L’uomo dell’aldilà – racconto – e-book

L'uomo dell'aldilà

Un uomo sta morendo in una stanza d’ospedale. Ripensa alla sua vita passata e alle occasioni perse per lasciare spazio al grigiore. Ma in fondo sarebbe stato capace di meglio? Una volta morto si ritrova in un aldilà immateriale dove viene travolto dalle idee, che non sempre riesce a decifrare. Sicuro di avere in mente un grande romanzo di successo decide di dettarlo a suo figlio durante sporadiche apparizioni. Ma il figlio ha tutt’altro a cui pensare. Un racconto sui rimpianti, sulla morte, sull’empatia e sui sogni.

Big Data – Questioni di privacy – Libertà vigilata di Bernabè

You have zero privacy anyway. Get it over

Scott McNealy, Ceo di Sun Microsoft,  1999

 

Da qualche mese gira su Youtube (ovviamente!) uno spot tanto ben costruito quanto indicativo ed efficace. Delle persone, uno alla volta, entrano in un tendone dove li aspetta un sedicente mago il quale, tra un sospiro spiritualista e una posizione yoga, riesce ad avere molte informazioni sulla vita dei malcapitati, e le svela senza indugi, con lo stupore dei malcapitati.

Lo spot è di indubbio effetto e vuole sensibilizzare gli utenti della rete sulla diffusione dei loro dati e sul possibile uso di questi da parte di terzi. Infatti, alla fine dello spot si svela l’arcano: il “mago” è collegato con una equipe di tecnici informatici incappucciati che monitorano la rete a caccia di qualsiasi informazione sugli increduli. Come a dire: ma vi rendete conto quante cose si possono sapere su di voi facendo qualche ricerchina in rete? E: immaginate quante cose possono sapere quelli che progettano questi strumenti interconnessi?

Il tema è uno tra i più discussi e travagliati e investe i social network, (per primo Facebook visto che ha più iscritti di tutti). Ciò che colpisce è che queste problematiche non abbiano interessato fortemente l’opinione pubblica al nascere dei fenomeni social, 2.0 e “reticolari” più moderni.

Le possibilità e le modalità comunicative offerte dai social network hanno vinto qualsiasi dubbio sulla “messa in onda di se stessi”. E come spesso è accaduto per le start-up informatiche nate dal nulla e arrivate in grande stile in borsa, si è ben pensato come prima cosa di raccogliere molti utenti. Il più possibile, se la formula si rivela vincente. Tanto che nel 2010 Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook poteva dichiarare che i giovani del nuovo millennio avevano un’idea della privacy diversa da quella dei loro genitori. Impresa complessa è capire quale sia questa idea, soprattutto in caso di una mancata consapevolezza.

Di recente uscita e molto interessante per costruire un dibattito altrimenti poco vivo in Italia, è il libro di Franco Bernabè Libertà vigilata. Privacy, sicurezza e mercato nella rete. Bernabè mette in guardia dai pericoli che possono nascere in una società che si presume democratica ma dove non sono difese la riservatezza e la sicurezza delle informazioni personali. Non si tratterebbe quindi solamente di una problematica inerente il mondo della comunicazione, ma anche quello della politica e dei diritti umani. L’approccio critico di Bernabè si fonda però anche su questioni di tipo imprenditoriale, visto il suo ruolo in Telecom Italia come amministratore delegato. Per Bernabè infatti, la crescita enorme e improvvisa di colossi come Google e Facebook è stata possibile oltre che per le formule di successo, anche perché tali aziende rispondono alle leggi Usa e non della Ue, e per la loro diffusione hanno sfruttato le linee di comunicazione già esistenti senza dover investire in infrastrutture. In poche parole i fornitori di servizi via internet – quelli che Bernabè chiama «Over-the-top», come Skype, Google e Facebook – si sono fortemente affermate non tenendo conto delle regolamentazioni europee riguardo le comunicazione internet come invece altre aziende che hanno sede nei paesi dell’Unione come l’Italia.

bernabè libertà vigilata laterza

«Ripensare internet» quindi, come il titolo dell’incontro che si è tenuto il 27 novembre scorso all’Università Bocconi, con un dibattito al quale hanno partecipato tra gli altri lo stesso Bernabè, Antonello Soro (ex-politico e ora membro del Garante della privacy) e Juan Carlos De Martin (docente al Politecnico di Torino presso il Dipartimento di automatica e informatica e firma de La Stampa). Ripensare internet sulla base di criteri nuovi, chiari, precisi e riconosciuti dalle realtà politiche e dalla comunità degli utenti. Gli attori protagonisti della rete, piuttosto, hanno sempre sfruttato l’aspetto epico, eroico e libertario della rete, incontrando il favore di chiunque volesse diffondere un qualsiasi contenuto o conoscenza, passione, idea, capacità.

Si tratta di proposte che a livello istituzionale possono trovare spazio su qualche tavolo – vedi la conferenza internazionale sulle telecomunicazioni di Dubai – ma enormi difficoltà nella realtà pratica. Prima fra tutte quella di dover regolamentare l’operato di aziende che offrono prodotti di diffusione e successo planetari e non nazionali, che hanno un notevole potere economico (visto che la loro attività è legata a quella di qualsiasi altra: il marchio sportivo e la sua pagina Facebook) e che in breve tempo sono riusciti a cambiare la quotidianità e l’approccio alla realtà da parte degli utenti.

Bisogna riconoscere che il successo di queste aziende nel tempo è dovuto anche al fatto che, continuamente, risultano indefinibili in base a categorie circoscritte. Google è solamente un motore di ricerca? Facebook è solamente un social network? Amazon si occupa solo di e-commerce?

La verità, probabilmente, è che la società arranca dietro l’innovazione tecnologica accettandola con i suoi pro e i suoi contro, non senza difficoltà nel comprendere il valore di alcuni fenomeni. Ciò mentre le grandi società della “rivoluzione digitale” hanno sconvolto il sistema culturale ed economico senza chiedere il permesso a nessuno.

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Big Data – problematiche(pt.2)

[segue da BIG DATA-Introduzione alla Società dei Dati]

Non è semplice comprendere le possibilità di una “scienza dei dati” senza capire, almeno in parte, come alcune categorie di questi si formano.

In quanto utenti, non siamo solo dei fruitori di informazioni ma anche dei creatori e dei gestori a nostra volta. In questo modo possiamo interagire attivamente con la società dell’informazione, dove per informazioni si intendono la gran mole di dati reperibili. Abbiamo strumenti che ci permettono di essere creatori e promotori di contenuti e prodotti, manager della nostra identità virtuale che si lega a quella fisica, comunicatori e imprenditori. Artisti.

Queste possibilità incentivano l’uso di internet e di tutti gli strumenti utili a creare e comunicare. Ciò permette, a chi è capace di osservare, di comprendere in quali direzioni si muove l’utenza, sia di massa che di nicchia. E quindi di essere in grado di intercettare le sue esigenze. Una società evoluta dovrebbe acquisire altrettante capacità di analisi e interpretazione di dati secondo dei parametri condivisi, al fine di ottimizzare le proprie attività e ridurre gli sprechi.

Approcci tecnologico-interpretativi  si sono sviluppati soprattutto a livello commerciale e non civile e da chi è in grado, proprio per i servizi-prodotti che offre, di ottenere quanti più dati possibili riguardo l’utenza, al fine di creare dei profili dei clienti e generare proposte commerciali ad hoc grazie ad algoritmi complessi (bastano gli esempi di Netflix e Amazon).

Il pericolo è quello di essere rinchiusi all’interno di un io che progressivamente e automaticamente ci viene proposto come il nostro. Rischiamo quindi di vivere la complessità sconfinata della rete all’interno di quella che Eli Pariser ha definito come un «bolla di filtri». E che quindi ci venga proposto uno spazio della rete che non tenga conto della sua varietà, ma sia costituito da un’amplificazione degli interessi dell’utente.

Per fare in modo che ciò non accada è necessario sviluppare una cultura che tenga conto di questi fattori e che sappia crescere insieme alle competenze tecnologiche – e non basta essere nativi digitali, avere profili sparsi su ogni social network o essere always on – a livello individuale, aziendale, istituzionale. Essere utenti maturi, quindi, e non degli accumulatori di informazioni e interazioni.

 Il filtro eli pariser Il saggiatore

Durante le attività di creazione e interazione in rete, spesso gli utenti non hanno consapevolezza delle proprie azioni. Usare i motori di ricerca (impossibile farne a meno!), come ad esempio Google, significa esporre i propri interessi e nello stesso tempo entrare in un circuito di rimandi tra luoghi virtuali sociali (come Youtube) e servizi web (come Blogger) che permettono a una azienda come Google di affinare sempre di più il profilo di ogni utente in base alle proprie attività.

In un social network come Facebook (si usa questo esempio perché è il social network più diffuso) si raccolgono, per iniziativa degli stessi iscritti, una infinità di informazioni sui loro gusti, interessi, inclinazioni, … e nello stesso tempo si permette a chiunque venda contenuti e prodotti di promuoverli attraverso delle pagine aziendali, di marchio, relative al singolo prodotto o ad una serie di prodotti. Sia la testata giornalistica di fama internazionale che il blog di cucina di una novella cuoca improvvisata; sia la grande firma che vende le sue costosissime borse sia l’inventore da garage; sia il best-seller di John Grisham che gli strampalati versi di un adolescente rimasti fino ad allora in un cassetto, possono essere condivisi, commentati e apprezzati con un like su Facebook.

Le migliaia di applicazioni che troviamo su Facebook, e che hanno contribuito a decretarne il successo, sono veicolo d’accesso a informazioni degli utenti. La scelta tra consentire o non consentire l’accesso alle proprie informazioni base (tra cui l’indirizzo mail) in questi casi è obbligata: altrimenti non si può usare all’applicazione. Lo stesso discorso riguarda molte applicazioni per dispositivi mobile, tra le quali proprio quelle che permettono l’accesso ai social network più diffusi.

Ciò non riguarda solamente Facebook. Un social network come Foursquare basato sulla geolocalizzazione degli utenti fa in modo che questi condividano la loro posizione (un esercizio commerciale, un museo, …) con i propri contatti, magari collegando l’applicazione con altri social network permettendo a un gran numero di persone di conoscere non solo le attività di altri, ma anche lo stesso Foursquare, nel caso non ne avessero mai sentito parlare. La condivisione dei propri spostamenti è incentivata dallo stesso sistema di gioco basato su check-in in un luogo e l’ottenimento di badge come riconoscimento per aver raggiunto degli obiettivi: ciò lo rende un social network dalla forte gamification della vita quotidiana. L’utente è consapevole di essere controllato nei suoi movimenti, visto che è lo scopo del gioco. Non solo: sia in questo che in altri ambienti in rete e nei social network più comuni, gli utenti sono incentivati a rendersi pubblici proprio da un processo di reward. Che si tratti di un commento, di un badge, di un retweet, di un like.

Qualche riga sopra si è accennato al concetto della rete internet come «filtro» rimandando a una trattazione più specifica. Questo tipo di approccio pone al centro il ruolo “filtrante” di internet che tende a disegnare intorno a noi quel mondo virtuale che più sembra appropriato in base ai nostri interessi e le nostre scelte. Si tratterebbe quindi di una rete che progressivamente si modella su di noi e ciò può essere analizzato secondo diverse prospettive. Una è quella della «bolla», sottolineando quindi il chiudersi all’interno di qualcosa di circoscritto, l’altra forma è invece più difficile da rappresentare graficamente perché indefinita e in continuo movimento. È una forma sempre diversa a seconda dei nostri spostamenti e delle nostre reti di relazioni: il confine della rete personalizzata è, appunto, il confine della nostra personalità e dei nostri interessi.

Inoltre, è opportuno fare la dovuta attenzione anche alla crescente necessità degli utenti di avere filtri propri e secondo quali processi questi diventano pubblici e costituiscono dei dati utili a chi ha qualcosa da promuovere.

Buona parte delle azioni che noi compiamo in rete hanno lo scopo di filtrare informazioni. Scegliamo i nostri amici, i following, gli articoli da leggere, quali prodotti prendere in considerazione per l’acquisto, le promozioni, le foto (da pubblicare, condividere, usare, modificare, salvare, …), quali blog seguire, cosa appendere sulla nostra board, …

Questi tipi di scelte sono diverse tra loro ma in continua relazione. La necessità di selezionare propria dell’uomo trova nella realtà digitale una sua ulteriore e fisiologica realizzazione giustificata dalla vastità di informazioni che incontra quotidianamente e resa evidente proprio perché gli utenti scelgono cosa condividere, dove e con chi. Possono usare degli strumenti che permettano di “mettere da parte” cose interessanti da rileggere o valutare successivamente, o decidere di seguire un blog o un sito sfruttando i flussi Rss per facilitare la consultazione degli aggiornamenti. Gli stessi giornali on-line offrono il servizio di lettura posticipata permettendo all’utente di salvare nella propria pagina personale un articolo che non si ha tempo di leggere in quel momento. È un servizio, certo, ma i dati ricavati sono in grado di dire quali articoli sono valsi una lettura più attenta o una rilettura (insomma, valeva la pena non dimenticarli), e ciò per ogni utente.

Il grande successo dei social network non sta solamente nel loro essere luoghi di incontro e dialogo (sarebbe riduttivo vederli così) o un’occasione per mostrarci/esibirci (è il “colore” dei social network) o una via d’accesso per terzi ai nostri interessi, ma risiede soprattutto nella possibilità di filtrare ciò che esiste all’interno del social network e in rete, e che si ritiene valga la pena entri a far parte del proprio status sociale. Compreso ciò, va da sé che entrino in gioco opportunità che facciano la differenza strutturale del social network e che lo rendano interattivo: i “mi piace”, le condivisioni, i retweet, e … il dialogo!

Pensare che i social network nascano come “ragazzate” serve solo al romanzo della loro genesi. Immaginare che siano degli strumenti di controllo sociale non aiuta a tener conto delle necessità degli utenti. Il lavoro più difficile sta nel cercare di capire quanto gli utenti siano disposti a concedere pur di fare da selezionatori per sé e per gli altri e quindi quanto disponibili a far conoscere i propri dati al fine di ottenere qualcosa di filtrato. D’altronde non è un problema che riguarda i soli social network ma la stessa navigazione, dato che aiuta al filtraggio delle pubblicità per noi più efficaci (che chiaramente a volte possono rivelarsi anche utili). Ciò fa riflettere sull’uso che possiamo definire “commerciale” dei dati di cui noi siamo i creatori, dobbiamo chiederci quanto questi costituiscano il nostro mondo e metterli in relazione con il mondo che ci viene offerto. Per capire un aspetto antropologicamente importante della relazione tra bit e atomi. Riflessioni che inevitabilmente aprono a questioni relative la privacy personale e le sue violazioni.

Per la prima parte dell’articolo cliccare qui

L’articolo è già stato pubblicato su Le Reti di Dedalus

 

BIG DATA – Introduzione alla Società dei dati

Ogni due giorni generiamo una quantità di informazioni
pari a quella creata dall’inizio della civiltà a oggi.

Eric Schmidt

«I computer moriranno. Stanno morendo nella loro forma attuale. Sono quasi morti come unità distinte. Una scatola, un monitor, una tastiera. Si stanno fondendo nel tessuto della vita quotidiana. È vero o no?»
«Persino la parola computer».
«Persino la parola computer suona stupida e antiquata»

Don DeLillo, Cosmoplis, p. 90

Era dell’informazione. È dal secondo dopoguerra e soprattutto negli ultimi decenni che così viene definita l’epoca in cui viviamo, e tali sembianze acquisisce la nostra attività e presenza nel mondo, tanto da parlare di «società dell’informazione». È infatti dagli anni ’90, con l’evolversi di internet – la rete di reti che si è diffusa esponenzialmente dalle università Usa agli uffici governativi e poi fin dentro le case di ognuno – che si pone sempre maggiore attenzione agli strumenti tecnologici, alle opportunità che offrono, ai contenuti che veicolano e all’uso che ne fanno gli utenti. Con la certezza che l’uomo debba acquisire nuove competenze per potersi destreggiare in un mondo di informazioni con le quali quotidianamente e in maniera rapida e continua lo colpiscono. Nulla di nuovo rispetto al passato in realtà, ma le mutazioni nei tradizionali sistemi economico-sociali apportate da internet fanno pensare effettivamente a qualcosa di epocale.

Come si muove ed esiste l’uomo all’interno di una società che produce informazioni impensabili fino a qualche generazione fa?

Il mare magnum delle informazioni presenti in rete costringe a riflettere sulla necessità di filtri, sistemi e criteri di verificabilità e attendibilità, ma nello stesso tempo costituisce un inesauribile bacino di informazioni anche per chi crea le stesse notizie o per chiunque abbia necessità di ricerca. Questa è la caratteristica costitutiva del web come lo conosciamo e che ha decretato il successo di aziende che hanno offerto strumenti ottimali per le ricerche degli utenti e ottimizzanti i risultati.
Inoltre, il “confusionario” web si costituisce ambiente organizzato entro dei nuclei di interesse o sociali che permettono agli utenti di entrare in contatto in base a dei parametri condivisi. Questi possono essere i forum e le community che hanno al centro interessi, passioni o professioni comuni (il tennis, l’uso di un software, la fotografia, …), oppure i social network – i cui modelli recenti sono ad esempio Facebook, Twitter, Tumblr, … – i quali costituiscono diversi tipi di comunità che si vengono a creare in base a criteri aggregativi propri dell’ambiente.

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Agli albori dello sviluppo della rete, e anche per alcuni decenni a seguire, non ci si ponevano queste problematiche proprio perché i mezzi fisici, i computer, non avevano una grande diffusione presso privati e quindi nella casa (e oggi potremmo dire nelle tasche) di ogni cittadino del mondo economicamente sviluppato. Oggi invece la situazione è ribaltata e sempre più persone sono in grado di essere loro stessi dei creatori di informazioni (non necessariamente di notizie, ma anche di queste: vedi il citizen journalism ad esempio) oppure collaborano alla creazione delle stesse e in più possono occuparsi della loro promozione.

Nella realtà contemporanea c’è quindi una grande mole di informazioni disponibili e in costante aumento alla quale gli utenti accedono e contribuiscono a mantenere in vita e far sviluppare. Ciò anche grazie a strumenti hardware e software di grande diffusione come macchine fotografiche digitali e programmi di fotoritocco, smartphone, piattaforme di facile utilizzo per la gestione di blog, etc. Si tratta di informazioni e messaggi che una volta generati possono essere modificati e diffusi in rete da chiunque (salvo limitazioni dovute al diritto d’autore ad esempio, ma non mancano certo i copia/incolla senza link o riferimento alla fonte). Con la funzione quindi di veicolo e di garante, se non della veridicità dell’informazione almeno del suo interesse.

Se nell’era pre-internet la creazione dell’informazione aveva una sua giustificazione per il suo essere notizia di interesse almeno comunitario, o per essere necessaria a fini sociali e civili (le sentenze, …) e/o economico-fiscali (denuncia dei redditi, contratti, …) o legata ai momenti salienti della vita dell’individuo (nascita, matrimonio, morte, …), oggi, qualsiasi informazione e contenuto (anche multimediale) possono essere creati indipendentemente dal loro ruolo civile e sociale. Tanto paradossale quanto vero: nulla mi vieta di creare un blog che non interessa a nessuno.

Nell’economia della rete è informazione tutto ciò che questa è in grado di generare e può essere provato come tale: non solo l’articolo de Le Reti di Dedalus, ma anche il fatto che una persona che lo reputa interessante decida di condividerlo sulla propria bacheca di Facebook e lì aggiungere un commento innescando magari un botta e risposta con l’amica che aveva taggato nel commento, la quale dimostrerà a tutti i suoi amici come la pensa a riguardo, i quali a loro volta potranno dissentire contestualmente o inserire quell’articolo in un tweet, … e via dicendo. È comprensibile quindi come il concetto di informazione assuma una forte dimensione pubblica e collettiva, secondo i canoni propri di internet. Ed è evidente che quando si parla di informazione non si può riduttivamente intendere solo ciò che l’utente ricerca, ma anche qualsiasi altra azione egli faccia in rete. Quali parole usa per interrogare un motore di ricerca, quanto resta in un pagina, se usa i link, se clicca sulla pubblicità, quale pubblicità, se condivide un contenuto, se carica video su Youtube, quali video vede, … e in generale tutto ciò che decide di condividere.
La società dell’informazione non è solamente l’era della libertà e del pluralismo (o che viene apprezzata per la libertà che offre e il pluralismo e la democrazia che ne deriva), ma anche quella dei dati e della profilatura e del sempre più stretto legame tra uomo e rete.

Efficace infografica

Vincenzo Cosenza – autore del blog Vincos – la chiama «società dei dati», in riferimento al termine «Big Data» che internazionalmente definisce le tecniche e le tecnologie usate per raccogliere e analizzare gradi quantità di dati. Per farci un’idea: «Ogni minuto in rete vengono spedite 204 milioni di email, effettuate 2 milioni di ricerche su Google, caricate l’equivalente di 48 ore di video su Youtube, creati più di 270.000 post su Trumblr e  Wordpress, inviati oltre 100.000 tweet e compiute oltre 2.220.000 azioni su Facebook».[1]

La gran mole di dati che produciamo non riguarda solo la rete internet ma l’intera nostra vita quotidiana. Ad esempio ciò che riguarda gli spostamenti, poiché spesso ci aiutiamo con navigatori satellitari e mappe su smartphone, quindi i dati relativi al telepass, agli acquisti effettuati, e a tutte quelle attività monitorate da sensori e telecamere sparse per le città.

Una realtà così complessa è qualcosa che riguarda tutti come soggetti attivi. Nel lungo articolo La società dei dati, Vincenzo Cosenza offre interessanti spunti di riflessione che ci permettono di comprendere come i dati, se ben analizzati, comunichino alle aziende delle particolari esigenze dei clienti. Inoltre, grazie a uno sviluppo culturale e tecnico in tal senso da parte delle istituzioni, si potrebbe semplificare la “vita burocratica” dei cittadini.

Oltre agli aspetti puramente commerciali e civili, i dati possono essere d’ausilio anche alla persona fisica. Grazie ad applicazioni per smartphone è sempre più facile tenere sotto controllo le proprie condizioni di salute in relazione alle attività quotidiane. E si presume che questi strumenti andranno sempre di più costituendo non un semplice accessorio per lavoro, svago e comunicazione, ma dei veri e propri supporti alla vita quotidiana in tutti i suoi aspetti. Non è fantascienza, ma piuttosto una realtà che apre al weareable computing.

[1] Vincenzo Cosenza, La società dei dati, edizioni 40k, p. 8.

I LIBRI DIETRO LA QUARTA. Ruoli e forme della quarta di copertina

 

Questa è una presentazione che sintetizza i principali argomenti e questioni affrontate nella mia tesi di laurea incentrata sulla quarta di copertina e i contenuti e le modalità di presentazione dei libri on-line su siti di case editrici e librerie on-line.

Potete leggere qui l’Indice.

La tesi è stata discussa nel luglio 2012, per il corso di laurea magistrale Editoria e Scrittura (LM-19 Informazione e sistemi editoriali) dell’Università La Sapienza di Roma, per la cattedra di Gestione dell’impresa editoriale del prof. Nicola Antonio Attadio. Correlatrice del lavoro è stata la prof.ssa Maria Panetta.

Per leggere l’intera tesi in formato .pdf potere cliccare qui.

Spero che possiate trovare degli spunti interessanti (anche per le vostre tesi :))

Tra la MUCCA VIOLA e il CIGNO NERO

Tra la nostra vita in rete e quella fisica fatta di treni, traffico, strette di mano e aperitivi siamo sempre di più avvolti e travolti da fenomeni tanto inspiegabili quanto bizzarri o curiosi. O che quantomeno ci incuriosiscono.

In tutto questo (via via, casino, caos, … compilate come meglio credete) siamo in compagnia di due strambi animali, che a loro volta rappresentano altrettanti concetti: la mucca viola e il cigno nero. Con la particolarità che la prima, almeno per ora, non esiste mentre il secondo sì.

Si tratta di due felici immagini rappresentative che sono stati usate da influenti “pensatori” del nostro tempo: Seth Godin e Nassim Taleb.

Godin è da tempo un guru del marketing (il mondo ne è pieno secondo voi?) e con Mucca Viola (Seperling & Kupfer) vuole definire prodotti (o servizi) straordinari o lo straordinario modo di comunicarli che entrano nel nostro mercato. Insomma, qualcosa di stupefacente che riesca a colpire per la sua originalità (oltre che funzionalità) e che pertanto potrà innescare dei meccanismi di passaparola. Importante sotto questo punto di vista è riuscire a individuare quei soggetti che si possono definire “innovatori” o gli “utilizzatori precoci” riguardo al proprio prodotto che si accorgano del colore e che lo facciano notare agli altri, ai distratti, ai ritardatari. Seth Godin prende in prestito questa terminologia dalla letteratura inglese – dove già Mucca Viola indica qualcosa di straordinario e a suo modo umoristico (e infatti il buon umorismo ci attira più di ogni altra cosa) –  e lo adatta al marketing.

mucca viola di seth godin

I cigni neri invece esistono non solo nel nostro immaginario. Solo che nessuno ne immaginava l’esistenza prima che si scoprisse l’Australia. È questo il punto di partenza del complesso saggio di Nassim Taleb intitolato Il cigno nero (lo sto ancora leggendo, voi avete finito?) pubblicato da Il Saggiatore. Per certi versi si tratta di qualcosa di sconvolgente, simile alla mucca viola, ma riguarda eventi e fatti e la nostra capacità, e difficoltà, di prevederli. Nessuno infatti immaginava che ci fossero cigni neri su questo mondo, proprio per il fatto che nessuno mai ne aveva visti. O meglio: nessuno che appartenesse alla nostra comunità scientifica.

il cigno nero di nassim taleb

Per quanto più unici che rari, con mucche viola e cigni neri ci troviamo a confrontarci ogni giorno. Immaginate i riflessi dell’attentato dell’11 settembre: nessuno se lo sarebbe aspettato altrimenti ci si sarebbe difesi. Eppure si tratta di un evento che ha sconvolto il mondo i cui riflessi – la paura per attentati terroristici islamici – ci condizionano ancora oggi.

A voi quali mucche viola e cigni neri vengono in mente?

La legge levi (un anno dopo)

Il quartiere Belville di Parigi si trova nel XX arrondissement nella zona est della città. Se non fosse per il cimitero Père Lachaise (quello dove tra i tanti c’è anche James D. Morrison) e per aver fatto da scenografia per le dis-avventure del capro espiatorio Benjamin Malaussène (il più noto personaggio di Daniel Pennac), molto probabilmente il quartiere non sarebbe conosciuto internazionalmente per i suoi casermoni e per le anonime vie che si snodano al suo interno. Quartiere popolare ad alta percentuale di immigrazione, avvolge con odori di cucine multietniche che riempiono l’aria di una Parigi meno turistica, meno artistica, meno anni ’20.

In questa realtà vive una libreria indipendente, Le genre hurbain, con un assortimento concentrato su saggistica d’ampio respiro con particolare attenzione alle mutazioni urbane e sociali. Quindi non una qualsiasi libreria di varia, pallida fotocopia arrancante della libreria di catena votata al best-seller e al classico della letteratura in edizione supereconomica.

A raccontarci di questo gioiello è Ilaria Bussoni di DeriveApprodi (interessante realtà indipendente dell’editoria romana) durante l’incontro «Da una legge all’altra» organizzato in occasione di “Più libri più liberi” la fiera della piccola e media editoria che si tiene a Roma ormai da 11 anni. La legge al centro dell’incontro è la legge Levi sul prezzo del libro che limita lo sconto al 15% e che risale al settembre 2011.  Dopo un anno gli addetti ai lavori si ritrovano pubblicamente a discutere dei risultati e dei propositi futuri.

Il paragone con la Francia è quasi obbligato quando si parla di legge sul prezzo del libro, di libri e di lettura. Infatti, al di là delle Alpi una legge che regoli il prezzo del libro c’è già dal 1981, con un bel trentennio di anticipo rispetto all’Italia. Inoltre la Francia è un paese tradizionalmente  attento all’educazione alla lettura sin dall’infanzia e che sostiene realtà culturali come le librerie indipendenti che possono vivere lì dove una catena non investirebbe mai. Questo perché si riconosce al libro un ruolo sociale, civile e culturale che travalica lo stesso valore materiale del bene. E lo stesso discorso vale per la libreria, che è qualcosa di più di un semplice esercizio commerciale.

Dopo un anno, la legge Levi sembra comunque qualcosa che non riesce (e forse non è mai riuscita, perché troppo in ritardo) a reggere il passo con le problematiche che il mercato del libro presenta.

libri a scaffale

La prima difficoltà è quella relativa alla stessa applicazione della legge. Sul blog dei Mulini a vento (gruppo di editori indipendenti particolarmente attivi nel difendere il loro ruolo oltre che la loro azienda) si denunciano violazioni della legge nonché il disinteresse o il falso interesse da parte della classe politica verso queste realtà imprenditoriali a favore degli oligopoli editoriali che controllano tutta la filiera del libro, dall’ideazione alla distribuzione e alla vendita.

Oltre a quelle relative alla legge in particolare, parlare oggi di una legge per il libro in Italia apre a problematiche internazionali di vario genere e non puramente commerciale. Come le spinose questioni sul diritto d’autore (non solo sanzioni ma innovazione), l’Iva sui libri digitali (ora al 21%) e quindi la stessa denominazione del prodotto libro, la promozione della lettura attraverso biblioteche (anche quelle scolastiche e di quartiere) e, per quanto possibile, cercare di salvaguardare una varietà nazionale di editoria (nel senso più ampio del termine).

In Italia mancano degli strumenti normativi e una particolare attenzione a questo tipo di problemi. La politica attribuisce un certo immobilismo alla necessità di rispondere alle normative europee riguardo la materia. Ma intanto la Francia ha intrapreso la sua strada, abbassando l’Iva sul libro elettronico al 4% (invece del 21%) considerandolo quindi alla stregua libro cartaceo. E ciò non ha solamente un valore ai fini fiscali, ma anche della stessa percezione e interpretazione di un prodotto.

Come ha sottolineato Enrico Iacometti (Presidente del Gruppo dei piccoli editori Aie) la legge Levi è stata l’«aspirina contro una malattia grave». Qualcosa che non basta quindi, che necessita di studi più approfonditi, di analisi ulteriori e intenti comuni per migliorare le condizioni del malato. E sicuramente ora sarebbe il momento per discutere riguarda l’Iva sui libri elettronici visto che il settore, per quanto in forte crescita, costituisce ancora una bassa percentuale nel complessivo mercato del libro (1% del mercato trade) [fonte: Gdl].

Tutti, dai rappresentanti di categoria (presente anche Marco Polillo presidente dell’Associazione Italiana Editori) agli ospiti istituzionali (presente Paolo Peluffo sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il governo Monti) agli editori, convengono nella necessità di un intervento deciso e orientato al futuro.

Il sottosegretario Paolo Peluffo ha precisato che il governo Monti ha seguito la linea di coerenza con le direttive Ue e per questo non ha intrapreso scelte discordanti per quanto riguarda l’Iva sugli e-book. Il membro del governo ha inoltre sottolineato una realtà ancora più drammatica del caso italiano: la mancanza di lettori. Problema atavico ormai è la scarsa domanda di libri in Italia, la mancanza di cultura alla lettura, soprattutto in un paese che deve risollevarsi economicamente e deve proporre eccellenze a livello internazionale. Piuttosto, gli italiani che nel 2011 hanno letto almeno 1 libro sono stati 700.000 meno del 2010 e si tratta spesso di persone che devono essere riconquistate di volta in volta come lettori dal punto vendita, dall’editore, dall’autore, dal titolo.

È comprensibilmente difficile trovare una soluzione a questo problema. Non basta passare per i tortuosi banchi del Parlamento e giungere all’approvazione di qualche legge. Non basta finanziare realtà culturali e imprenditoriali (potrebbe essere necessario aiutare ad esempio per investimenti in strumenti informatici e nuove competenze necessarie, ma comunque significherebbe aiutare imprese importanti in difficoltà e non dare linfa vitale al settore). E soprattutto non basta fare spot che raccontino di come leggere sia fondamento della nostra cultura, formi la persona o sia un’esperienza unica che ci fa vivere esperienze nuove e inaspettate.

Sarebbe necessario essere in grado di offrire stimoli di lettura ad ognuno, e che questi continuino nel tempo. In Italia invece persiste quell’insana idea che i libri abbiano a che fare solamente con lo studio e che terminata questa necessità venga meno il rapporto con i libri. Oppure che leggere sia un’attività di evasione, un diletto, un vezzo volto alla “cultura personale”. Forse la promozione della lettura dovrebbe partire proprio da questo: da una corretta interpretazione dell’attività di lettura. Ed è necessario che tutti si impegnino a partire dalle scuole (ma sia le maestre elementari che i docenti universitari dovrebbero essere dei lettori) e dalle famiglie (ma in famiglia c’è spazio per la lettura?), e poi negli ambienti di lavoro pubblici e privati che hanno bisogno di cervelli e idee. Inoltre gli stessi lettori dovrebbero essere i primi promotori, avendo così molto di più da condividere (non solo tra loro ai circoli di lettura o nei blog letterari). E finalmente si aiuti a capire che leggere è utile per avere quegli strumenti necessari per comprendere questo mondo e non per evadere e fuggirlo.

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Della Legge Levi ne avevo già parlato a suo tempo qui

L’UOMO E LA MELA (in memoria di Steve Jobs)

Quando Dio soffiò la vita all’uomo, la sua più bella creatura, non gli assegnò compiti difficili oltre  quello di essere un giardiniere, un compito decisamente alla sua portata. Al fine di provare la fiducia e la diligenza di questo giardiniere e di quella che poi sarebbe stata sua consorte, il Creatore impose come limite di non mangiare i frutti di un albero. Un limite a dire il vero ragionevole se si considera che l’uomo avrebbe potuto mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino tranne uno, l’«albero della vita» o «l’albero della conoscenza del bene e del male». Ma egli ne mangiò, altrimenti noi non ne sapremmo nulla.

Think different”, uno degli slogan storici della Apple, riesce a racchiudere l’essenza di un marchio che non fabbrica e vende solo prodotti, ma anche idee: think. Idee che sono diverse e quindi diverso deve essere il modo di pensare, diverso il modo di vedere, diversi gli strumenti che ci fanno arrivare a queste idee. Nel 1997, la fortunata campagna pubblicitaria invase i mezzi di comunicazione video e stampa con un elegante bianco e nero e il susseguirsi (per il video, su carta sono ovviamente ritratti singoli) di immagini di personaggi del calibro di Albert Einstein, Bob Dylan, Martin L. King, John Lennon, Maria Callas, Mahatma Gandhi, Alfred Hitchcock, Pablo Picasso e altri. La voce in sottofondo (nella versione italiana è quella di Dario Fo) presenta queste figure non tanto per ciò che hanno fatto e quindi ciò per cui sono ricordati (musica, cinema …) ma come persone qualunque che sono diventate uniche perché hanno saputo vedere lontano, osare e non si sono fermati. Persone come noi che guardiamo lo spot, ma «folli», «ribelli», «piantagrane», gente che «non ama le regole e non ha rispetto per lo status quo», dice la voce, insomma gente che la pensa in maniera diversa e che finisce per cambiare il mondo, dei geni che superano i loro tempi. Il tutto è contrassegnato dalla mela morsicchiata dipinta arcobaleno che appare alla fine dello spot (per stampa e cartellonistica è in un angolo o con uno dei cari personaggi in primo piano o con uno dei prodotti da pubblicizzare) insieme allo slogan “Think different”. Il 1997 è inoltre l’anno in cui la Apple riassume Steve Jobs dopo averlo allontanato nel 1985. Ed è lo stesso Steve Jobs che in una pubblicità ci porge la mela, stavolta non stilizzata e colorata, ma vera, intera, da mordere.

Alla fine dello spot dopo la sequenza di personaggi famosi e prima del comparire del marchio, una bimba apre gli occhi passando così dal sonno alla veglia, dalla cecità al discernimento: prima non riusciva a vedere, era come addormentata, senza una personalità propria, era conformista, faceva quello che le veniva imposto di fare, non si prendeva la responsabilità di ribellarsi e far sentire la propria voce e la propria volontà. Ora lo fa, la pensa diversamente, vede le cose da un’altra prospettiva rispetto al resto degli artisti, degli scienziati, degli sportivi, dei politici … ha mangiato la mela. «[…] e allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi» [Gn 3,7].

Il 22 gennaio 1984 in occasione del Super Bowl, Apple acquistò il costosissimo e ambitissimo spazio pubblicitario per promuovere il primo Macintosh con uno spot girato da Ridley Scott, già regista di Blade Runner (1982), ambientato in uno scenario futuristico con esseri umani mentalmente schiavi di un viso e una voce su maxischermo. La terribile condizione umana viene interrotta da una coraggiosa atleta dagli abiti colorati, che lancia un martello contro il maxischermo liberando una fortissima luce. I riferimenti a 1984 di George Orwell sono evidenti e voluti, tanto che lo spot recita «Il 24 gennaio Apple lancerà il Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984».

Lo spot-evento non si limita alla sola pubblicizzazione di un prodotto ma se contestualizzato storicamente è comprensibile come si inscriva in quella “guerra” contro il colosso Microsoft, colpevole di egemonizzare il mercato del computer e così omologare le menti. Se non volete, se siete diversi, se volete salvaguardare la vostra libertà e non vi piacciono le regole imposte, venite da noi, mangiate la mela. Bisognerà però ricordare che quando il serpente offrì il terribile frutto all’uomo lo ingannò mettendogli in testa che il limite riguardasse tutti gli alberi del giardino e che quindi non avrebbe potuto mangiar nulla. L’uomo si difese, ma alla fine cedette alle lusinghe.

 steve jobs think different

Il manicheismo dei computer, la divisione del mondo dell’informatica in buoni e cattivi, è qualcosa che Apple ha contribuito a far crescere nell’immaginario collettivo  non solo in contrapposizione a Microsoft ma già di Ibm. L’azienda nasce infatti in quegli anni ’70 della controcultura e dell’informatica che inizia a entrare nelle case. Lo stesso Steve Jobs, uno dei pochi Ceo (Chief Executive Officier) al mondo osannati come una pop-star, si è formato in quel contesto e vanta un percorso formativo non proprio ordinario per un ingegnere informatico, con viaggi in India e vita in comunità hippy. Un giovane che dopo aver mollato l’università dopo pochi mesi di frequenza (nonostante i genitori biologici si fossero premurati che il piccolo continuasse a studiare dopo il diploma) si impegna a seguire lezioni di calligrafia e un bel giorno vende il suo furgoncino Wolkswagen e si mette in un garage insieme a un suo amico a costruire qualcosa che gran parte del mondo ricco non ha ancora ben capito cosa diavolo sia: i computer. Insomma, un’educazione professionale molto americana che permette al genio Steve Jobs – quello che oggi, dopo la sua morte, è continuamente definito come un visionario – di coniugare la tradizionale cultura dell’American dream con quella libertaria della contestazione, in un mix di ribellione e successo. Un giovane sbandato che ci ha saputo fare? Potrebbe essere tuo figlio che ha i capelli lunghi, ascolta hip-hop e sta tutto il giorno davanti a una dozzina di schermi.

Una contrapposizione che acquista anche un altro significato: è lo stesso stile di vita, lo stare al mondo, il nostro essere e la nostra essenza. C’è l’appleist e ci sono tutti gli altri. Ci sono gli smanettoni (oggi lo siamo tutti, ma un tempo un po’ meno) fighi e quelli sfigati. Ci sono i brillanti creativi scravattati della Apple con uno Steve Jobs che da un bel po’ ci ha abituati al dolcevita nero, Levi’s e New Balance e ci sono i noiosi in doppiopetto di Ibm e della Microsoft (Nell’ultima biografia autorizzata di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson che uscirà in Italia per Mondadori viene svelato il perché di questa scelta che risale a una visita negli stabilimenti Sony negli anni 80 e a un incontro con lo stilista Issey Miyake.). Questo è uno dei punti di forza dell’azienda per creare un’immagine di sé presso il pubblico e nelle persone un’idea di ciò che significa essere tecnologicamente al passo con i tempi, soprattutto quando si vuol far sentire la propria presenza nel mondo con e attraverso strumenti tecnologici («Se non hai un iPhone, non hai un iPhone» come recita un recente spot italiano).

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Luca De Biase, Scienza delle conseguenze, 40k, 2012

In Cosmopolis di Don DeLillo il protagonista Eric Packer si gioca la vita in una stramba traversata di New York (per tagliarsi i capelli) e nelle fluttuazioni dello yen. Per poi scoprire che sì, lui è in grado di conoscere e comprendere il mondo meglio di chiunque altro pur restando assiso sui portentosi sedili della sua limousine, ma non ha badato abbastanza al suo corpo, che è ancora (terribilmente) l’unica cosa al mondo che lo rende esistente, al di qua dell’anima e dei dati personali. Non ha badato al vizio della sua prostata. Asimmetrica.

Possono i sistemi biologici e fisici, nella loro evoluzione e nei loro meccanismi, costituire un modello per comprendere l’andamento dei mercati (e ogni altro fatto complesso e non prevedibile)? O ogni realtà è puramente cerebrale?

L’era di internet, o qualsiasi altro nome le si voglia dare, è caratterizzata oltre che dalle grandi possibilità comunicative, commerciali e sociali (con tutto l’entusiasmo e le riserve possibili), anche e soprattutto da una enorme creazione di dati. Che vengono “archiviati”, elaborati, connessi, analizzati. Oltre all’ovvia domanda se questi dati possano essere usati per semplificare la vita degli individui nelle società complesse, ci possiamo chiedere se la gran mole di dati non possa aiutarci nel  prevedere eventi futuri, analizzando i fenomeni che li vanno via via preparando.

Ad esempio date un’occhiata al sito Recorded future: il nome del progetto è tutto il programma!

Come ci fa notare Luca De Biase in Scienza delle conseguenze (ebook pubblicato da 40k) «si dovrebbe cominciare a considerare la possibilità che la nozione stessa di previsione – per lo meno per come l’abbiamo conosciuta – possa essere destinata a essere abbandonata». Quale idea e pratica di previsione verrà quindi a formarsi e con quale idea di futuro ci stiamo confrontando? Già, perché se l’idea di linearità  è venuta meno (è venuta meno?) almeno con il post-moderno (il cui superamento potrebbe essere solo una nuova e consolidata linearità) e con gli ipertesti, abbiamo bisogno di una «epistemologia adeguata» per una scienza che sia in grado di comprendere complessità crescenti e relazioni tra individui strutturati e interpretabili attraverso dei dati.

 

debiase Scienza delle conseguenze

 

I dati che però vengono raccolti ed elaborati tenendo conto delle interazioni (e si potrebbe  dire “del mondo delle interazioni”) tra le persone e altri soggetti virtuali e aziendali, si basano appunto sul già conosciuto. Fino a che punto si è quindi in grado di conoscere e comprendere e “prevedere” ciò che nasce dall’imprevedibile? Insomma per comprendere fenomeni complessi e i loro sviluppi non ci si concentra sulle eventualità mai prese in considerazione – i «cigni neri» – ma su una sostanziosa base di dati in continua fluttuazione ma che sono costituiti da elementi molto spesso autoreferenziali (gente che continua a dire che i cigni sono bianchi) e che sono costituiti da quel circolo vizioso tra libertà e filtro. Ovvero tra self-reserch (e self-publishing  in tutte le sue forme) e mediazione algoritmica (quella che Eli Pariser ha definito «bolla dei filtri»).

Infatti le persone operano in modo razionale, ma «dipendono dalle informazioni che riescono a considerare rilevanti». E molto spesso nei nuovi modelli di ricerca sono aiutati da macchine e sistemi nel definire ciò che è rilevante.

Dalla blogosfera alla statusfera

«Facciamo che hai ancora un blog, nel 2011. Non lo legge più nessuno, perché la “statusfera” si è mangiata il 99% dei contenuti della blogosfera […]».

Inizia così uno dei post che negli ultimi mesi sono apparsi su vari blog cercando di fare il punto di una situazione che sempre più spesso appare sfuggente. Che ne sarà dei blog? Le opportune considerazioni che si possono fare devono inevitabilmente tener conto anche di cosa sia ora, in questi giorni, un blog e tutte le sue declinazioni (blogging, blogger) e quindi di che cosa esso sia stato, ancora una volta in tutte le sue declinazioni, alle sue prime apparizioni.

Il post sopra citato è tratto dal blog di Enrico Sola, che in poche righe miste di ironia e nostalgia, paragona un blog, un qualsiasi blog di un suo lettore a una cyclette: «una specie di polveroso monumento al fatto che un giorno ci avevi creduto». Avevi creduto in un rapporto costante con il tuo blog e con i tuoi lettori sul tuo blog, come avevi creduto che avresti fatto almeno un’ora di pedalata al giorno.

La nostalgia finisce per prendere il sopravvento su quell’euforia e quella fertilità di scritture ed espressioni che avevano caratterizzato il blogging delle origini, agli albori del millennio. E così anche altri, come Andrea Toso sul suo Axell Weblog, si guardano alle spalle, si raccontano, cercano di capire cosa stia cambiando. Ma anche per lui c’è sconforto misto ad amara ironia:

«Il mondo dei blog è come una vecchia scatola impolverata. Io dentro al mio reader, con grande stupore ho trovato per alcuni blogger, che un tempo sputavano decine di post al giorno, appena 4 o 5 aggiornamenti in 5 mesi. I guru sono rimasti, molti hanno la giubba rossa, altri hanno ormai una famiglia e si sentono di meno. Hanno scritto libri e partecipato alle trasmissioni tv, ma il loro ciclo pare un po’ lì lì per finire. Blogger con il riportino insomma».

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