Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.1)

Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione.

Ennio Flaiano

«La televisione cambia la testa degli italiani». L’incipit della quarta di copertina de La mutazione individualista edito da Laterza è un’affermazione. «[la televisione] Cancella la politica come concetto condiviso e la sostituisce con un’arena di gladiatori. Cancella la storia e la sostituisce con un presente senza passato. Cancella la realtà e la sostituisce con uno spettacolo continuo che divizza le persone comuni. Cancella la fatica e la sostituisce con il sogno del successo». In realtà, l’autore del libro, lo, ci introduce al suo lavoro con una domanda: «La televisione cambia la testa degli italiani?». E potremmo dire: è quel demonio così tanto temuto che da sessant’anni ci tiene compagnia? Già, ma come un demonio non tira fuori le sue diavolerie dal nulla, ma sfrutta le nostre debolezze e fragilità.

Fin da subito la televisione fu vista come un elettrodomestico ingombrante e minaccioso, in grado di portare squilibri in famiglia: la donna non cura più la casa, i bimbi non fanno i compiti e il capofamiglia si distrae e dimentica i suoi appuntamenti. Per Paolo Monelli la televisione finirà per «annullare quelli che sono stati finora i rapporti umani e familiari» in un’Italia che si avvia ora verso il progresso, inteso dal giornalista come «progresso all’ingiù», a formare «una società di analfabeti, di conformisti, di meccanizzati, per cui non ci sarà più posto per la varietà e l’imprevisto della vita, per la libera scelta dell’attività e dello svago» a causa di un «subdolo strumento di dittatura nel campo dello spirito e della coscienza». Ma intanto la televisione porta la città nelle campagne e la gente fa chilometri per andarla a vedere, ritrovandosi a casa di chi ce l’ha. La sociologa Lidia de Rita intervista dei contadini lucani nel 1959 e questi sono entusiasti dello strumento. A loro la televisione piace, più della radio, più del cinema. Con la televisione imparano molte cose: «Mediante questa televisione insomma, attraverso la televisione ne fanno conoscere di tutti i difetti della barbabietola, questi insetti… dove n’avvengono, quando depongono le uova … Eh così in pratica non le puoi vedere… tante cose»; e si divertono, visto che «una volta vedi un programma, una volta vedi un altro programma, la televisione è più… sportiva del cinema»[1].

E intanto imparano la lingua nazional-televisiva.

Quello di Gozzini è sì il libro di uno storico, ma non ci si deve aspettare né la storia della televisione attraverso i suoi protagonisti, né quella dell’Italia del dopoguerra. È la storia della relazione tra i cittadini di un paese in ri-costruzione e un mezzo di comunicazione in grado di portare il mondo dentro casa propria, quando si vuole. Senza fossilizzarsi su un’idea di televisione plagiatrice di menti, l’autore nota come questa abbia accompagnato e interpretato quei sentimenti e temperamenti dell’italiano in crescita, e come a volte, ci sia riuscita meglio e a discapito della politica, del civismo, del progetto sociale comune.
Gozzini punta molto a far comprendere quel passaggio dalla «paleotelevisione pedagogica» di Ettore Bernabei (direttore generale della Rai dal 1960 al 1974), alla «neotelevisione» che vende telespettatori agli inserzionisti. E noi navigatori di oggi siamo ben educati a comprendere quest’ultimo genere di necessità.
Cosa succede nel frattempo? Nel 1957 a Milano apre il primo supermarket, nel 1964 Marshall McLuhan parla di «villaggio globale» (la tecnologia televisiva è in grado di collegare l’intero pianeta), nello stesso anno per la McGrow-Hill di New York esce Fundmentals of Marketing di Stanton e Varaldo (la cosiddetta «Bibbia del marketing») e nel 1965 a Roma apre il Piper (per volontà dell’avvocato Alberico Crocetta, ex X Mas, per far «purgare» i giovani, farli scaricare). Nel 1968 c’è il «Sessantotto». La famiglia cambia e cambia la stessa idea di famiglia: non più patriarcale «fondata sulla funzione casalinga della donna e su valori di risparmio, obbedienza e solidarietà interna», ma nucleare «con pochi figli e una donna casalinga che si apre al mondo» [Gozzini, 2011, p.65]. E che guarda una tv che invita a fare shopping, non più a risparmiare.
Intanto la Rai è sempre più legata al potere politico e assume 2 vicedirettori generali, 14 direttori, 30 codirettori e 53 vicedirettori generali [Gozzini, 2011, 61].

Dalla metà degli anni ’60 ai primi dei ’70 cresce il numero di tv ed elettrodomestici (tra il 1965 e il 1971 le famiglie con la televisione crescono dal 49 all’82%, quelle con il frigo dal 55 all’86%, con la lavatrice dal 23 al 63%). Crescono inoltre i nuclei familiari composti da una sola persona (ma non si tratta solo di giovani che scelgono una vita indipendente dai genitori, ma anche di anziani che vengono lasciati soli perché le strutture sanitarie sono potenziate).

Chi tiene per mano gli italiani lungo questo percorso è la pubblicità. Ovvero l’idea di prodotto che viene a crearsi nella mente del consumatore, prima che egli sia acquirente e dopo, per fare in modo che lo sia ancora. Con il nuovo stile di vita la gente si allontana dalla Chiesa (non dalla fede), adottando una nuova etica cristiana «fai da te». Come poté notare Pier Paolo Pasolini «il cattolicesimo era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche ha cominciato a liquidarlo» [2]

mutazione individualista gozzini laterza

Negli anni ’70 la baby boom generation (i nati nell’immediato secondo dopoguerra) arriva nel mercato del lavoro e si genera un aumento del pubblico impiego e delle professioni liberali tradizionali. Il deficit pubblico aumenta e, soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord-Est, c’è un forte incremento dei posti di lavoro industriali che avviene quasi interamente in imprese con meno di 50 addetti. I problemi che c’erano allora sono gli stessi di oggi: evasione, mancanza di servizi, economia sommersa e lavoro nero. Lo Stato appare lontano e cresce il distacco tra politica e società. Dopo il compromesso storico, Berlinguer parla di «austerità», ma il paese va verso l’espansione dei consumi privati di massa. «Come nelle guerre e nei momenti di acuta crisi collettiva che ne hanno punteggiato la storia millenaria, il popolo italiano sceglie allora d’istinto e quasi inconsapevolmente la strada del rifugio nel privato: famiglia, casa, lavoro tornano a riempirne l’orizzonte»[Gozzini, 2011, p. 82]: l’unica strada da percorrere insieme è quella della nostra famiglia.

Rifacendosi ad Albert Hirschman [1982], Gozzini parla di «exit», ovvero di quello che più comunemente viene chiamato «riflusso», ma che «è la critica più  radicale a un ceto politico che, nel suo insieme, si rivela inefficiente […]. Frustrata da una politica incapace di riforme è sempre più parassitaria, la baby boom generation trova nuove strade per proseguire la propria mutazione individualistica».

A metà degli anni ’70 si diffondono le radio e le televisioni private, e Rusconi è l’unico editore che entrerà nel settore televisivo (nel 1982 fonda Italia 1, che nel giro di pochi mesi diviene proprietà di Fininvest). In Italia però il terreno degli investimenti è quello sabbioso del Far West sul quale vince chi ha occhi e orecchi attenti, mano svelta ed è un buon tiratore.

La tv pubblica è sempre più attenta allo spettacolo e meno all’informazione. Tanto che l’informazione, quando c’è, è sempre più spettacolarizzata, e al pubblico più di questa interessa lo scontro politico, la partigianeria, il tifo,  magari anche il divertimento e  l’indignazione, senza dover indagare su come stanno veramente le cose. Si creano i presupposti per programmi come  Samarcanda (1987) dove lo schermo è occupato dalla piazza e dalla contrapposizione accesa tra gli ospiti. Di questi dibattiti la gente ne parla il giorno dopo, al lavoro, in autobus , … Un po’ come fossero dei serial televisivi. Entrano nel quotidiano perché sono prodotti televisivi pensati per un determinato pubblico e per essere da questo consumati, proprio come i prodotti della pubblicità.

Il pubblico non è più qualcosa di unitario: non ci si rivolge più alla famiglia e nello stesso tempo ai contadini lucani che si ritrovano a casa di Fernandina a vedere la tv, ma ai bambini, teenager, etc. ovvero a un  pubblico segmentato al fine di procurare spettatori agli inserzionisti pubblicitari. Alla tv pedagogica di Bernabei, fatta per la famiglia unita, si sostituisce la neo televisione commerciale pensata secondo i criteri del marketing. E Dallas (sit-com in onda in Italia nel 1981, prima su Rai 1 e subito dopo su Canale 5) – quel «supermarket di significati» a uso e consumo dei vari segmenti – rispecchia per Gozzini «l’exit dalla politica dell’Italia degli anni ottanta». Quell’Italia di fine anni ’70 per cui «pluralità significa la silenziosa e molecolare di un’identità nazionale condivisa» e i suoi cittadini «che “si sono fatti da sé” durante il miracolo economico perdono l’Italia che Massimo d’Azeglio aveva data per “fatta” più di un secolo fa: diventano cioè una società a maglie sempre più larghe e slabbrate, superficialmente unificata dalla televisione commerciale e dai consumi di massa, ma frammentata nel profondo da una mutazione individualista che smette di riconoscersi nella politica»[Gozzini, 2011, p. 105].

leggi la pt. 2

 già pubblicato in Le reti di Dedalus

 

[1] L. De Rita, I contadini e la televisione. Studio sull’influenza degli spettacoli televisivi su un gruppo di contadini lucani, Bologna, il Mulino, 1964.

[2]P. P. Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione, «Corriere della Sera», 9 dicembre 1973.

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2 thoughts on “Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.1)

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