Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt. 3)

Non mi interessa la cultura. Non mi interessano i valori pro-sociale. Mi interessa una sola cosa: se la gente guarda o no il programma.  Questa per me è la differenza tra bene e male.

Dirigente Cbs


Al di là del bene e del male c’è quello che le persone scelgono. Un partito, per vincere le elezioni, deve essere votato e per essere votato è necessario che venga percepito come buono e giusto: «meno tasse per tutti» e «per un nuovo miracolo italiano» sono promesse-slogan che danno ragione. «Forza Italia non è un movimento di massa cresciuto spontaneamente nella società civile. È un’azienda che, grazie alla peculiare ramificazione della propria agenzia pubblicitaria (Publitalia), si trasforma in partito. […] il motivo che sembra emergere maggiormente è una sorta di “populismo”, declinato prima nelle forme antipolitiche del self made man e del pragmatismo d’impresa, poi nell’identificazione tra vittoria elettorale e mandato in bianco consegnato dagli elettori»[Gozzini, 2011, p. 155]. Sono promesse che acquistano maggiore forza se si crea un nemico comune – il comunismo – che invece vuole contrastare questa mission. Un «anticomunismo d’antan» rispolverato per poter parlare a un elettorato formato da democristiani, liberali, socialisti craxiani che dopo Tangentopoli è rimasto senza un leader politico. Di conseguenza chi si oppone deve ricompattarsi creando un altro nemico: il «berlusconismo».

Gli italiani della televisione – di qua e di là dello schermo – non si riconoscono nella politica (e questo Berlusconi lo sa, infatti quando parla all’italiano si riferisce ai suoi interessi), ma in beni di consumo e idoli, che non sono le rockstar – quelle per cui ci si strappa i capelli e si sfila via il reggiseno – ma gente normale che “riesce”. A fare cosa? Cantare, ballare o semplicemente rimorchiare qualcuno o ridicolizzarsi alla tv. Si costruiscono micromondi nei quali lo spettatore è immerso, e si trova in compagnia non di personaggi over the edge, ma di ragazze che si allenano per vincere una competizione sportiva, di giovani che sognano di incidere un album o di vincere il Grande Fratello e portarsi a casa un po’ di soldi, essere ospite di qualche discoteca o magari trovare un lavoro. Per Gozzini questo stare in poltrona a “vedere chi vince” nel microcosmo della casa del Grande Fratello (o altri reality), è un po’ come seguire la campagna elettorale, come uno show, dal quale deve venir fuori un vincitore, uno che è “riuscito”.

Intanto la mutazione individualista della baby boom generation ha lasciato «il campo a una nuova generazione assai più globalizzata nei consumi e negli stili di vita, ma anche assai più incerta rispetto al futuro […] La neotelevisione commerciale aiuta a vivere in questo mondo instabile: frammenta i significati e riduce la complessità, costruisce miti del successo individuale attraverso la celebrità facile, reclamizza beni di consumo come sostegni delle identità personali». Nonostante l’incertezza sul futuro la nuova generazione digitalizzata, e quella nuovissima dei «nativi digitali, si allontana parzialmente (ma sembra progressivamente) dalla dipendenza dal sistema di broadcasting televisivo e sceglie i mezzi di comunicazioni basati sul modello narrowcasting, tipico di internet e in generale dell’offerta di contenuti differenziati in base all’utenza.

Almeno dal 1991, con il volume Writing space di J. D. Bolter sappiamo che i nuovi media non cancellano i vecchi, ma vi si affiancano costringendoli a mutare. Non scompare quindi la tv generalista di massa, ma nasce la pay tv: offerta maggiore e su misura di utente. E compri solo quello che vuoi vedere.
Teoria attinente alla pay tv, come ai contenuti web, è quello della «coda lunga» (long tail), espressione coniata da Chris Anderson nel 2004, con un articolo apparso su Wired, la rivista da lui diretta. Riducendo il concetto all’osso: i consumi di nicchia (in generale quelli che interessano poche persone), vari e diversificati, se presi insieme, sono in grado di rivolgersi a un numero di utenti altrettanto ampio di quelli che si raccolgono intorno alla tv generalista di massa e quindi è possibile distribuire in maniera più mirata le proprie risorse e gli spazi degli inserzionisti, per creare programmi specifici per pubblici specifici. La tv generalista infatti è costretta, per ragioni economiche, a trascurare molti utenti e i loro gusti e interessi (dai documentari, alla storia, dalla tecnologia ai viaggi, agli sport di scarso interesse nazionale).

Intorno alla «coda lunga» dei vari interessi, si vanno formando quelle minicomunità, che però sono nazionali o globali, la cui formazione e incontro è agevolato dalle possibilità offerte della rete internet. Blog, forum, community, social network, siti legati a un programma tv, a una fiction, a un canale tematico, aumentano le possibilità di interazione sia con i contenuti, sia con altri utenti.
Un’altra sfida è già da tempo nell’agenda politica: interpretare e saper comunicare con questa società non suddivisa in classi, ma formata da individui e dalle diverse comunità di interessi alle quali partecipano.

Leggi la pt.1 e la pt. 2

già pubblicato in Le reti di Dedalus

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One thought on “Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt. 3)

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