Cloud Atlas dei Wachowski e Tykwer

Un giorno, tra un centinaio di anni, magari si studierà la nostra era guardando film che hanno segnato il nostro tempo. E che non necessariamente devono essere dei veri capolavori.

Questo gennaio 2013 offre molti spunti per parlare di cinema. Infatti ha visto finora nelle sale un “sommo capolavoro” (del quale non dirò altro) che è The Master di Paul Thomas Anderson e un colossale evento cinematografico come Cloud Atlas dei fratelli Wachowski (quelli di Matrix per capirci, anche se nel frattempo Laurence è diventato Lana) e Tom Tykwer.

La trama non la racconto perché la trovate su una marea di altri siti e soprattutto su Wikipedia. E troverete anche indicazioni della durata del film, così, dopo averlo visto, non avete scuse e non sono ammesse lamentele sulla durata eccessiva.

Il pregio del film sta nei varie e repentine strategie adottate dai registi per balzare da una storia a un’altra e da un’epoca a un’altra (perché il film come saprete è ambientato nel tempo dall’800 al 2300 e più). Il che non è comprensibilmente cosa facile e scontata. In più però bisogna considerare che questi salti vorticosi sono anche dei grandi balzi tra un registro e l’altro, tra il comico e il drammatico, tra il noir e la fantascienza. E certo alcuni momenti lasciano un po’ a desiderare.

Per il resto il colossale Cloud Atlas è un insieme del cinema e della confusione del nostro tempo: c’è Blade Runner (il che non fa notizia visto che è presente in ogni film di fantascienza), c’è Lost, Tom Hanks nei sudici panni di un semi-selvaggio su un isola lo abbiamo già visto in Cast-Away, e poi c’è tutto il discorso sulla connessione che ci rimanda a Avatar (il vero capolavoro della nostra epoca: della nostra epoca non di sempre, come invece è Tree of life, ma questa è un’altra storia). E quindi c’è Rifkin. C’è anche Matrix? C’è poi 2022: i sopravvissuti … e poi c’è qualche sottospecie di rimando al Cristianesimo e spiritualità new age?

Ci sarebbe da discutere a lungo sulla questione della metempsicosi. Si tratta realmente di qualcosa del genere oppure dobbiamo leggere lo scorrere del tempo come un perpetrarsi del bene e del male, di quel bene che fu che genera altro bene?

Forse un giorno saremo ricordati più per paccottiglie di questo genere che per altro, purtroppo, ma questo cinema ci emoziona lo stesso e ci offre 3 ore di vita migliore del baccano del centro commerciale là fuori. (anche se andate nelle sale fighe del centro, là fuori c’è sempre un  sacco di porcheria).

Due frasi:

Io non sarò mai soggetto a maltrattamenti criminosi.

e

… da ogni crimine e gentilezza generiamo il nostro futuro.

Ah, beh, poi vale la pena anche il Cloud Atlas Sextet. Ascoltate qui sotto, se volete.

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Guarda tocca vivi di Claudio Risè – Sperling & Kupfer 2011

È curioso vedere una simpatica bimba di tre anni con in mano uno smartphone. Molto interessante è osservare come confronta le sue esperienze di vita, conoscenza e apprendimento con una realtà digitale che lei si trova a gestire in prima persona. Al di là delle telefonate finte a imitare i più grandi (cosa che sempre i più piccoli hanno fatto), la bimba guarda delle foto e riconosce persone a lei più o meno familiari. Ma c’è di più: quando la si lascia “sfogliare” quelle foto su uno schermo touchscreen lo fa imitando il gesto di chi la guida in quella scoperta, ma ci mette tutta la sua forza e con una pressione dall’avambraccio all’indice preme fortemente lungo tutta la base dello schermo, nonostante la si inviti dolcemente ad ammorbidire la manina. Lei sposta quei pixel proprio come ha già fatto più volte con un album di foto o come qualsiasi altri cosa fisica che doveva essere spostata per lasciare spazio a un’altra.

Prima si nasce e solo dopo si diventa (tecnologicamente) digitali.

Fin da piccoli i sensi sono molto importanti per la nostra crescita, il nostro sviluppo e per la conoscenza della realtà circostante e degli altri. Questa condizione – sia degli animali che dell’uomo seppur in modo più complesso – è il punto di partenza dell’ultimo libro di Claudio Risé, psicoterapeuta e docente, dal titolo Guarda, Tocca, Vivi. Ma anche il suo punto di arrivo poiché proprio con la ri-scoperta consapevole di questa sua condizione, secondo Risé, l’uomo potrebbe vivere più felicemente a contatto con la realtà materiale, in un’epoca dove tutto sembra volgere verso il virtuale.

L’autore tratta molto ampiamente il tema passando attraverso la letteratura, la filosofia, il cinema e poi la neurologia, l’anatomia, pratiche terapeutiche che hanno alla base l’uso dei sensi (ascolto di musica, lavori manuali …), sempre facendo riferimenti alla nostra società reticolare della comunicazione, ai suoi prodotti più o meno culturali e a quelle forme identitarie collettive e individuali come le cybersette, gli emo, gli hikikomori. Il tutto cercando di far comprendere quanto fenomeni apparentemente distanti e scollegati tra loro siano in realtà frutto di diverse società che si confrontano con un mondo in corsa e senza troppo scavare dentro ogni fenomeno, visto anche il prodotto editoriale accessibile. Non a caso, la copertina è tutt’altro che sobria con gli imperativi del titolo su sfondo bianco a occupare quasi tutto lo spazio e scritti in tre caratteri diversi e con altrettanti diversi sfondi e sui quali si posano farfalle, girasoli e palloni colorati. Ciò a richiamare la particolare attenzione del testo all’infanzia e all’adolescenza, età della scoperta, della crescita e della formazione di un individuo che si confronta con il mondo e con l’altro attraverso i sensi e che modella l’identità di quello che altrimenti sarebbe solo un corpo vuoto.

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Il volume inizia con l’analisi di uno dei sogni più diffusi tra l’uomo di oggi «quello di trovarsi in cammino con altre persone e accorgersi improvvisamente che non hanno un vero volto: il loro viso è coperto da pelle non definita, in cui a malapena si distinguono le fessure degli occhi e del naso». Concetto chiave è la «spersonalizzazione» di un individuo che non è ben definito, di una persona che non si è formata perché i suoi sensi, i suoi strumenti di contatto con il mondo, non sono ben sviluppati. E la società di oggi porta a nuovi tipi di nevrosi, diverse dalle identità duplici o molteplici che avevano caratterizzato l’uomo dell’800 e del ’900 (Dott. Jekyll e Mr. Hyde, Uno nessuno e centomila …), infatti «le caratteristiche della società postmoderna quali l’indebolimento del corpo e dei sensi, la crescente dipendenza dagli altri e dai modelli collettivi, lo sbiadimento della maggior parte delle esperienze sensoriali a favore del guardare immagini, informazioni e proposte preconfezionate, l’allontanamento dal corpo delle esperienze ritenute significative tendono ad accentuare i processi di omologazione e indebolimento della personalità, mentre il senso di sé è il più personale di tutti, quello su cui si fonda l’irripetibilità e la diversità di ogni individuo».

Le «proposte preconfezionate» riguardano tutto ciò che concerne il gusto, quindi anche il cibo – con i fast-food e il cibo industriale che omologano i gusti – e la stessa attività di fare la spesa, attività sempre meno fisica e tattile (quando avviene on-line) con ogni cibo sempre più lontano, “nascosto”, per così dire, dietro la pellicola di plastica, le varie scatole e confezioni. Proposte di questo tipo possono anche essere prodotti culturali (televisivi, festival …) e di viaggio, non solo in riferimento ai villaggi vacanze – a loro modo dei non-luoghi immersi in luoghi e realtà diversissimi – ma anche il diffuso desiderio di immergersi nella natura, che se veicolato da immagini e campagne pubblicitarie falsificatrici, è solo la vendita turistica modaiola dello sguardo sulla natura («con travestimenti elitari» dice Risé) invece che dell’esperienza di questa, che tra l’altro è sempre più assente anche tra chi cresce in realtà rurali.

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