Tra la MUCCA VIOLA e il CIGNO NERO

Tra la nostra vita in rete e quella fisica fatta di treni, traffico, strette di mano e aperitivi siamo sempre di più avvolti e travolti da fenomeni tanto inspiegabili quanto bizzarri o curiosi. O che quantomeno ci incuriosiscono.

In tutto questo (via via, casino, caos, … compilate come meglio credete) siamo in compagnia di due strambi animali, che a loro volta rappresentano altrettanti concetti: la mucca viola e il cigno nero. Con la particolarità che la prima, almeno per ora, non esiste mentre il secondo sì.

Si tratta di due felici immagini rappresentative che sono stati usate da influenti “pensatori” del nostro tempo: Seth Godin e Nassim Taleb.

Godin è da tempo un guru del marketing (il mondo ne è pieno secondo voi?) e con Mucca Viola (Seperling & Kupfer) vuole definire prodotti (o servizi) straordinari o lo straordinario modo di comunicarli che entrano nel nostro mercato. Insomma, qualcosa di stupefacente che riesca a colpire per la sua originalità (oltre che funzionalità) e che pertanto potrà innescare dei meccanismi di passaparola. Importante sotto questo punto di vista è riuscire a individuare quei soggetti che si possono definire “innovatori” o gli “utilizzatori precoci” riguardo al proprio prodotto che si accorgano del colore e che lo facciano notare agli altri, ai distratti, ai ritardatari. Seth Godin prende in prestito questa terminologia dalla letteratura inglese – dove già Mucca Viola indica qualcosa di straordinario e a suo modo umoristico (e infatti il buon umorismo ci attira più di ogni altra cosa) –  e lo adatta al marketing.

mucca viola di seth godin

I cigni neri invece esistono non solo nel nostro immaginario. Solo che nessuno ne immaginava l’esistenza prima che si scoprisse l’Australia. È questo il punto di partenza del complesso saggio di Nassim Taleb intitolato Il cigno nero (lo sto ancora leggendo, voi avete finito?) pubblicato da Il Saggiatore. Per certi versi si tratta di qualcosa di sconvolgente, simile alla mucca viola, ma riguarda eventi e fatti e la nostra capacità, e difficoltà, di prevederli. Nessuno infatti immaginava che ci fossero cigni neri su questo mondo, proprio per il fatto che nessuno mai ne aveva visti. O meglio: nessuno che appartenesse alla nostra comunità scientifica.

il cigno nero di nassim taleb

Per quanto più unici che rari, con mucche viola e cigni neri ci troviamo a confrontarci ogni giorno. Immaginate i riflessi dell’attentato dell’11 settembre: nessuno se lo sarebbe aspettato altrimenti ci si sarebbe difesi. Eppure si tratta di un evento che ha sconvolto il mondo i cui riflessi – la paura per attentati terroristici islamici – ci condizionano ancora oggi.

A voi quali mucche viola e cigni neri vengono in mente?

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Cloud Atlas dei Wachowski e Tykwer

Un giorno, tra un centinaio di anni, magari si studierà la nostra era guardando film che hanno segnato il nostro tempo. E che non necessariamente devono essere dei veri capolavori.

Questo gennaio 2013 offre molti spunti per parlare di cinema. Infatti ha visto finora nelle sale un “sommo capolavoro” (del quale non dirò altro) che è The Master di Paul Thomas Anderson e un colossale evento cinematografico come Cloud Atlas dei fratelli Wachowski (quelli di Matrix per capirci, anche se nel frattempo Laurence è diventato Lana) e Tom Tykwer.

La trama non la racconto perché la trovate su una marea di altri siti e soprattutto su Wikipedia. E troverete anche indicazioni della durata del film, così, dopo averlo visto, non avete scuse e non sono ammesse lamentele sulla durata eccessiva.

Il pregio del film sta nei varie e repentine strategie adottate dai registi per balzare da una storia a un’altra e da un’epoca a un’altra (perché il film come saprete è ambientato nel tempo dall’800 al 2300 e più). Il che non è comprensibilmente cosa facile e scontata. In più però bisogna considerare che questi salti vorticosi sono anche dei grandi balzi tra un registro e l’altro, tra il comico e il drammatico, tra il noir e la fantascienza. E certo alcuni momenti lasciano un po’ a desiderare.

Per il resto il colossale Cloud Atlas è un insieme del cinema e della confusione del nostro tempo: c’è Blade Runner (il che non fa notizia visto che è presente in ogni film di fantascienza), c’è Lost, Tom Hanks nei sudici panni di un semi-selvaggio su un isola lo abbiamo già visto in Cast-Away, e poi c’è tutto il discorso sulla connessione che ci rimanda a Avatar (il vero capolavoro della nostra epoca: della nostra epoca non di sempre, come invece è Tree of life, ma questa è un’altra storia). E quindi c’è Rifkin. C’è anche Matrix? C’è poi 2022: i sopravvissuti … e poi c’è qualche sottospecie di rimando al Cristianesimo e spiritualità new age?

Ci sarebbe da discutere a lungo sulla questione della metempsicosi. Si tratta realmente di qualcosa del genere oppure dobbiamo leggere lo scorrere del tempo come un perpetrarsi del bene e del male, di quel bene che fu che genera altro bene?

Forse un giorno saremo ricordati più per paccottiglie di questo genere che per altro, purtroppo, ma questo cinema ci emoziona lo stesso e ci offre 3 ore di vita migliore del baccano del centro commerciale là fuori. (anche se andate nelle sale fighe del centro, là fuori c’è sempre un  sacco di porcheria).

Due frasi:

Io non sarò mai soggetto a maltrattamenti criminosi.

e

… da ogni crimine e gentilezza generiamo il nostro futuro.

Ah, beh, poi vale la pena anche il Cloud Atlas Sextet. Ascoltate qui sotto, se volete.

Graph Search di Facebook – motore di ricerca che piace poco in borsa: agli utenti?

Vi siete messi in lista d’attesa per Graph Search? Potete farlo qui

Graph Search è il nuovo motore di ricerca di Facebook che permette di confrontare i dati contenuti in tutti i profili che gli utenti hanno reso pubblici. Come intuibile il motore di ricerca non agisce sull’intero web ma solo nella mega-rete di Facebook.

Attenzione: in tutto Facebook non solo tra i propri amici (altrimenti che senso avrebbe?).

Il funzionamento è molto semplice. Si scrive sulla barra gli elementi comuni tra più profili iscritti. Ad esempio posso cercare chi è nato nella mia stessa città e ha studiato a La Sapienza. Oppure chi vive a Roma e gioca a tennis e ascolta Donald Fagen.

Niente di strabiliante né di rivoluzionario. Semplicemente potremo fare qualcosa in più con Facebook e magari sapere chi era quella ragazza che domenica sera prendeva l’aperitivo con Sara, una cara amica da anni. E poi chiederle l’amicizia su Facebook,  comprovata dal fatto che Sara è un’amica comune e scoprendo chissà quanti altri amici comuni di cui ricordiamo poco o nulla.

Ancora una volta c’è la privacy al centro di ogni novità messa in campo da Facebook. Già, perché un utente si potrebbe chiedere se essere indicizzabile oppure no. Tenendo presente che se vuole essere indicizzato con tutti i suoi dati e informazioni allora dovrà produrne, altrimenti sarà rintracciabile solo per un numero limitato di comparazioni di dati. Dovrà, in poche parole, renderli pubblici. Ammettiamolo: siamo proprio invogliati a farlo.

Perché non dovremmo? Perché non dovremmo provare a usarlo? Un po’ per curiosità, un po’ per utilità. Per emulazione saremo sempre più pubblici e sempre di più daremo a Facebook le chiavi d’accesso a noi stessi e nuove soluzioni per incrementare relazioni e scambi di condivisioni e like. Oppure potremo stufarci, progressivamente, di tutta questa storia. E a quel punto cosa ne sarà di noi? (di noi come profilo).

Immaginate i nostri profili che piano-piano si inaridiscono e ogni post è come il resto del passaggio di un vivente nel deserto: lì un impronta, là una carcassa.

Facebook che non vuole certo che questo avvenga ogni tanto ci stuzzica l’appetito sociale con qualche nuova trovata, ma questa sembra non aver convinto quasi nessuno (titolo -2% in borsa).

La legge levi (un anno dopo)

Il quartiere Belville di Parigi si trova nel XX arrondissement nella zona est della città. Se non fosse per il cimitero Père Lachaise (quello dove tra i tanti c’è anche James D. Morrison) e per aver fatto da scenografia per le dis-avventure del capro espiatorio Benjamin Malaussène (il più noto personaggio di Daniel Pennac), molto probabilmente il quartiere non sarebbe conosciuto internazionalmente per i suoi casermoni e per le anonime vie che si snodano al suo interno. Quartiere popolare ad alta percentuale di immigrazione, avvolge con odori di cucine multietniche che riempiono l’aria di una Parigi meno turistica, meno artistica, meno anni ’20.

In questa realtà vive una libreria indipendente, Le genre hurbain, con un assortimento concentrato su saggistica d’ampio respiro con particolare attenzione alle mutazioni urbane e sociali. Quindi non una qualsiasi libreria di varia, pallida fotocopia arrancante della libreria di catena votata al best-seller e al classico della letteratura in edizione supereconomica.

A raccontarci di questo gioiello è Ilaria Bussoni di DeriveApprodi (interessante realtà indipendente dell’editoria romana) durante l’incontro «Da una legge all’altra» organizzato in occasione di “Più libri più liberi” la fiera della piccola e media editoria che si tiene a Roma ormai da 11 anni. La legge al centro dell’incontro è la legge Levi sul prezzo del libro che limita lo sconto al 15% e che risale al settembre 2011.  Dopo un anno gli addetti ai lavori si ritrovano pubblicamente a discutere dei risultati e dei propositi futuri.

Il paragone con la Francia è quasi obbligato quando si parla di legge sul prezzo del libro, di libri e di lettura. Infatti, al di là delle Alpi una legge che regoli il prezzo del libro c’è già dal 1981, con un bel trentennio di anticipo rispetto all’Italia. Inoltre la Francia è un paese tradizionalmente  attento all’educazione alla lettura sin dall’infanzia e che sostiene realtà culturali come le librerie indipendenti che possono vivere lì dove una catena non investirebbe mai. Questo perché si riconosce al libro un ruolo sociale, civile e culturale che travalica lo stesso valore materiale del bene. E lo stesso discorso vale per la libreria, che è qualcosa di più di un semplice esercizio commerciale.

Dopo un anno, la legge Levi sembra comunque qualcosa che non riesce (e forse non è mai riuscita, perché troppo in ritardo) a reggere il passo con le problematiche che il mercato del libro presenta.

libri a scaffale

La prima difficoltà è quella relativa alla stessa applicazione della legge. Sul blog dei Mulini a vento (gruppo di editori indipendenti particolarmente attivi nel difendere il loro ruolo oltre che la loro azienda) si denunciano violazioni della legge nonché il disinteresse o il falso interesse da parte della classe politica verso queste realtà imprenditoriali a favore degli oligopoli editoriali che controllano tutta la filiera del libro, dall’ideazione alla distribuzione e alla vendita.

Oltre a quelle relative alla legge in particolare, parlare oggi di una legge per il libro in Italia apre a problematiche internazionali di vario genere e non puramente commerciale. Come le spinose questioni sul diritto d’autore (non solo sanzioni ma innovazione), l’Iva sui libri digitali (ora al 21%) e quindi la stessa denominazione del prodotto libro, la promozione della lettura attraverso biblioteche (anche quelle scolastiche e di quartiere) e, per quanto possibile, cercare di salvaguardare una varietà nazionale di editoria (nel senso più ampio del termine).

In Italia mancano degli strumenti normativi e una particolare attenzione a questo tipo di problemi. La politica attribuisce un certo immobilismo alla necessità di rispondere alle normative europee riguardo la materia. Ma intanto la Francia ha intrapreso la sua strada, abbassando l’Iva sul libro elettronico al 4% (invece del 21%) considerandolo quindi alla stregua libro cartaceo. E ciò non ha solamente un valore ai fini fiscali, ma anche della stessa percezione e interpretazione di un prodotto.

Come ha sottolineato Enrico Iacometti (Presidente del Gruppo dei piccoli editori Aie) la legge Levi è stata l’«aspirina contro una malattia grave». Qualcosa che non basta quindi, che necessita di studi più approfonditi, di analisi ulteriori e intenti comuni per migliorare le condizioni del malato. E sicuramente ora sarebbe il momento per discutere riguarda l’Iva sui libri elettronici visto che il settore, per quanto in forte crescita, costituisce ancora una bassa percentuale nel complessivo mercato del libro (1% del mercato trade) [fonte: Gdl].

Tutti, dai rappresentanti di categoria (presente anche Marco Polillo presidente dell’Associazione Italiana Editori) agli ospiti istituzionali (presente Paolo Peluffo sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il governo Monti) agli editori, convengono nella necessità di un intervento deciso e orientato al futuro.

Il sottosegretario Paolo Peluffo ha precisato che il governo Monti ha seguito la linea di coerenza con le direttive Ue e per questo non ha intrapreso scelte discordanti per quanto riguarda l’Iva sugli e-book. Il membro del governo ha inoltre sottolineato una realtà ancora più drammatica del caso italiano: la mancanza di lettori. Problema atavico ormai è la scarsa domanda di libri in Italia, la mancanza di cultura alla lettura, soprattutto in un paese che deve risollevarsi economicamente e deve proporre eccellenze a livello internazionale. Piuttosto, gli italiani che nel 2011 hanno letto almeno 1 libro sono stati 700.000 meno del 2010 e si tratta spesso di persone che devono essere riconquistate di volta in volta come lettori dal punto vendita, dall’editore, dall’autore, dal titolo.

È comprensibilmente difficile trovare una soluzione a questo problema. Non basta passare per i tortuosi banchi del Parlamento e giungere all’approvazione di qualche legge. Non basta finanziare realtà culturali e imprenditoriali (potrebbe essere necessario aiutare ad esempio per investimenti in strumenti informatici e nuove competenze necessarie, ma comunque significherebbe aiutare imprese importanti in difficoltà e non dare linfa vitale al settore). E soprattutto non basta fare spot che raccontino di come leggere sia fondamento della nostra cultura, formi la persona o sia un’esperienza unica che ci fa vivere esperienze nuove e inaspettate.

Sarebbe necessario essere in grado di offrire stimoli di lettura ad ognuno, e che questi continuino nel tempo. In Italia invece persiste quell’insana idea che i libri abbiano a che fare solamente con lo studio e che terminata questa necessità venga meno il rapporto con i libri. Oppure che leggere sia un’attività di evasione, un diletto, un vezzo volto alla “cultura personale”. Forse la promozione della lettura dovrebbe partire proprio da questo: da una corretta interpretazione dell’attività di lettura. Ed è necessario che tutti si impegnino a partire dalle scuole (ma sia le maestre elementari che i docenti universitari dovrebbero essere dei lettori) e dalle famiglie (ma in famiglia c’è spazio per la lettura?), e poi negli ambienti di lavoro pubblici e privati che hanno bisogno di cervelli e idee. Inoltre gli stessi lettori dovrebbero essere i primi promotori, avendo così molto di più da condividere (non solo tra loro ai circoli di lettura o nei blog letterari). E finalmente si aiuti a capire che leggere è utile per avere quegli strumenti necessari per comprendere questo mondo e non per evadere e fuggirlo.

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Della Legge Levi ne avevo già parlato a suo tempo qui

L’UOMO E LA MELA (in memoria di Steve Jobs)

Quando Dio soffiò la vita all’uomo, la sua più bella creatura, non gli assegnò compiti difficili oltre  quello di essere un giardiniere, un compito decisamente alla sua portata. Al fine di provare la fiducia e la diligenza di questo giardiniere e di quella che poi sarebbe stata sua consorte, il Creatore impose come limite di non mangiare i frutti di un albero. Un limite a dire il vero ragionevole se si considera che l’uomo avrebbe potuto mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino tranne uno, l’«albero della vita» o «l’albero della conoscenza del bene e del male». Ma egli ne mangiò, altrimenti noi non ne sapremmo nulla.

Think different”, uno degli slogan storici della Apple, riesce a racchiudere l’essenza di un marchio che non fabbrica e vende solo prodotti, ma anche idee: think. Idee che sono diverse e quindi diverso deve essere il modo di pensare, diverso il modo di vedere, diversi gli strumenti che ci fanno arrivare a queste idee. Nel 1997, la fortunata campagna pubblicitaria invase i mezzi di comunicazione video e stampa con un elegante bianco e nero e il susseguirsi (per il video, su carta sono ovviamente ritratti singoli) di immagini di personaggi del calibro di Albert Einstein, Bob Dylan, Martin L. King, John Lennon, Maria Callas, Mahatma Gandhi, Alfred Hitchcock, Pablo Picasso e altri. La voce in sottofondo (nella versione italiana è quella di Dario Fo) presenta queste figure non tanto per ciò che hanno fatto e quindi ciò per cui sono ricordati (musica, cinema …) ma come persone qualunque che sono diventate uniche perché hanno saputo vedere lontano, osare e non si sono fermati. Persone come noi che guardiamo lo spot, ma «folli», «ribelli», «piantagrane», gente che «non ama le regole e non ha rispetto per lo status quo», dice la voce, insomma gente che la pensa in maniera diversa e che finisce per cambiare il mondo, dei geni che superano i loro tempi. Il tutto è contrassegnato dalla mela morsicchiata dipinta arcobaleno che appare alla fine dello spot (per stampa e cartellonistica è in un angolo o con uno dei cari personaggi in primo piano o con uno dei prodotti da pubblicizzare) insieme allo slogan “Think different”. Il 1997 è inoltre l’anno in cui la Apple riassume Steve Jobs dopo averlo allontanato nel 1985. Ed è lo stesso Steve Jobs che in una pubblicità ci porge la mela, stavolta non stilizzata e colorata, ma vera, intera, da mordere.

Alla fine dello spot dopo la sequenza di personaggi famosi e prima del comparire del marchio, una bimba apre gli occhi passando così dal sonno alla veglia, dalla cecità al discernimento: prima non riusciva a vedere, era come addormentata, senza una personalità propria, era conformista, faceva quello che le veniva imposto di fare, non si prendeva la responsabilità di ribellarsi e far sentire la propria voce e la propria volontà. Ora lo fa, la pensa diversamente, vede le cose da un’altra prospettiva rispetto al resto degli artisti, degli scienziati, degli sportivi, dei politici … ha mangiato la mela. «[…] e allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi» [Gn 3,7].

Il 22 gennaio 1984 in occasione del Super Bowl, Apple acquistò il costosissimo e ambitissimo spazio pubblicitario per promuovere il primo Macintosh con uno spot girato da Ridley Scott, già regista di Blade Runner (1982), ambientato in uno scenario futuristico con esseri umani mentalmente schiavi di un viso e una voce su maxischermo. La terribile condizione umana viene interrotta da una coraggiosa atleta dagli abiti colorati, che lancia un martello contro il maxischermo liberando una fortissima luce. I riferimenti a 1984 di George Orwell sono evidenti e voluti, tanto che lo spot recita «Il 24 gennaio Apple lancerà il Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come 1984».

Lo spot-evento non si limita alla sola pubblicizzazione di un prodotto ma se contestualizzato storicamente è comprensibile come si inscriva in quella “guerra” contro il colosso Microsoft, colpevole di egemonizzare il mercato del computer e così omologare le menti. Se non volete, se siete diversi, se volete salvaguardare la vostra libertà e non vi piacciono le regole imposte, venite da noi, mangiate la mela. Bisognerà però ricordare che quando il serpente offrì il terribile frutto all’uomo lo ingannò mettendogli in testa che il limite riguardasse tutti gli alberi del giardino e che quindi non avrebbe potuto mangiar nulla. L’uomo si difese, ma alla fine cedette alle lusinghe.

 steve jobs think different

Il manicheismo dei computer, la divisione del mondo dell’informatica in buoni e cattivi, è qualcosa che Apple ha contribuito a far crescere nell’immaginario collettivo  non solo in contrapposizione a Microsoft ma già di Ibm. L’azienda nasce infatti in quegli anni ’70 della controcultura e dell’informatica che inizia a entrare nelle case. Lo stesso Steve Jobs, uno dei pochi Ceo (Chief Executive Officier) al mondo osannati come una pop-star, si è formato in quel contesto e vanta un percorso formativo non proprio ordinario per un ingegnere informatico, con viaggi in India e vita in comunità hippy. Un giovane che dopo aver mollato l’università dopo pochi mesi di frequenza (nonostante i genitori biologici si fossero premurati che il piccolo continuasse a studiare dopo il diploma) si impegna a seguire lezioni di calligrafia e un bel giorno vende il suo furgoncino Wolkswagen e si mette in un garage insieme a un suo amico a costruire qualcosa che gran parte del mondo ricco non ha ancora ben capito cosa diavolo sia: i computer. Insomma, un’educazione professionale molto americana che permette al genio Steve Jobs – quello che oggi, dopo la sua morte, è continuamente definito come un visionario – di coniugare la tradizionale cultura dell’American dream con quella libertaria della contestazione, in un mix di ribellione e successo. Un giovane sbandato che ci ha saputo fare? Potrebbe essere tuo figlio che ha i capelli lunghi, ascolta hip-hop e sta tutto il giorno davanti a una dozzina di schermi.

Una contrapposizione che acquista anche un altro significato: è lo stesso stile di vita, lo stare al mondo, il nostro essere e la nostra essenza. C’è l’appleist e ci sono tutti gli altri. Ci sono gli smanettoni (oggi lo siamo tutti, ma un tempo un po’ meno) fighi e quelli sfigati. Ci sono i brillanti creativi scravattati della Apple con uno Steve Jobs che da un bel po’ ci ha abituati al dolcevita nero, Levi’s e New Balance e ci sono i noiosi in doppiopetto di Ibm e della Microsoft (Nell’ultima biografia autorizzata di Steve Jobs scritta da Walter Isaacson che uscirà in Italia per Mondadori viene svelato il perché di questa scelta che risale a una visita negli stabilimenti Sony negli anni 80 e a un incontro con lo stilista Issey Miyake.). Questo è uno dei punti di forza dell’azienda per creare un’immagine di sé presso il pubblico e nelle persone un’idea di ciò che significa essere tecnologicamente al passo con i tempi, soprattutto quando si vuol far sentire la propria presenza nel mondo con e attraverso strumenti tecnologici («Se non hai un iPhone, non hai un iPhone» come recita un recente spot italiano).

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