@pontifex su Twitter: dati, osservazioni e possibilità del profilo di Benedetto XVI-Ratzinger

Bendetto XVI ha lanciato il suo primo tweet il 12 dicembre scorso. Le ragioni possono essere semplici, evidenti e ovvie – ovvero comunicare, visto che la Chiesa lo ha sempre fatto e visto che anche Dio, quello di ebrei e cattolici è sempre stato un gran chiacchierone, nonostante tutti dicano che non risponde mai – ed altre più complesse che lasciamo a pensatori e teologi di ampie vedute.

Diamo allora un’occhiata alla presenza del papa su Twitter dal primo tweet al 22 dicembre, ovvero alle soglie del Natale. Il primo giorno il papa twitta per ben 7 volte “scatenando” quasi 15.000 retweet. Ma per aspettare un’altra azione del papa bisognerà aspettare il 19 dicembre, quando twitta per 2 volte. Come si può vedere dal grafico sotto, le reazioni sono ovviamente crescenti con il passare dei giorni, ma c’è uno stallo evidente tra 17 e 18 dicembre. Ciò a significare che quei 7 tweet hanno esaurito il loro potenziale e non inducono più alla reazione. Il 19 arrivano pronti altri 2 tweet.

Dopo la pausa del 20 dicembre, il papa twitta 3 volte il 21. Infatti come si può vedere il numero di retweet ha un’altra piccola impennata (con un migliaio di retweet in più).

Il numero dei follower va dai 162.894 del 12 dicembre (considerando che il profilo era già attivo da giorni prima del tweet numero 1) ai 211.144 del 22 dicembre.

 

retwwet @pontifex

 

Contenuti ed errori di @pontifex_it

Dopo il primo tweet di saluto gli altri sono soprattutto domande («come possiamo vivere meglio l’Anno della Fede nel nostro quotidiano») con lo scopo magari di aprire una discussione. Oppure si tratta di inviti alla preghiera e alla riflessione o verità teologali (di fede-speranza-carità: non dogmi!).

Si può dire quindi che l’intento di comunicare attraverso brevi frasi (massimo 140 caratteri) senza venire meno alla densità e dal valore dei contenuti ha ottenuto i buoni risultati. Infatti i tweet non sono affatto scadenti a riprova che Twitter è un social network tutt’altro che votato alla superficialità e che il valore del contenuto non deve essere solamente presente nel link  che rimandi a uno spazio-contenuto comunicativo più ampio (che sia il blog dell’autore del tweet o un articolo di giornale on-line). I collaboratori del papa sono ovviamente dei buoni comunicatori!

Ciò che però lascia perplessi è il problema atavico dell’istituzione: l’eccessiva freddezza, o meglio, distanza dell’atto comunicativo. Anche la stesso ritmo altalenante con cui vengono pubblicati i tweet fa percepire questa attività come se fosse di passaggio. Ovvero come si trattasse di un novello iscritto al social network che si connette di tanto in tanto e quindi solo in quelle particolari occasioni sfoga il suo desiderio di comunicare.

Inoltre si ha l’impressione che si tratti di una comunicazione troppo unidirezionale. I contenuti sembrano lasciati a sé stessi e in balia dei critici e ironici commenti degli anticlericali e degli atei che ricevono risposte da parte dei credenti. Un botta e risposta i forma di tweet che lascia il tempo che trova, visto che i primi lanciano molto spesso accuse tanto vuote quanto irruenti (digiuni di ogni competenza e conoscenza in materia religiosa), i secondi invece rispondono con maldigerite verità filtrate dai catechismi serali.

Ciò che @pontifex (quindi chi si occupa del profilo) dovrebbe fare è: twittare con maggiore regolarità (potersi aspettare il tweet del papa e non potersene dimenticare), rendere i tweet più coinvolgenti per i cattolici e non solo facile bersaglio per gli anticattolici/anticlericali o altro, inserire link a contenuti di approfondimento (non noiosi però!!!) come ad esempio interventi su riviste o video di figure importanti della Chiesa di oggi e ieri che sono presenti in rete o creati ad hoc.

Insomma, che @pontifex possa essere un luogo di ritrovo, un filtraggio di contenuti di interesse per cattolici e non solo.

Facebook fa pagare i messaggi

Eccoci di nuovo a parlare di Facebook. Ormai quando se ne parla non si prendono in esame i numeri degli utenti (fino a quando non saranno 1 miliardo e mezzo continueremo a dire che sono più di 1 miliardo) ma le questioni legate alla privacy e alle faccende societarie. Facebook è cattivo è mi ruba i dati (ma io gioco a Farmville da paura), Facebook si compra Instagram e si vende le mie foto (figa questa la posto poi ti taggo), Facebook non si vende le mie foto, ma nonostante questo si è comprato Instragram.

Adesso Facebook ha tirato fuori la storia dei messaggi a pagamento. In poche parole quando dovete inviare un messaggio a qualcuno che non è vostro amico dovete pagare. Per ora è in prova negli Usa dove un messaggio costa 1$.

Per l’utente, il vantaggio con il quale è stato presentato-sponsorizzato il servizio riguarda la diminuzione di spam e messaggi indiscreti, involontari e non desiderati. Pagare potrebbe essere un deterrente. Il problema sarà per quanti hanno bisogno di giustificare o richiamare all’attenzione una richiesta di amicizia nel caso ad esempio siano anni che non ci si vede e l’uno di sia dimenticato dell’altro di memoria migliore. Ma visto che si tratta di una comunicazione importante, allora significa che vale la pena pagare …

Utile? Valgono questi buoni propositi? Certo la questione ormai evidente è che Facebook deve avere dei ricavi consistenti e con 1 miliardo di utenti e la quotazione in borsa devi per forza trovare il modo di mettere su dei sistemi che ti permettano di fare soldi. Google si è inventata AdSense e AdWords, ma, ovvio, quella è un’altra storia.

Facebook è stato a lungo considerato una ragazzata (soprattutto da parte di chi non aveva un profilo o di chi si curava del fenomeno per “sentito dire”). Ora che tutti ci siamo resi conto che non è così e che dentro c’è un mondo fatto di gente e di brand, di interessi e passioni, ci si aspetterebbe che il futuro di questo mondo sia più chiaro. Che la gente sappia dove si sta andando, visto che fin qui ci si è fidati, nel bene e nel male.

Molto semplice: Facebook deve crescere, in tutti i sensi. Ovviamente anche economici. Perché se è vero che molti di quel miliardo si sono iscritti per gioco e si stanno divertendo un mondo, è anche vero che possono ridurre le loro interazioni. E non è difficile immaginare che invece di accedere 10 volte al giorno (ok, moltiplicate il numero a seconda del vostro caso) si possa dare un’occhiata alla timeline 1 sola volta, e postare in proporzione. E spendere il tempo degli altri 9 accessi per altrettanti social network che ci interessano.

Già, Facebook deve capire che non è mai stata una ragazzata e trovi il modo di farci sentire ancora un volta felici e profilati. Senza infastidirci ogni settimana.

Luca De Biase, Scienza delle conseguenze, 40k, 2012

In Cosmopolis di Don DeLillo il protagonista Eric Packer si gioca la vita in una stramba traversata di New York (per tagliarsi i capelli) e nelle fluttuazioni dello yen. Per poi scoprire che sì, lui è in grado di conoscere e comprendere il mondo meglio di chiunque altro pur restando assiso sui portentosi sedili della sua limousine, ma non ha badato abbastanza al suo corpo, che è ancora (terribilmente) l’unica cosa al mondo che lo rende esistente, al di qua dell’anima e dei dati personali. Non ha badato al vizio della sua prostata. Asimmetrica.

Possono i sistemi biologici e fisici, nella loro evoluzione e nei loro meccanismi, costituire un modello per comprendere l’andamento dei mercati (e ogni altro fatto complesso e non prevedibile)? O ogni realtà è puramente cerebrale?

L’era di internet, o qualsiasi altro nome le si voglia dare, è caratterizzata oltre che dalle grandi possibilità comunicative, commerciali e sociali (con tutto l’entusiasmo e le riserve possibili), anche e soprattutto da una enorme creazione di dati. Che vengono “archiviati”, elaborati, connessi, analizzati. Oltre all’ovvia domanda se questi dati possano essere usati per semplificare la vita degli individui nelle società complesse, ci possiamo chiedere se la gran mole di dati non possa aiutarci nel  prevedere eventi futuri, analizzando i fenomeni che li vanno via via preparando.

Ad esempio date un’occhiata al sito Recorded future: il nome del progetto è tutto il programma!

Come ci fa notare Luca De Biase in Scienza delle conseguenze (ebook pubblicato da 40k) «si dovrebbe cominciare a considerare la possibilità che la nozione stessa di previsione – per lo meno per come l’abbiamo conosciuta – possa essere destinata a essere abbandonata». Quale idea e pratica di previsione verrà quindi a formarsi e con quale idea di futuro ci stiamo confrontando? Già, perché se l’idea di linearità  è venuta meno (è venuta meno?) almeno con il post-moderno (il cui superamento potrebbe essere solo una nuova e consolidata linearità) e con gli ipertesti, abbiamo bisogno di una «epistemologia adeguata» per una scienza che sia in grado di comprendere complessità crescenti e relazioni tra individui strutturati e interpretabili attraverso dei dati.

 

debiase Scienza delle conseguenze

 

I dati che però vengono raccolti ed elaborati tenendo conto delle interazioni (e si potrebbe  dire “del mondo delle interazioni”) tra le persone e altri soggetti virtuali e aziendali, si basano appunto sul già conosciuto. Fino a che punto si è quindi in grado di conoscere e comprendere e “prevedere” ciò che nasce dall’imprevedibile? Insomma per comprendere fenomeni complessi e i loro sviluppi non ci si concentra sulle eventualità mai prese in considerazione – i «cigni neri» – ma su una sostanziosa base di dati in continua fluttuazione ma che sono costituiti da elementi molto spesso autoreferenziali (gente che continua a dire che i cigni sono bianchi) e che sono costituiti da quel circolo vizioso tra libertà e filtro. Ovvero tra self-reserch (e self-publishing  in tutte le sue forme) e mediazione algoritmica (quella che Eli Pariser ha definito «bolla dei filtri»).

Infatti le persone operano in modo razionale, ma «dipendono dalle informazioni che riescono a considerare rilevanti». E molto spesso nei nuovi modelli di ricerca sono aiutati da macchine e sistemi nel definire ciò che è rilevante.

Instagram vende le nostre foto dal 16 gennaio

[Anzi, dice che non lo farà, ma ogni considerazione social  è valida comunque.]

Che le nostre, azioni, spostamenti, sogni e desideri, serate, vacanze e hobby fossero diventati pubblici lo sapevamo. E non che la cosa finora ci abbia dato fastidio. Anzi, una volta diffusi gli strumenti (fotocamere digitali in ogni borsa, smartphone in ogni tasca) e gli ambienti social (network sociali di ogni risma) non abbiamo fatto altro che correre dietro ad ogni novità figa e risolutiva (nei sensi più ampi e utilizzabili dei termini).

Ma quanti, anche tra i più entusiasti, non hanno mai pensato che prima o poi una scelta vera e consapevole avremmo pur dovuto farla, noi miseri utenti: decidere se veramente ce ne freghiamo della privacy e quindi di tutto ciò che mettiamo in rete purché ci sia una reward (un like, un commento, un retweet, …) oppure ci siamo lasciata prendere un po’ la mano e forse sarebbe il momento di smetterla.

E forse il momento sta arrivando? Instagram è stata acquistata da Facebook – e questo lo sappiamo – per un sacco di soldi ed ora il social network di Zuckerberg (che è il social network di 1 miliardo di persone) ci dice che le nostre foto – quelle che abbiamo su Instagram e che postiamo su Facebook – dal 16 gennaio possono essere tranquillamente vendute a terzi, senza che si venga messi al corrente.

Interessante. Se dieci anni fa in Italia ci avesse chiesto se avremmo voluto oppure no, beh, non ci sarebbe stata ombra di dubbio: questa diavoleria sarebbe potuta andare al diavolo. Ma oggi, che Facebook e Instagram fanno parte della nostra vita …

Già, è vero possiamo cancellare il nostro account Instagram (per esportare le foto si può usare Instaport) ma … lo faremo? E poi, io un’altra domanda me la faccio: i tipi di Facebook sono così dannatamente sciocchi da spendere un mucchio di soldi per Instagram e poi vederlo sgonfiarsi di utenti e contenuti? E non per mancanza di appeal intendiamoci, ma per un “invito alla fuga” ….

Chi vuole cancellare il proprio account Instagram, può riflettere su questa pagina.

Certo, dopo che Instagram ha deciso di “allontanarsi da Twitter” gli utenti si erano già indispettiti e adesso che lo stesso Twitter lancia la sua applicazione per le foto si può immaginare che alcuni faranno a meno di Instagram. La rete è libera, si dice, e quindi liberi siamo di usare il servizio che vogliamo.

Sono certo che molti utenti Instagram non verranno nemmeno a conoscenza della maldestra decisione. Altri la dimenticheranno. Altri ancora se ne fregheranno. E credo che già siamo al 50%.

Aspettiamo quindi di trovare la bella tavolata della cena di classe con ragazzi e ragazze in tiro per dimostrare l’occasione persa al compagno/a corteggiato per anni, in una foto sul sito dell’importante ristorante della riviera. Ma in fondo, le pagine Facebook dei locali sono già piene di foto che ci ritraggono più o meno consenzienti, più o meno consapevoli.  E che in qualche modo costituiscono pubblicità per il locale e che possono essere usate da chiunque.

Ammettiamolo: già siamo stati educati alla nostra pubblicazione, con immenso piacere e divertimento. Che qualche uso in più, e magari photoshoppato ci farà arrabbiare così tanto, per ora, da farci cancellare da Instagram proprio durante le feste di Natale quando abbiamo un mucchio di cose a cui pensare. Come fare le foto, postare, scartare i regali, taggare, fare le foto, uscire a cena, fare le foto, commentare, condividere, …

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt. 3)

Non mi interessa la cultura. Non mi interessano i valori pro-sociale. Mi interessa una sola cosa: se la gente guarda o no il programma.  Questa per me è la differenza tra bene e male.

Dirigente Cbs


Al di là del bene e del male c’è quello che le persone scelgono. Un partito, per vincere le elezioni, deve essere votato e per essere votato è necessario che venga percepito come buono e giusto: «meno tasse per tutti» e «per un nuovo miracolo italiano» sono promesse-slogan che danno ragione. «Forza Italia non è un movimento di massa cresciuto spontaneamente nella società civile. È un’azienda che, grazie alla peculiare ramificazione della propria agenzia pubblicitaria (Publitalia), si trasforma in partito. […] il motivo che sembra emergere maggiormente è una sorta di “populismo”, declinato prima nelle forme antipolitiche del self made man e del pragmatismo d’impresa, poi nell’identificazione tra vittoria elettorale e mandato in bianco consegnato dagli elettori»[Gozzini, 2011, p. 155]. Sono promesse che acquistano maggiore forza se si crea un nemico comune – il comunismo – che invece vuole contrastare questa mission. Un «anticomunismo d’antan» rispolverato per poter parlare a un elettorato formato da democristiani, liberali, socialisti craxiani che dopo Tangentopoli è rimasto senza un leader politico. Di conseguenza chi si oppone deve ricompattarsi creando un altro nemico: il «berlusconismo».

Gli italiani della televisione – di qua e di là dello schermo – non si riconoscono nella politica (e questo Berlusconi lo sa, infatti quando parla all’italiano si riferisce ai suoi interessi), ma in beni di consumo e idoli, che non sono le rockstar – quelle per cui ci si strappa i capelli e si sfila via il reggiseno – ma gente normale che “riesce”. A fare cosa? Cantare, ballare o semplicemente rimorchiare qualcuno o ridicolizzarsi alla tv. Si costruiscono micromondi nei quali lo spettatore è immerso, e si trova in compagnia non di personaggi over the edge, ma di ragazze che si allenano per vincere una competizione sportiva, di giovani che sognano di incidere un album o di vincere il Grande Fratello e portarsi a casa un po’ di soldi, essere ospite di qualche discoteca o magari trovare un lavoro. Per Gozzini questo stare in poltrona a “vedere chi vince” nel microcosmo della casa del Grande Fratello (o altri reality), è un po’ come seguire la campagna elettorale, come uno show, dal quale deve venir fuori un vincitore, uno che è “riuscito”.

Intanto la mutazione individualista della baby boom generation ha lasciato «il campo a una nuova generazione assai più globalizzata nei consumi e negli stili di vita, ma anche assai più incerta rispetto al futuro […] La neotelevisione commerciale aiuta a vivere in questo mondo instabile: frammenta i significati e riduce la complessità, costruisce miti del successo individuale attraverso la celebrità facile, reclamizza beni di consumo come sostegni delle identità personali». Nonostante l’incertezza sul futuro la nuova generazione digitalizzata, e quella nuovissima dei «nativi digitali, si allontana parzialmente (ma sembra progressivamente) dalla dipendenza dal sistema di broadcasting televisivo e sceglie i mezzi di comunicazioni basati sul modello narrowcasting, tipico di internet e in generale dell’offerta di contenuti differenziati in base all’utenza.

Almeno dal 1991, con il volume Writing space di J. D. Bolter sappiamo che i nuovi media non cancellano i vecchi, ma vi si affiancano costringendoli a mutare. Non scompare quindi la tv generalista di massa, ma nasce la pay tv: offerta maggiore e su misura di utente. E compri solo quello che vuoi vedere.
Teoria attinente alla pay tv, come ai contenuti web, è quello della «coda lunga» (long tail), espressione coniata da Chris Anderson nel 2004, con un articolo apparso su Wired, la rivista da lui diretta. Riducendo il concetto all’osso: i consumi di nicchia (in generale quelli che interessano poche persone), vari e diversificati, se presi insieme, sono in grado di rivolgersi a un numero di utenti altrettanto ampio di quelli che si raccolgono intorno alla tv generalista di massa e quindi è possibile distribuire in maniera più mirata le proprie risorse e gli spazi degli inserzionisti, per creare programmi specifici per pubblici specifici. La tv generalista infatti è costretta, per ragioni economiche, a trascurare molti utenti e i loro gusti e interessi (dai documentari, alla storia, dalla tecnologia ai viaggi, agli sport di scarso interesse nazionale).

Intorno alla «coda lunga» dei vari interessi, si vanno formando quelle minicomunità, che però sono nazionali o globali, la cui formazione e incontro è agevolato dalle possibilità offerte della rete internet. Blog, forum, community, social network, siti legati a un programma tv, a una fiction, a un canale tematico, aumentano le possibilità di interazione sia con i contenuti, sia con altri utenti.
Un’altra sfida è già da tempo nell’agenda politica: interpretare e saper comunicare con questa società non suddivisa in classi, ma formata da individui e dalle diverse comunità di interessi alle quali partecipano.

Leggi la pt.1 e la pt. 2

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.2)

 

«Chi è ‘sto Berlusconi?» chiesi in giro. «Un palazzinaro che non capisce niente di televisione», mi risposero.  

 Mike Bongiorno

 

Agli inizi degli anni ’80 il primo ministro inglese è Margaret Thatcher (in carica dal 1979 al 1990), il presidente Usa è Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989), la Cina è guidata da Deng Xiaoping (dal 1978 al 1992) mentre in Italia il governo più longevo è stato quello Craxi a partire dal 1983 al 1987.

In questi anni viene meno l’egemonia del keynesismo in economia, in favore di una maggiore attenzione all’inflazione, evitando l’espansione della spesa pubblica per far fronte alla disoccupazione. L’ossessione numero uno diventa il pareggio dei conti pubblici e si cerca di dare nuovi impulsi all’imprenditoria privata e alla libera concorrenza. Si punta alle liberalizzazioni commerciali  e a un minor ruolo economico dello Stato. Cambia il lavoro. Si parla di Mcjobs: lavori atipici e temporanei (il friggitore di patatine da McDonald’s, per intenderci) che oltre a frammentare la propria identità, frammentano anche il quotidiano e il proprio futuro. Dai sondaggi della fine degli anni ’80 emerge che per gli italiani conta «il benessere della famiglia, condurre una vita sana e regolata, l’amicizia, possedere una casa propria, affermarsi con i propri mezzi, leggere studiare conoscere, migliorare le proprie capacità, conquistare la stima degli altri, trovare un posto di lavoro sicuro, saper risparmiare. Agli ultimi posti figurano invece condurre una vita avventurosa, avere cariche e responsabilità pubbliche». E sono valori interclassisti.

Gli italiani hanno poca fiducia nel pubblico, e nel progetto sociale condiviso e proteso verso il futuro: pensano al benessere personale, un benessere che deve essere mostrato e condiviso. Vivono l’illusione televisiva di essere qualcuno senza essere nessuno e senza dover sapere almeno quel qualcosa necessario per rispondere alle domande di Mike Bongiorno al telequiz Lascia o raddoppia? (quelle che fecero impazzire il prof. Nicola Palumbo in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, film del 1974): basta saper o non saper fare qualcosa e partecipare alla Corrida.

Chi riesce ad interpretare la mutazione individualista e la frammentazione degli italiani è, secondo Gozzini,Silvio Berlusconi, in un contesto nel quale anche la politica entra nella competizione frammentata e costosissima della televisione. Silvio Berlusconi, uno che con la televisione aveva poco a che fare. Almeno fino a quando non compra 500 film della Titanus da mandare in onda su Telemilano (dal 1980 si chiamerà Canale 5), la rete privata di Milano 2, il quartiere residenziale messo su dall’imprenditore edile Silvio Berlusconi. Ma la vera svolta è la fondazione di Publitalia nel 1979. La concessionaria di pubblicità fa capo a Fininvest (la holding che raccoglie tutte le attività di Berlusconi) e non è quindi esterna all’azienda come avviene per la Rai, le televisioni locali e quelle estere. Ciò permettere di proporsi come partner dell’inserzionista, creando degli spazi pubblicitari all’interno dei programmi, dove il prodotto è reclamizzato dal presentatore stesso.

Intanto Calimero è morto, e sono arrivati i Puffi a sostituirlo. La Fininvest sforna Drive In (1983) e la Rai risponde con Quelli della notte (1985) e Indietro tutta (1987). Drive In è la prima creatura di Antonio Ricci che nel 1988 partorisce Striscia la notizia con il Gabibbo «alfiere dei sentimenti popolari contro i potenti ma anche testimonial pubblicitario». È una televisione provocatoria, parodica, decostruita, frammentata e fatta di sé stessa (vedi anche Blob, programma di Enrico Ghezzi e Marco Giusti in onda dal 1989). Come nota Gozzini «il posto della televisione materna e pedagogica del monopolio viene preso dalla neotelevisione commerciale, con i suoi tratti distintivi: la serialità ripetitiva, la conversatività affabulatoria, la proposta trasgressiva, l’esercizio demenziale. Tutti linguaggi mutuati dalla pubblicità».

leggi la pt. 1 e la pt. 3

già pubblicato in Le reti di Dedalus

Giovanni Gozzini, La mutazione individualista, Laterza, 2011 (pt.1)

Fra 30 anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione.

Ennio Flaiano

«La televisione cambia la testa degli italiani». L’incipit della quarta di copertina de La mutazione individualista edito da Laterza è un’affermazione. «[la televisione] Cancella la politica come concetto condiviso e la sostituisce con un’arena di gladiatori. Cancella la storia e la sostituisce con un presente senza passato. Cancella la realtà e la sostituisce con uno spettacolo continuo che divizza le persone comuni. Cancella la fatica e la sostituisce con il sogno del successo». In realtà, l’autore del libro, lo, ci introduce al suo lavoro con una domanda: «La televisione cambia la testa degli italiani?». E potremmo dire: è quel demonio così tanto temuto che da sessant’anni ci tiene compagnia? Già, ma come un demonio non tira fuori le sue diavolerie dal nulla, ma sfrutta le nostre debolezze e fragilità.

Fin da subito la televisione fu vista come un elettrodomestico ingombrante e minaccioso, in grado di portare squilibri in famiglia: la donna non cura più la casa, i bimbi non fanno i compiti e il capofamiglia si distrae e dimentica i suoi appuntamenti. Per Paolo Monelli la televisione finirà per «annullare quelli che sono stati finora i rapporti umani e familiari» in un’Italia che si avvia ora verso il progresso, inteso dal giornalista come «progresso all’ingiù», a formare «una società di analfabeti, di conformisti, di meccanizzati, per cui non ci sarà più posto per la varietà e l’imprevisto della vita, per la libera scelta dell’attività e dello svago» a causa di un «subdolo strumento di dittatura nel campo dello spirito e della coscienza». Ma intanto la televisione porta la città nelle campagne e la gente fa chilometri per andarla a vedere, ritrovandosi a casa di chi ce l’ha. La sociologa Lidia de Rita intervista dei contadini lucani nel 1959 e questi sono entusiasti dello strumento. A loro la televisione piace, più della radio, più del cinema. Con la televisione imparano molte cose: «Mediante questa televisione insomma, attraverso la televisione ne fanno conoscere di tutti i difetti della barbabietola, questi insetti… dove n’avvengono, quando depongono le uova … Eh così in pratica non le puoi vedere… tante cose»; e si divertono, visto che «una volta vedi un programma, una volta vedi un altro programma, la televisione è più… sportiva del cinema»[1].

E intanto imparano la lingua nazional-televisiva.

Quello di Gozzini è sì il libro di uno storico, ma non ci si deve aspettare né la storia della televisione attraverso i suoi protagonisti, né quella dell’Italia del dopoguerra. È la storia della relazione tra i cittadini di un paese in ri-costruzione e un mezzo di comunicazione in grado di portare il mondo dentro casa propria, quando si vuole. Senza fossilizzarsi su un’idea di televisione plagiatrice di menti, l’autore nota come questa abbia accompagnato e interpretato quei sentimenti e temperamenti dell’italiano in crescita, e come a volte, ci sia riuscita meglio e a discapito della politica, del civismo, del progetto sociale comune.
Gozzini punta molto a far comprendere quel passaggio dalla «paleotelevisione pedagogica» di Ettore Bernabei (direttore generale della Rai dal 1960 al 1974), alla «neotelevisione» che vende telespettatori agli inserzionisti. E noi navigatori di oggi siamo ben educati a comprendere quest’ultimo genere di necessità.
Cosa succede nel frattempo? Nel 1957 a Milano apre il primo supermarket, nel 1964 Marshall McLuhan parla di «villaggio globale» (la tecnologia televisiva è in grado di collegare l’intero pianeta), nello stesso anno per la McGrow-Hill di New York esce Fundmentals of Marketing di Stanton e Varaldo (la cosiddetta «Bibbia del marketing») e nel 1965 a Roma apre il Piper (per volontà dell’avvocato Alberico Crocetta, ex X Mas, per far «purgare» i giovani, farli scaricare). Nel 1968 c’è il «Sessantotto». La famiglia cambia e cambia la stessa idea di famiglia: non più patriarcale «fondata sulla funzione casalinga della donna e su valori di risparmio, obbedienza e solidarietà interna», ma nucleare «con pochi figli e una donna casalinga che si apre al mondo» [Gozzini, 2011, p.65]. E che guarda una tv che invita a fare shopping, non più a risparmiare.
Intanto la Rai è sempre più legata al potere politico e assume 2 vicedirettori generali, 14 direttori, 30 codirettori e 53 vicedirettori generali [Gozzini, 2011, 61].

Dalla metà degli anni ’60 ai primi dei ’70 cresce il numero di tv ed elettrodomestici (tra il 1965 e il 1971 le famiglie con la televisione crescono dal 49 all’82%, quelle con il frigo dal 55 all’86%, con la lavatrice dal 23 al 63%). Crescono inoltre i nuclei familiari composti da una sola persona (ma non si tratta solo di giovani che scelgono una vita indipendente dai genitori, ma anche di anziani che vengono lasciati soli perché le strutture sanitarie sono potenziate).

Chi tiene per mano gli italiani lungo questo percorso è la pubblicità. Ovvero l’idea di prodotto che viene a crearsi nella mente del consumatore, prima che egli sia acquirente e dopo, per fare in modo che lo sia ancora. Con il nuovo stile di vita la gente si allontana dalla Chiesa (non dalla fede), adottando una nuova etica cristiana «fai da te». Come poté notare Pier Paolo Pasolini «il cattolicesimo era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche ha cominciato a liquidarlo» [2]

mutazione individualista gozzini laterza

Negli anni ’70 la baby boom generation (i nati nell’immediato secondo dopoguerra) arriva nel mercato del lavoro e si genera un aumento del pubblico impiego e delle professioni liberali tradizionali. Il deficit pubblico aumenta e, soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord-Est, c’è un forte incremento dei posti di lavoro industriali che avviene quasi interamente in imprese con meno di 50 addetti. I problemi che c’erano allora sono gli stessi di oggi: evasione, mancanza di servizi, economia sommersa e lavoro nero. Lo Stato appare lontano e cresce il distacco tra politica e società. Dopo il compromesso storico, Berlinguer parla di «austerità», ma il paese va verso l’espansione dei consumi privati di massa. «Come nelle guerre e nei momenti di acuta crisi collettiva che ne hanno punteggiato la storia millenaria, il popolo italiano sceglie allora d’istinto e quasi inconsapevolmente la strada del rifugio nel privato: famiglia, casa, lavoro tornano a riempirne l’orizzonte»[Gozzini, 2011, p. 82]: l’unica strada da percorrere insieme è quella della nostra famiglia.

Rifacendosi ad Albert Hirschman [1982], Gozzini parla di «exit», ovvero di quello che più comunemente viene chiamato «riflusso», ma che «è la critica più  radicale a un ceto politico che, nel suo insieme, si rivela inefficiente […]. Frustrata da una politica incapace di riforme è sempre più parassitaria, la baby boom generation trova nuove strade per proseguire la propria mutazione individualistica».

A metà degli anni ’70 si diffondono le radio e le televisioni private, e Rusconi è l’unico editore che entrerà nel settore televisivo (nel 1982 fonda Italia 1, che nel giro di pochi mesi diviene proprietà di Fininvest). In Italia però il terreno degli investimenti è quello sabbioso del Far West sul quale vince chi ha occhi e orecchi attenti, mano svelta ed è un buon tiratore.

La tv pubblica è sempre più attenta allo spettacolo e meno all’informazione. Tanto che l’informazione, quando c’è, è sempre più spettacolarizzata, e al pubblico più di questa interessa lo scontro politico, la partigianeria, il tifo,  magari anche il divertimento e  l’indignazione, senza dover indagare su come stanno veramente le cose. Si creano i presupposti per programmi come  Samarcanda (1987) dove lo schermo è occupato dalla piazza e dalla contrapposizione accesa tra gli ospiti. Di questi dibattiti la gente ne parla il giorno dopo, al lavoro, in autobus , … Un po’ come fossero dei serial televisivi. Entrano nel quotidiano perché sono prodotti televisivi pensati per un determinato pubblico e per essere da questo consumati, proprio come i prodotti della pubblicità.

Il pubblico non è più qualcosa di unitario: non ci si rivolge più alla famiglia e nello stesso tempo ai contadini lucani che si ritrovano a casa di Fernandina a vedere la tv, ma ai bambini, teenager, etc. ovvero a un  pubblico segmentato al fine di procurare spettatori agli inserzionisti pubblicitari. Alla tv pedagogica di Bernabei, fatta per la famiglia unita, si sostituisce la neo televisione commerciale pensata secondo i criteri del marketing. E Dallas (sit-com in onda in Italia nel 1981, prima su Rai 1 e subito dopo su Canale 5) – quel «supermarket di significati» a uso e consumo dei vari segmenti – rispecchia per Gozzini «l’exit dalla politica dell’Italia degli anni ottanta». Quell’Italia di fine anni ’70 per cui «pluralità significa la silenziosa e molecolare di un’identità nazionale condivisa» e i suoi cittadini «che “si sono fatti da sé” durante il miracolo economico perdono l’Italia che Massimo d’Azeglio aveva data per “fatta” più di un secolo fa: diventano cioè una società a maglie sempre più larghe e slabbrate, superficialmente unificata dalla televisione commerciale e dai consumi di massa, ma frammentata nel profondo da una mutazione individualista che smette di riconoscersi nella politica»[Gozzini, 2011, p. 105].

leggi la pt. 2

 già pubblicato in Le reti di Dedalus

 

[1] L. De Rita, I contadini e la televisione. Studio sull’influenza degli spettacoli televisivi su un gruppo di contadini lucani, Bologna, il Mulino, 1964.

[2]P. P. Pasolini, Sfida ai dirigenti della televisione, «Corriere della Sera», 9 dicembre 1973.

Mehr: Youtube iraniano censurato dal regime

In Iran è nato Mehr, una piattaforma che assomiglia a Youtube, tranne che per i suoi presupposti: non è libera. Ovvero gli utenti non possono caricare i video che vogliono.

Ovviamente non si tratta si una start-up, né di un progetto nato nei dormitori universitari o in qualche garage, ma nasce da una iniziativa del governo iraniano, e affidata all’Islamic Republic of Iran Broadcasting.


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L’Iran è un paese che ha fatto sempre pressione sugli utenti dei social media e della rete, arrestandoli quando contrastavano o criticavano la realtà politica del paese. date un’occhiata ai dati mondiali sulla censura di internet.

Lo scorso Settembre il governo aveva bloccato l’accesso a Google e ai suoi servizi a causa del video The innocense of muslims postato su Youtube (che è di proprietà di Google) e ritenuto anti-islamico.

Mentre in occidente realtà come Youtube o i social network hanno ottenuto un successo enorme perché strettamente connesso con la libertà di usare questi strumenti – tenendo comunque presente problemi specifici relativi alla privacy e alla superfluità di molti contenuti che sono degni di esistere solo per il fatto che c’è la libertà che esistano – in paesi come l’Iran vengono esportate le stesse modalità comunicative, ma viene meno il fattore altrimenti fondante della libertà.

Anche in Cina, la situazione non è diversa. A fine Novembre infatti è stato arrestato Zhai Xiaobin  per aver postato un tweet satirico che avvicinava il 18° Congresso del Partito Comunista al film Final destination, con la morte che rincorre i vari rappresentanti politici. Roba che a farci un trailer in Italia, farebbe scatenare in rete un  fenomeno virale.




Giuseppe Riva, I social network, il Mulino, 2010

Nel 1929 lo scrittore ungherese Frigyes Karinthy nel suo racconto Catene «afferma che se una persona è distante un grado di separazione dalle persone che conosce personalmente, e due gradi di separazione dai soggetti conosciuti dalle persone che conosce personalmente, è distante al massimo sei gradi di separazione da ogni persona presente sulla Terra. In pratica, ogni persona è collegata a una qualsiasi altra da una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari […]» [G. Riva, 2010, p. 190]

Nel 1997 Andrew Weinreich crea Sixdegrees.com, un sito di incontri on-line che permette agli utenti di interagire con persone distanti al massimo tre gradi di separazione, evitando così malintenzionati. L’esperienza finisce nel 2001 perché, secondo il creatore, fu un’idea troppo in anticipo sui tempi: in parole povere per mancanza di utili. Ma intanto si era aperta una strada.

Nel 2001 nasce Ryze.com, pensato per l’ambiente professionale e commerciale, e Frienster.com pensato per le relazioni sociali di amicizia fino al quarto grado di separazione. Ogni membro di Friendster aveva un indice di popolarità in base al numero di amici: in questo modo le amicizie non servono per avere una relazione sociale (anche se magari solo virtuale) ma per uno status sociale (nella rete) più alto. Ciò portò molte persone a contattare utenti con un’ampia rete sociale (ad esempio i personaggi famosi) oppure a creare profili di personalità riconoscibili o entità astratte (ad esempio una università) in modo che molti utenti diventassero amici senza però poter costruire una rete sociale garantita poiché si è tutti amici di amici.

Giuseppe Riva nel suo libro I social network identifica la prima esperienza, quella di Sixdegrees, come appartenente alla «fase delle origini» dello sviluppo dei social network e la seconda come «fase della maturazione». Se queste due fasi sono state molto probabilmente vissute in maniera poco partecipe e cosciente soprattutto in Italia, un discorso diverso vale per i vari Myspace, Facebook e Twitter, appartenenti a quella che viene definita dall’autore «fase espressiva».

i social netwok giuseppe riva

Queste ultimi mezzi hanno avuto una evoluzione cronologicamente breve (inizio nel 1997) che però Riva fa iniziare con i newsgroup, le chat, la messaggistica istantanea, la posta elettronica e ancora più indietro fino alla nascita del computer. Alcune parti del manuale, snello ma densissimo, raccontano quella storia che va dall’Harvard Mark (primo calcolatore automatico messo insieme nel 1944 dagli ingegneri IBM) fino a Berners-Lee, una storia che sembra essere passaggio inevitabile per chiunque oggi voglia essere chiaro e rivolgersi ad un pubblico vasto di lettori. È però una storia che a seconda del punto di arrivo (di solito è il presente)  e del tema trattato (nel caso i social network) acquisisce un particolare ruolo. L’autore vuole farci capire come la nascita delle reti sociali sia stata il «risultato di una lenta evoluzione piuttosto che di una rivoluzione improvvisa» [Riva, 2010, p. 78]. Perché le innovazioni si affermino a livello sociale e ne modifichino le pratiche esistenti, serve una «sinergia improvvisa che si crea tra diversi fattori – economici, tecnici, culturali e istituzionali – risultato di opportunità e bisogni all’interno di uno specifico contesto» [Riva, 2010, p. 55]. Così il computer da calcolatore è diventato medium e  strumento relazionale.

Con questo manuale il professor Riva vuole aiutarci a capire se i social network saranno qualcosa di duraturo e come mutano le nostre relazioni sociali passando attraverso loro.

«Ha cambiato lo status, ha messo “relazione complicata”».

«Avete litigato?».

«Che io sappia no».

Gli studiosi che si occupano di social network hanno battezzato “cyberspazio” quel luogo digitale nel quale la gente si incontra. Sebbene si tratti di un termine che sa di fantascienza, molti di noi abitualmente gironzolano in questo “luogo”. Nel cyberspazio l’utente può interagire con altri come nelle reti sociali reali, ma con in più le funzionalità tipiche del web come la multimedialità  e la creazione e la condivisione di contenuti. Ciò ha permesso uno sviluppo rafforzato proprio da un rapporto molto stretto tra reti reali e reti virtuali. Riva ne spiega i punti di forza: «Il social networking nasce come punto di incontro tra queste nuove tendenze: l’uso dei nuovi media sia come strumento di supporto alla propria rete sociale (organizzazione ed estensione) sia come strumento di espressione della propria identità sociale (descrizione e definizione) sia come strumento di analisi dell’identità sociale degli altri membri della rete (esplorazione e confronto)» [Riva, 2010, p. 15]. Si giunge così alla maturazione del concetto di comunità virtuale, introdotto con la nascita di internet. Facebook (più di altri, e comunque ogni social network con le proprie peculiarità) non sarebbe allora solamente una “ragazzata”, un fenomeno passeggero che ha avuto un grande successo, perché e possiede e progressivamente acquisisce funzionalità, e offre possibilità che gli permettono di svilupparsi ulteriormente. I social network si presentano così come dei luoghi di incontro fra reti virtuali e reali all’interno delle quali gli utenti vivono, si esprimono (o si nascondono), si formano, crescono e si relazionano agli altri.

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Nuova app Twitter per le foto

Che tra Twitter e Instagram non ci fosse più un bel rapporto – nemmeno social – lo avevamo capito da quando l’applicazione di photo-filter ha disattivato l’integrazione con Twitter card. Con il risultato che gli utenti Twitter nei giorni scorsi hanno avuto notevoli problemi nella visualizzazione delle immagini.

Guarda caso il misfatto è avvenuto dopo che Facebook ha acquistato Instagram.

Twitter dal canto suo  – e proprio come Facebook – sa quanto sono importanti le immagini nella comunicazione (soprattutto in rete) e quanto peso hanno nei rapporti tra le persone sui social network. Infatti subito dopo i problemi dei giorni scorsi, in rete si può trovare qualche info sulle prossime mosse di Twitter.

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Entro la fine dell’anno Twitter lancerà la sua applicazione per le immagini, con possibilità di modifica (applicando filtri, …) e condivisione. Una soluzione che era già in cantiere visto che è facile capire come una realtà composta principalmente di parole (i tweet) e una di immagini (Instagram e quindi il servizio integrato di Twitter) possano felicemente sposarsi. E dato che questa nuova applicazione nasce, cresce e vive in casa, non c’è il pericolo che qualcuno se la porti via a suon di dollari.

Su The next web si parla della nuova applicazione Twitter

Se staccate un attimo gli occhi dallo schermo e fate un giro per casa, o quattro passi in strada o un po’ di shopping, sarete certi che non manca molto a Natale. Quale miglior periodo dell’anno per condividere le foto in famiglia, con i nuovi stivali o con la tavola da snow che vi ha regalato vostro fratello maggiore?