sistemi e criteri di verificabilità e attendibilità, ma nello stesso tempo costituisce un inesauribile bacino di informazioni anche per chi crea le stesse notizie o per chiunque abbia necessità di ricerca. Questa è la caratteristica costitutiva del web come lo conosciamo e che ha decretato il successo di aziende che hanno offerto strumenti ottimali per le ricerche degli utenti e ottimizzanti i risultati.
Inoltre, il “confusionario” web si costituisce ambiente organizzato entro dei nuclei di interesse o sociali che permettono agli utenti di entrare in contatto in base a dei parametri condivisi. Questi possono essere i forum e le community che hanno al centro interessi, passioni o professioni comuni (il tennis, l’uso di un software, la fotografia, …), oppure i social network – i cui modelli recenti sono ad esempio Facebook, Twitter, Tumblr, … – i quali costituiscono diversi tipi di comunità che si vengono a creare in base a criteri aggregativi propri dell’ambiente.

la_società_dei_dati_vincenzo_cosenza

Agli albori dello sviluppo della rete, e anche per alcuni decenni a seguire, non ci si ponevano queste problematiche proprio perché i mezzi fisici, i computer, non avevano una grande diffusione presso privati e quindi nella casa (e oggi potremmo dire nelle tasche) di ogni cittadino del mondo economicamente sviluppato. Oggi invece la situazione è ribaltata e sempre più persone sono in grado di essere loro stessi dei creatori di informazioni (non necessariamente di notizie, ma anche di queste: vedi il citizen journalism ad esempio) oppure collaborano alla creazione delle stesse e in più possono occuparsi della loro promozione.

Nella realtà contemporanea c’è quindi una grande mole di informazioni disponibili e in costante aumento alla quale gli utenti accedono e contribuiscono a mantenere in vita e far sviluppare. Ciò anche grazie a strumenti hardware e software di grande diffusione come macchine fotografiche digitali e programmi di fotoritocco, smartphone, piattaforme di facile utilizzo per la gestione di blog, etc. Si tratta di informazioni e messaggi che una volta generati possono essere modificati e diffusi in rete da chiunque (salvo limitazioni dovute al diritto d’autore ad esempio, ma non mancano certo i copia/incolla senza link o riferimento alla fonte). Con la funzione quindi di veicolo e di garante, se non della veridicità dell’informazione almeno del suo interesse.

Se nell’era pre-internet la creazione dell’informazione aveva una sua giustificazione per il suo essere notizia di interesse almeno comunitario, o per essere necessaria a fini sociali e civili (le sentenze, …) e/o economico-fiscali (denuncia dei redditi, contratti, …) o legata ai momenti salienti della vita dell’individuo (nascita, matrimonio, morte, …), oggi, qualsiasi informazione e contenuto (anche multimediale) possono essere creati indipendentemente dal loro ruolo civile e sociale. Tanto paradossale quanto vero: nulla mi vieta di creare un blog che non interessa a nessuno.

Nell’economia della rete è informazione tutto ciò che questa è in grado di generare e può essere provato come tale: non solo l’articolo de Le Reti di Dedalus, ma anche il fatto che una persona che lo reputa interessante decida di condividerlo sulla propria bacheca di Facebook e lì aggiungere un commento innescando magari un botta e risposta con l’amica che aveva taggato nel commento, la quale dimostrerà a tutti i suoi amici come la pensa a riguardo, i quali a loro volta potranno dissentire contestualmente o inserire quell’articolo in un tweet, … e via dicendo. È comprensibile quindi come il concetto di informazione assuma una forte dimensione pubblica e collettiva, secondo i canoni propri di internet. Ed è evidente che quando si parla di informazione non si può riduttivamente intendere solo ciò che l’utente ricerca, ma anche qualsiasi altra azione egli faccia in rete. Quali parole usa per interrogare un motore di ricerca, quanto resta in un pagina, se usa i link, se clicca sulla pubblicità, quale pubblicità, se condivide un contenuto, se carica video su Youtube, quali video vede, … e in generale tutto ciò che decide di condividere.
La società dell’informazione non è solamente l’era della libertà e del pluralismo (o che viene apprezzata per la libertà che offre e il pluralismo e la democrazia che ne deriva), ma anche quella dei dati e della profilatura e del sempre più stretto legame tra uomo e rete.

Efficace infografica

Vincenzo Cosenza – autore del blog Vincos – la chiama «società dei dati», in riferimento al termine «Big Data» che internazionalmente definisce le tecniche e le tecnologie usate per raccogliere e analizzare gradi quantità di dati. Per farci un’idea: «Ogni minuto in rete vengono spedite 204 milioni di email, effettuate 2 milioni di ricerche su Google, caricate l’equivalente di 48 ore di video su Youtube, creati più di 270.000 post su Trumblr e  Wordpress, inviati oltre 100.000 tweet e compiute oltre 2.220.000 azioni su Facebook».[1]

La gran mole di dati che produciamo non riguarda solo la rete internet ma l’intera nostra vita quotidiana. Ad esempio ciò che riguarda gli spostamenti, poiché spesso ci aiutiamo con navigatori satellitari e mappe su smartphone, quindi i dati relativi al telepass, agli acquisti effettuati, e a tutte quelle attività monitorate da sensori e telecamere sparse per le città.

Una realtà così complessa è qualcosa che riguarda tutti come soggetti attivi. Nel lungo articolo La società dei dati, Vincenzo Cosenza offre interessanti spunti di riflessione che ci permettono di comprendere come i dati, se ben analizzati, comunichino alle aziende delle particolari esigenze dei clienti. Inoltre, grazie a uno sviluppo culturale e tecnico in tal senso da parte delle istituzioni, si potrebbe semplificare la “vita burocratica” dei cittadini.

Oltre agli aspetti puramente commerciali e civili, i dati possono essere d’ausilio anche alla persona fisica. Grazie ad applicazioni per smartphone è sempre più facile tenere sotto controllo le proprie condizioni di salute in relazione alle attività quotidiane. E si presume che questi strumenti andranno sempre di più costituendo non un semplice accessorio per lavoro, svago e comunicazione, ma dei veri e propri supporti alla vita quotidiana in tutti i suoi aspetti. Non è fantascienza, ma piuttosto una realtà che apre al weareable computing.

[1] Vincenzo Cosenza, La società dei dati, edizioni 40k, p. 8.

I LIBRI DIETRO LA QUARTA. Ruoli e forme della quarta di copertina

 

Questa è una presentazione che sintetizza i principali argomenti e questioni affrontate nella mia tesi di laurea incentrata sulla quarta di copertina e i contenuti e le modalità di presentazione dei libri on-line su siti di case editrici e librerie on-line.

Potete leggere qui l’Indice.

La tesi è stata discussa nel luglio 2012, per il corso di laurea magistrale Editoria e Scrittura (LM-19 Informazione e sistemi editoriali) dell’Università La Sapienza di Roma, per la cattedra di Gestione dell’impresa editoriale del prof. Nicola Antonio Attadio. Correlatrice del lavoro è stata la prof.ssa Maria Panetta.

Per leggere l’intera tesi in formato .pdf potere cliccare qui.

Spero che possiate trovare degli spunti interessanti (anche per le vostre tesi :))

Graph Search di Facebook – motore di ricerca che piace poco in borsa: agli utenti?

Vi siete messi in lista d’attesa per Graph Search? Potete farlo qui

Graph Search è il nuovo motore di ricerca di Facebook che permette di confrontare i dati contenuti in tutti i profili che gli utenti hanno reso pubblici. Come intuibile il motore di ricerca non agisce sull’intero web ma solo nella mega-rete di Facebook.

Attenzione: in tutto Facebook non solo tra i propri amici (altrimenti che senso avrebbe?).

Il funzionamento è molto semplice. Si scrive sulla barra gli elementi comuni tra più profili iscritti. Ad esempio posso cercare chi è nato nella mia stessa città e ha studiato a La Sapienza. Oppure chi vive a Roma e gioca a tennis e ascolta Donald Fagen.

Niente di strabiliante né di rivoluzionario. Semplicemente potremo fare qualcosa in più con Facebook e magari sapere chi era quella ragazza che domenica sera prendeva l’aperitivo con Sara, una cara amica da anni. E poi chiederle l’amicizia su Facebook,  comprovata dal fatto che Sara è un’amica comune e scoprendo chissà quanti altri amici comuni di cui ricordiamo poco o nulla.

Ancora una volta c’è la privacy al centro di ogni novità messa in campo da Facebook. Già, perché un utente si potrebbe chiedere se essere indicizzabile oppure no. Tenendo presente che se vuole essere indicizzato con tutti i suoi dati e informazioni allora dovrà produrne, altrimenti sarà rintracciabile solo per un numero limitato di comparazioni di dati. Dovrà, in poche parole, renderli pubblici. Ammettiamolo: siamo proprio invogliati a farlo.

Perché non dovremmo? Perché non dovremmo provare a usarlo? Un po’ per curiosità, un po’ per utilità. Per emulazione saremo sempre più pubblici e sempre di più daremo a Facebook le chiavi d’accesso a noi stessi e nuove soluzioni per incrementare relazioni e scambi di condivisioni e like. Oppure potremo stufarci, progressivamente, di tutta questa storia. E a quel punto cosa ne sarà di noi? (di noi come profilo).

Immaginate i nostri profili che piano-piano si inaridiscono e ogni post è come il resto del passaggio di un vivente nel deserto: lì un impronta, là una carcassa.

Facebook che non vuole certo che questo avvenga ogni tanto ci stuzzica l’appetito sociale con qualche nuova trovata, ma questa sembra non aver convinto quasi nessuno (titolo -2% in borsa).

L’UOMO E LA MELA (in memoria di Steve Jobs)

Quando Dio soffiò la vita all’uomo, la sua più bella creatura, non gli assegnò compiti difficili oltre  quello di essere un giardiniere, un compito decisamente alla sua portata. Al fine di provare la fiducia e la diligenza di questo giardiniere e di quella che poi sarebbe stata sua consorte, il Creatore impose come limite di non mangiare i frutti di un albero. Un limite a dire il vero ragionevole se si considera che l’uomo avrebbe potuto mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino tranne uno, l’«albero della vita» o «l’albero della conoscenza del bene e del male». Ma egli ne mangiò, altrimenti noi non ne sapremmo nulla.

Think different”, uno degli slogan storici della Apple, riesce a racchiudere l’essenza di un marchio che non fabbrica e vende solo prodotti, ma anche idee: think. Idee che sono diverse e quindi diverso deve essere il modo di pensare, diverso il modo di vedere, diversi gli strumenti che ci fanno arrivare a queste idee. Nel 1997, la fortunata campagna pubblicitaria invase i mezzi di comunicazione video e stampa con un elegante bianco e nero e il susseguirsi (per il video, su carta sono ovviamente ritratti singoli) di immagini di personaggi del calibro di Albert Einstein, Bob Dylan, Martin L. King, John Lennon, Maria Callas, Mahatma Gandhi, Alfred Hitchcock, Pablo Picasso e altri. La voce in sottofondo (nella versione italiana è quella di Dario Fo) presenta queste figure non tanto per ciò che hanno fatto e quindi ciò per cui sono ricordati (musica, cinema …) ma come persone qualunque che sono diventate uniche perché hanno saputo vedere lontano, osare e non si sono fermati. Persone come noi che guardiamo lo spot, ma «folli», «ribelli», «piantagrane», gente che «non ama le regole e non ha rispetto per lo status quo», dice la voce, insomma gente che la pensa in maniera diversa e che finisce per cambiare il mondo, dei geni che superano i loro tempi. Il tutto è contrassegnato dalla mela morsicchiata dipinta arcobaleno che appare alla fine dello spot (per stampa e cartellonistica è in un angolo o con uno dei cari personaggi in primo piano o con uno dei prodotti da pubblicizzare) insieme allo slogan “Think different”. Il 1997 è inoltre l’anno in cui la Apple riassume Steve Jobs dopo averlo allontanato nel 1985. Ed è lo stesso Steve Jobs che in una pubblicità ci porge la mela, stavolta non stilizzata e colorata, ma vera, intera, da mordere.

Alla fine dello spot dopo la sequenza di personaggi famosi e prima del comparire del marchio, una bimba apre gli occhi passando così dal sonno alla veglia, dalla cecità al discernimento: prima non riusciva a vedere, era come addormentata, senza una personalità propria, era conformista, faceva quello che le veniva imposto di fare, non si prendeva la responsabilità di ribellarsi e far sentire la propria voce e la propria volontà. Ora lo fa, la pensa diversamente, vede le cose da un’altra prospettiva rispetto al resto degli artisti, degli scienziati, degli sportivi, dei politici … ha mangiato la mela. «[…] e allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi» [Gn 3,7].

Il 22 gennaio 1984 in occasione del Super Bowl, Apple acquistò il costosissimo e ambitissimo spazio pubblicitario per promuovere il primo Macintosh con uno spot girato da Ridley Scott, già regista di Blade Runner (1982), ambientato in uno scenario futuristico con esseri umani mentalmente schiavi di un viso e una voce su maxischermo. La terribile condizione umana viene interrotta da una coraggiosa atleta dagli abiti colorati, che lancia un martello contro il maxischermo liberando una fortissima luce. I riferimenti a 1984 di George Orwell sono evidenti e voluti, tanto che lo spot recita «Il 24 gennaio Apple lancerà il Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984».

Lo spot-evento non si limita alla sola pubblicizzazione di un prodotto ma se contestualizzato storicamente è comprensibile come si inscriva in quella “guerra” contro il colosso Microsoft, colpevole di egemonizzare il mercato del computer e così omologare le menti. Se non volete, se siete diversi, se volete salvaguardare la vostra libertà e non vi piacciono le regole imposte, venite da noi, mangiate la mela. Bisognerà però ricordare che quando il serpente offrì il terribile frutto all’uomo lo ingannò mettendogli in testa che il limite riguardasse tutti gli alberi del giardino e che quindi non avrebbe potuto mangiar nulla. L’uomo si difese, ma alla fine cedette alle lusinghe.

 steve jobs think different

Il manicheismo dei computer, la divisione del mondo dell’informatica in buoni e cattivi, è qualcosa che Apple ha contribuito a far crescere nell’immaginario collettivo  non solo in contrapposizione a Microsoft ma già di Ibm. L’azienda nasce infatti in quegli anni ’70 della controcultura e dell’informatica che inizia a entrare nelle case. Lo stesso Steve Jobs, uno dei pochi Ceo (Chief Executive Officier) al mondo osannati come una pop-star, si è formato in quel contesto e vanta un percorso formativo non proprio ordinario per un ingegnere informatico, con viaggi in India e vita in comunità hippy. Un giovane che dopo aver mollato l’università dopo pochi mesi di frequenza (nonostante i genitori biologici si fossero premurati che il piccolo continuasse a studiare dopo il diploma) si impegna a seguire lezioni di calligrafia e un bel giorno vende il suo furgoncino Wolkswagen e si mette in un garage insieme a un suo amico a costruire qualcosa che gran parte del mondo ricco non ha ancora ben capito cosa diavolo sia: i computer. Insomma, un’educazione professionale molto americana che permette al genio Steve Jobs – quello che oggi, dopo la sua morte, è continuamente definito come un visionario – di coniugare la tradizionale cultura dell’American dream con quella libertaria della contestazione, in un mix di ribellione e successo. Un giovane sbandato che ci ha saputo fare? Potrebbe essere tuo figlio che ha i capelli lunghi, ascolta hip-hop e sta tutto il giorno davanti a una dozzina di schermi.

Una contrapposizione che acquista anche un altro significato: è lo stesso stile di vita, lo stare al mondo, il nostro essere e la nostra essenza. C’è l’appleist e ci sono tutti gli altri. Ci sono gli smanettoni (oggi lo siamo tutti, ma un tempo un po’ meno) fighi e quelli sfigati. Ci sono i brillanti creativi scravattati della Apple con uno Steve Jobs che da un bel po’ ci ha abituati al dolcevita nero, Levi’s e New Balance e ci sono i noiosi in doppiopetto di Ibm e della Microsoft (Nell’ultima biografia autorizzata di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson che uscirà in Italia per Mondadori viene svelato il perché di questa scelta che risale a una visita negli stabilimenti Sony negli anni 80 e a un incontro con lo stilista Issey Miyake.). Questo è uno dei punti di forza dell’azienda per creare un’immagine di sé presso il pubblico e nelle persone un’idea di ciò che significa essere tecnologicamente al passo con i tempi, soprattutto quando si vuol far sentire la propria presenza nel mondo con e attraverso strumenti tecnologici («Se non hai un iPhone, non hai un iPhone» come recita un recente spot italiano).

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@pontifex su Twitter: dati, osservazioni e possibilità del profilo di Benedetto XVI-Ratzinger

Bendetto XVI ha lanciato il suo primo tweet il 12 dicembre scorso. Le ragioni possono essere semplici, evidenti e ovvie – ovvero comunicare, visto che la Chiesa lo ha sempre fatto e visto che anche Dio, quello di ebrei e cattolici è sempre stato un gran chiacchierone, nonostante tutti dicano che non risponde mai – ed altre più complesse che lasciamo a pensatori e teologi di ampie vedute.

Diamo allora un’occhiata alla presenza del papa su Twitter dal primo tweet al 22 dicembre, ovvero alle soglie del Natale. Il primo giorno il papa twitta per ben 7 volte “scatenando” quasi 15.000 retweet. Ma per aspettare un’altra azione del papa bisognerà aspettare il 19 dicembre, quando twitta per 2 volte. Come si può vedere dal grafico sotto, le reazioni sono ovviamente crescenti con il passare dei giorni, ma c’è uno stallo evidente tra 17 e 18 dicembre. Ciò a significare che quei 7 tweet hanno esaurito il loro potenziale e non inducono più alla reazione. Il 19 arrivano pronti altri 2 tweet.

Dopo la pausa del 20 dicembre, il papa twitta 3 volte il 21. Infatti come si può vedere il numero di retweet ha un’altra piccola impennata (con un migliaio di retweet in più).

Il numero dei follower va dai 162.894 del 12 dicembre (considerando che il profilo era già attivo da giorni prima del tweet numero 1) ai 211.144 del 22 dicembre.

 

retwwet @pontifex

 

Contenuti ed errori di @pontifex_it

Dopo il primo tweet di saluto gli altri sono soprattutto domande («come possiamo vivere meglio l’Anno della Fede nel nostro quotidiano») con lo scopo magari di aprire una discussione. Oppure si tratta di inviti alla preghiera e alla riflessione o verità teologali (di fede-speranza-carità: non dogmi!).

Si può dire quindi che l’intento di comunicare attraverso brevi frasi (massimo 140 caratteri) senza venire meno alla densità e dal valore dei contenuti ha ottenuto i buoni risultati. Infatti i tweet non sono affatto scadenti a riprova che Twitter è un social network tutt’altro che votato alla superficialità e che il valore del contenuto non deve essere solamente presente nel link  che rimandi a uno spazio-contenuto comunicativo più ampio (che sia il blog dell’autore del tweet o un articolo di giornale on-line). I collaboratori del papa sono ovviamente dei buoni comunicatori!

Ciò che però lascia perplessi è il problema atavico dell’istituzione: l’eccessiva freddezza, o meglio, distanza dell’atto comunicativo. Anche la stesso ritmo altalenante con cui vengono pubblicati i tweet fa percepire questa attività come se fosse di passaggio. Ovvero come si trattasse di un novello iscritto al social network che si connette di tanto in tanto e quindi solo in quelle particolari occasioni sfoga il suo desiderio di comunicare.

Inoltre si ha l’impressione che si tratti di una comunicazione troppo unidirezionale. I contenuti sembrano lasciati a sé stessi e in balia dei critici e ironici commenti degli anticlericali e degli atei che ricevono risposte da parte dei credenti. Un botta e risposta i forma di tweet che lascia il tempo che trova, visto che i primi lanciano molto spesso accuse tanto vuote quanto irruenti (digiuni di ogni competenza e conoscenza in materia religiosa), i secondi invece rispondono con maldigerite verità filtrate dai catechismi serali.

Ciò che @pontifex (quindi chi si occupa del profilo) dovrebbe fare è: twittare con maggiore regolarità (potersi aspettare il tweet del papa e non potersene dimenticare), rendere i tweet più coinvolgenti per i cattolici e non solo facile bersaglio per gli anticattolici/anticlericali o altro, inserire link a contenuti di approfondimento (non noiosi però!!!) come ad esempio interventi su riviste o video di figure importanti della Chiesa di oggi e ieri che sono presenti in rete o creati ad hoc.

Insomma, che @pontifex possa essere un luogo di ritrovo, un filtraggio di contenuti di interesse per cattolici e non solo.