Dalla blogosfera alla statusfera

«Facciamo che hai ancora un blog, nel 2011. Non lo legge più nessuno, perché la “statusfera” si è mangiata il 99% dei contenuti della blogosfera […]».

Inizia così uno dei post che negli ultimi mesi sono apparsi su vari blog cercando di fare il punto di una situazione che sempre più spesso appare sfuggente. Che ne sarà dei blog? Le opportune considerazioni che si possono fare devono inevitabilmente tener conto anche di cosa sia ora, in questi giorni, un blog e tutte le sue declinazioni (blogging, blogger) e quindi di che cosa esso sia stato, ancora una volta in tutte le sue declinazioni, alle sue prime apparizioni.

Il post sopra citato è tratto dal blog di Enrico Sola, che in poche righe miste di ironia e nostalgia, paragona un blog, un qualsiasi blog di un suo lettore a una cyclette: «una specie di polveroso monumento al fatto che un giorno ci avevi creduto». Avevi creduto in un rapporto costante con il tuo blog e con i tuoi lettori sul tuo blog, come avevi creduto che avresti fatto almeno un’ora di pedalata al giorno.

La nostalgia finisce per prendere il sopravvento su quell’euforia e quella fertilità di scritture ed espressioni che avevano caratterizzato il blogging delle origini, agli albori del millennio. E così anche altri, come Andrea Toso sul suo Axell Weblog, si guardano alle spalle, si raccontano, cercano di capire cosa stia cambiando. Ma anche per lui c’è sconforto misto ad amara ironia:

«Il mondo dei blog è come una vecchia scatola impolverata. Io dentro al mio reader, con grande stupore ho trovato per alcuni blogger, che un tempo sputavano decine di post al giorno, appena 4 o 5 aggiornamenti in 5 mesi. I guru sono rimasti, molti hanno la giubba rossa, altri hanno ormai una famiglia e si sentono di meno. Hanno scritto libri e partecipato alle trasmissioni tv, ma il loro ciclo pare un po’ lì lì per finire. Blogger con il riportino insomma».

Uno studio della Pew Internet & American Life Project – che analizza l’impatto di internet sulle famiglie, il lavoro, la salute, l’educazione e la vita di tutti i giorni – ha mostrato una forte tendenza, soprattutto tra i più giovani, all’uso di social network di vario genere e con varie peculiarità, come Facebook o Twitter o Trumblr, e un progressivo allontanamento dai blog. Si preferiscono altre modalità di presenza in rete, di condivisione e discussione. Oltre a una diversa attività dell’utente in rete, ciò implica anche un mutamento delle stesse identità digitali.

La presa di coscienza di uno “spostamento” di questo tipo era presente già qualche anno fa tra alcuni blogger, ovviamente i più attenti e avveduti, e portava Stefano Epifani (docente alla facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma) a sostenere l’idea che  il blog si trovasse in una fase di “rimediazione”, del suo uso e del suo ruolo. Epifani nota come quelle conversazioni che confluivano nella blogosfera (l’insieme delle interconnessioni tra blog) sono ora – parla nel 2009, ma è un’osservazione ancora  valida – più vastamente distribuite nei social network e nelle varie forme di condivisione che infittiscono la discussione, ma «ne frammentano inevitabilmente i contenuti, rendendone più complessa la fruizione». Ciò porta il blog a essere «in molti casi un aggregatore delle diverse identità digitali distribuite in rete» con la costatazione che «nel vasto e variegato panorama degli strumenti di rappresentazione dell’identità, il blog è oggi quello più adatto per le riflessioni strutturate, da non bruciare in una conversazione volante, svolta e chiusa in pochi caratteri e pochi minuti».

Alla blogosfera – termine coniato nel 1999 dallo scrittore Brad L. Graham – si affianca allora la realtà del micro-blogging, tanto diffusa e viva, che ha portato Brian Solis (studioso di media e dei loro effetti sui vari campi di attività umane) a parlare di statusphere, entità composta a sua volta da una infinità di connessioni tra identità che pubblicano, condividono, si incontrano e si esprimono attraverso quelli che Solis chiama «updates and micro-sized content» e attraverso forme multimediali che a loro volta possono venire da altri canali di condivisione e discussione (ex: YouTube). Capiamo dunque come la rete di connessioni si faccia più fitta, ma nello stesso tempo più frantumata e dispersiva. In questo modo, il blogger fa più difficoltà a controllare il dibattito con e tra i propri lettori e, come nota Massimo Mantellini, «le parole stesse di chi commenta perdono spessore, il tono e l’attenzione di commenti e concetti che affidiamo alla “statusfera” subisce una inevitabile minimizzazione visto che il luogo del cazzeggio e quello della critica ragionata si uniscono e si confondono».

Ma allora, cosa ne è dei blog? Se alcuni blogger battono la fiacca, per il numero di post pubblicati, il blogging è ancora vivissimo, ma molto più fluido. Ciò non vuol dire che il “classico” blog non sia più una forma comunicativa oggi valida, ma che si è in una fase non solo di rimediazione, ma di più matura conformazione. È ancora Epifani – stavolta qualche mese fa – a fare un’osservazione interessante: «Forse, più che segnare la morte dei blog, questo periodo segna la fine di chi – sui blog – non ha più niente da dire. O di chi non ha tempo di dirlo in maniera strutturata, preferendo riversarlo in quel fast food del social newtorking che sono i social network site come Facebook». Una fase evolutiva che quindi è anche selettiva.

Bisogna tener conto che un social network come Facebook, sicuramente uno dei più diffusi, è un gran contenitore che offre molte possibilità: non solo “a cosa stai pensando?” o il commento estemporaneo, ma anche comunicazione di prodotti e di eventi ed altro ancora. In mezzo al «cazzeggio» come lo chiama Mantellini, si trovano altre possibilità. Anche la forma-blog si presta, da quando si è diffusa, a usi e contenuti molto differenti, tanto che una classificazione precisa diventa molto difficile. Si possono distinguere blog individuali e collettivi, blog di interesse generale e blog rivolti a un numero ipoteticamente circoscritto di persone (blog aziendali o di quartiere), blog didattici, blog politici, blog relativi a un prodotto in commercio, ad esempio un prodotto hi-tech. Impossibile sarebbe categorizzarli per temi data la vastità delle possibilità. Alcuni di questi, inoltre, possono avere una durata limitata, proprio per la loro conformazione, come i blog creati ad hoc per una campagna elettorale (che ovviamente non scompaiono ma dove il dibattito tende ad affievolirsi una volta che gli elettori sono andati alle urne) o blog nati contestualmente a un corso di formazione. Tra i più consultati ci sono i blog che hanno, o presumono di avere, uno stampo giornalistico. Anche in questo caso ci possono essere blog nati in concomitanza di particolari eventi. Un esempio potrebbe essere Where is Raed? di Salam Pax, creato in occasione dell’invasione dell’Iraq del 2003.

È comprensibile come così tante tipologie di blog non possano essere analizzate in base agli stessi criteri, anche perché l’impegno di ogni blogger sarà diverso a seconda dei presupposti e del ruolo che vuole avere. Quello che però si può notare è che in questa evoluzione del blogging – che, come abbiamo visto, possiamo far iniziare nel 2009, anno che tra l’altro vede lo stesso Facebook raggiungere livelli di utenza decisamente alti e quindi una maggiore capacità di attrarre investitori – tendano ad affermarsi quei blog legati a una identità riconoscibile (uno scrittore, un comico), blog premiati per la loro praticità (cucina, giardinaggio), blog che parlano di salute e blog di giornalisti.  Va da sé che i blog “pratici”, che spesso sono gestiti da appassionati, sono i più soggetti a morte rapida perché se non si è continui nel postare e se non si è realmente utili, i lettori tendono ad allontanarsi e magari a capitare sul blog solo per caso. Allo stesso modo i blog che parlano di salute dovranno essere gestiti da specialisti e non da consiglieri improvvisati. È comprensibile come blogger poco continui, poco attenti e poco professionali finiscano per perdere lettori e come il loro blog presto riposi in pace in un server. Insomma: per sopravvivere nel darwinismo della blogosfera, se non si è famosi, bisogna sempre di più tendere verso la professionalità, in qualsiasi campo si operi, tenendo conto che non basta essere un bravo cuoco, ma anche un buon blogger.

Altro fenomeno evolutivo di questa stagione di cosiddetta “crisi del blog e vitalità del blogging” riguarda i giornalisti e i loro blog. Navigando in un qualsiasi giornale on-line ci accorgiamo che a fianco di notizie, pubblicità e gallerie fotografiche di ogni genere, sono numerosi i blog firmati dai vari collaboratori del periodico. Simili a delle rubriche, multimediali, aperti ai commenti dei lettori, questi blog parlano di sport, politica, libri, cinema, tecnologia, enogastronomia, satira. Sono diversi per tema e per tono, ma quello che li accomuna è che non sono dispersi nella blogosfera e gestiti da chi in quell’occasione è prima di tutto blogger e poi giornalista, ma fanno organicamente parte di una testata, di un marchio, e sono quindi gestiti da chi è prima giornalista e poi blogger. Questa forma di integrazione tra l’informazione mainstream e quella che passa attraverso i blog, da un lato può essere interpretata negativamente – dato che comunque si parla di blog che devono rientrare in una linea editoriale e che non sono completamente indipendenti, come invece predicava la filosofia dei blogger delle origini – ma dall’altro come un ulteriore stadio evolutivo dei giornali on-line. Questa varietà di blog personali di professionisti fa da contrappeso a una “informazione dell’aggiornamento”, informazione sempre più spersonalizzata che può trovare vivacità proprio nei vari blog di specialisti legati alla testata. Allo stesso modo, questa organicità con la testata, permette di non far disperdere nella blogosfera le varie idee e i punti di vista di chi può vantare una più o meno riconosciuta professionalità nonché  di non far perdere di vista la firma e il “marchio” di fabbrica al lettore. Tenendo anche conto del fatto che accorpare alla propria testata una micro-blogosfera così variegata, permette di far crescere il numero degli accessi e quindi di generare un “traffico” vitale per il giornale stesso.

già pubblicato in Le reti di Dedalus

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